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I ponti di Roma

L'angolo degli artisti. Segnalazione eventi e opere.
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I ponti di Roma

I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 29 dic 2010, 20:14

Ponte Sisto



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Il ponte collega piazza Trilussa, in Trastevere, a piazza San Giovanni della Malva, nel rione Regola. L’attuale nome lo ebbe nel 1475 quando fu completamente ricostruito da papa Sisto IV nel luogo dove erano i ruderi di un antico ponte romano.
Questa struttura doveva risalire al III secolo e, in una notitia del IV secolo d.C., era detta Pons Aurelius o Janiculensis, perché congiungeva l’area dove si trova ora piazza Campo de’ Fiori con l’Aurelia vetus, che iniziava alle falde del Granicolo. Poiché in antichi codici agiografici del VII secolo il Pons Aurelius è chiamato anche Pons Antoninus, si è ipotizzato che il costruttore possa essere stato Antonino Caracolla, che aveva ereditato dalla famiglia grandi proprietà nel Trastevere. Qualcuno, tuttavia, ha elaborato un’ipotesi differente riguardo all’origine del nome Antoninus. Nello stesso luogo, infatti, doveva sorgere un antico ponte, che dal Campo Marzio conduceva alla Naumachia di Augusto in Trastevere, detto originariamente Pons Agrippae. Secondo un frammento dei Fasti Ostienses, nel 147 d.C. fu eseguito un restauro dell’opera dall’imperatore Antonino Pio che conseguentemente diede al ponte il suo nome: Imp(erator) Antoninus Aug(ustus) pontem Agrippae dedic(avit). In ogni caso del IV secolo la costruzione divenne più nota come Pons Valentinianus, dal nome dell’imperatore Valentiniano che si era occupato della sua ricostruzione nel 327.
Durante la guerra gotica, secondo la narrazione dello storico Procopio, fu dinanzi a questo ponte che il generale Belisario creò i primi mulini ad acqua, che poi sarebbero divenuti per secoli una caratteristica del Tevere nel suo tratto urbano. Lo stratega bizantino, infatti, preoccupato per il sostentamento dell’Urbe assediata, “attaccò funi, tese al massimo, da una riva all’altra del fiume e vi legò due barchette affiancate, a due piedi di distanza fra loro, proprio nel punto in cui l’afflusso dell’acqua scendeva più possente dall’arcata del ponte; in ciascuna barchetta mise due mole, e in mezzo appese il congegno che soleva farle girare. Poi legò in serie altre barchette attaccate via via ad altre che erano dietro e vi mise dentro allo stesso modo i congegni. Con l’impeto progressivo dell’acqua le macchine, ruotando su loro stesse l’una dopo l’altra, mettevano in azione le mole e macinavano quanto necessitava alla città”.
Nel Medioevo il ponte fu chiamato in Onda, come la vicina chiesa di San Salvatore in Onda, e anche Pons Fractus o raptus, perché un’inondazione lo aveva travolto e completamente distrutto nel 792. Nel 1018 lo ritroviamo, infatti, con la denominazione di pontem francutm ubi de Unda diximus e cioè “il ponte Rotto nel luogo chiamato Onda”. Una tradizione popolare dice che quando Francesco Maria della Rovere, poi papa Sisto IV, risiedeva nel convento di San Salvatore in Onda, era molto infastidito dal fatto di dover arrivare fino a Ponte Sant’Angelo e poi tornare indietro ogni volta che voleva raggiungere il Vaticano. Si era dunque ripromesso, in caso fosse divenuto papa, di ricostruire l’antico ponte distrutto le cui vestigia erano visibili nel fiume proprio dinanzi al suo convento. In realtà il papa ligure incluse la riedificazione del ponte in quel complesso di opere realizzate per l’Anno Santo del 1475 che vide l’inaugurazione di molte nuove strade: la Via Papalis, che portava da Castel Sant’Angelo a Campo Marzio; la Via Recta (detta in seguito via dei Coronari) e la Via Florea (ribattezzata poi via del Pellegrino). Quello stesso anno vide l’inizio dei lavori per la Cappella Sistina, l’emanazione della bolla che sanciva la nascita ufficiale della Biblioteca Apostolica Vaticana, i restauri dell’ospedale di Santo Spirito in Sassia e della chiesa di Santa Maria del Popolo, la costruzione di Palazzo Cardini, sede del Governatorato di Roma, nonché la prima pavimentazione urbana fatta con le selci dette sampietrini. Tra le varie opere che, come ogni Anno Santo, si realizzavano per migliorare la viabilità della città e regolare l’afflusso di persone e cose, la costruzione del nuovo ponte era sicuramente sentita come una delle più necessarie dopo che nel precedente Giubileo centinaia di persone erano morte per il crollo delle spallette del sovraffollato Ponte Sant’Angelo, al tempo unico collegamento tra le sponde del Tevere presso San Pietro. I lavori cominciarono nel 1473 ed è Stefano In fessura a fornirci una cronaca: “L’anno 1473 ai dì 29 aprile lo Papa con quattro cardinali et molti vescovi si conferì da palazzo in Trastevere e a Ponte Rotto canto lo fiume e mise sulle fondamenti di detto ponte una pietra quadra dove stava scritto: SIXTUS IV PONT.MAX. FECIT FIERI / SUB ANNO DOMINI MCDLXXIII. Dereto a quella pietra mise lo Papa certe medaglie d’oro con la sua testa e doppo fece edificare quello ponte lo quale da lì in poi non fu chiamato più Ponte Rotto ma Ponte Sisto, come dicono le lettere lì scritte”.
Secondo Giorgio Vasari l’autore della ricostruzione fu Baccio Pontelli, anche se la sua presenza a Roma non è documentata prima del 1482. L’architetto fiorentino disegnò il nuovo ponte su quattro arcate con archivolti mondanati e una elegante curvatura “a schiena d’asino”. Incorporò nella prima arcata, quella sulla riva destra, gli avanzi del Pons Aurelius e nel pilone centrale aprì un grosso foro rotondo, che i romani chiamavano Occhialone. Questo fu spesso utilizzato come una sorta di rudimentale idrometro, secondo quanto è testimoniato da questo detto popolare: “Si a Ponte Sisto all’Occhialone ce passa l’acqua, pòi stà’ sicuro che mezza Roma starà sottacqua”.
In seguito, per visualizzare meglio il livello raggiunto dalle acque, non ci si affidò più a metodi così imprecisi e, sin dai primi anni dell’Ottocento, furono introdotti degli autentici idrometri. Il rinvenimento proprio presso Ponte Sisto di uno strumento simile di età romana dimostrò che queste scale graduate avevano fatto la loro comparsa nell’area già nell’Evo antico.
Sui parapetti del ponte, alla riva sinistra, furono poste due epigrafi, oggi conservate in museo e sostituite da riproduzioni. In quella di destra si legge:

XYSTUS IIII PONT MAX
AD UTILITATEM P RO PEREGRINAEQUE MULTITUDINIS
AD IUBILEUM VENTURAE PONTEM
HUNC QUEM MERITO RUPTUM VOCABANT A FUN-
DAMENTIS MAGNA CURA ET IMPENSA RESTITUIT
XYSTUMQUE SUO DE NOMINE APPELLARI
VOLUIT


ovvero: “Sisto IV pontefice massimo ad utilità del popolo romano [ad utilitatem p(opuli) ro(mani)] e della moltitudine dei pellegrini che arriverà al Giubileo questo ponte che a ragione chiamavano Rotto dalle fondamenta ricostruì con grande cura e spesa e volle che dal suo nome fosse chiamato Sisto”.

Immagine

Papa Sisto IV


A proposito della grande spesa per la costruzione del ponte sarà interessante ricordare che, oltre a un lascito del cardinal Torquemada, teologo e umanista zio del famoso inquisitore, un fondamentale contributo lo diedero le più ricche cortigiane della città, tassate ogniqualvolta vi erano edifici pubblici da costruire o sistemare. Un’altra iscrizione, di fronte alla precedente, è una sorta di buon augurio:

MCCCCLXXV
QUI TRANSIS XISTI QUARTI BENEFICI
DEORUM ROGAVIT PONTIFICEM OPTIMUM
MAXIMUM DIU NOBIS SALVET AC SOSPITET BENE
VALE QUISQUIS ES UBI HAEC PRECATUS
FUERIS



cioè: “1475. O tu che passi per benignità di Sisto IV, chiedi alla provvidenza divina che ci conservi a lungo e in buona salute questo pontefice ottimo massimo e tu pure che rivolgi questa preghiera, stai bene, chiunque tu sia”.

Nel Cinquecento il ponte recuperò in alcuni documenti l’antico nome di Aurelio sive Janiculensi, e all’inizio del secolo fu coinvolto nella principale vicenda urbanistica della città. Con il tracciato di via Giulia, infatti, da Ponte Sisto ai Fiorentini, il Vaticano si connetteva con i rioni più popolosi della città, Ponte, Regola e Sant’Angelo. Il percorso, disegnato da Bramante per Giulio II, fu concepito come una direttrice che allineava, in successione, la corte papale, il centro finanziario della zona dei Banchi Vecchi e un’area giudiziaria e amministrativa nel rione Regola che non fu mai realizzata. Il circuito via Giulia-Ponte Sisto-via della Lungara, che doveva essere completato da un altro ponte all’altezza di piazza dei Fiorentini, doveva inoltre saldare, come un anello, i percorsi più interni con gli scali commerciali sul Tevere.
Divenuto così importante per i collegamenti cittadini, il ponte fu conseguentemente protagonista di un breve fatto d’armi il 26 maggio 1527, durante il sacco di Roma: presidiato da pochissimi difensori, fu preso d’assalto e facilmente conquistato dai lanzichenecchi, che lo posero sotto il loro controllo. Nel 1575 ebbe bisogno di un restauro, che fu eseguito da Matteo da Città di Castello e terminato dal Vignola. Un intervento di sostituzione dei parapetti e del lastricato si ebbe nel 1598, durante il pontificato di Clemente VIII Aldobrandini.
Una leggenda collega Ponte Sisto alla figura di Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj. Popolarmente detta la Pimpaccia, la nobildonna era nata a Viterbo nel 1592 e divenne sposa del marchese Pamphilio Pamphilj, da cui ebbe due figli. Rimasta vedova, rinsaldò i suoi rapporti con il cognato, Giovanni Battista, che nel 1644 salì al soglio pontificio con il nome di Innocenzo X. Donna Olimpia divenne allora la vera padrona di Roma e chi voleva ottenere appoggio dal papa doveva passare per il salotto della donna che fu soprannominata “porta del Vaticano”. Le pasquinate l’accusavano di essere l’amante del papa, ma l’imperturbabile madama continuò tranquillamente a sfruttare la propria posizione di potere per coltivare l’unica passione che pareva avere nella vita: il denaro. Passò anni arraffando ovunque ricchezze e, secondo la voce popolare, quando Innocenzo X morì, nel gennaio 1655, la donna arrivò a portarsi via due cassette piene d’oro che il papa teneva sotto il letto. Con la morte del suo augusto protettore la nobildonna capì di non poter rimanere più a lungo a Roma. Una leggenda la volle in fuga nella notte, a rompicollo, su una carrozza che lei stessa guidava. Il veicolo fu visto imboccare a corsa sfrenata Ponte Sisto, lasciando dietro di sé una gran fiammata e odore di zolfo, mentre i cavalli imbizzarriti travolgevano la spalletta del ponte e, con un folle volo, trascinavano la carrozza tra i gorghi del Tevere. La scena, secondo qualche esperto di fantasmi, si ripeterebbe ancora oggi ogni notte, anche se resta difficile capire come un evento così spettacolare possa sistematicamente sfuggire alle torme di ragazzi che fino all’alba popolano i dintorni del ponte. In realtà, la fine della Pimpaccia fu più prosaica seppure egualmente tragica: il papa successivo Alessandro VII Chigi, la confinò agli arresti domiciliari nella sua villa di San Martino al Cimino e la condannò a restituire il denaro sottratto. Qui la donna morì a 65 anni, contagiata dalla peste, senza tuttavia aver restituito neppure un centesimo.

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Donna Olimpia



Al di là delle cupe leggende, il ponte fu teatro anche di eventi gioiosi e spettacolari della Roma papale: grandi feste fluviali si svolgevano, accompagnate da cacce e regate, tra i ponti Sisto e Sant’Angelo. Dal poeta secentesco Camillo Peresio abbiamo la descrizione, nel suo poema Il Maggio Romanesco, di una gara tra vogatori: “Tocca la tromba e ogni barchetta spicca e schina e bracci menan quanto ponno, ognun de gara se riscalda e picca”.
A destra del ponte si apre piazza Trilussa, intitolata al nom del plume di un altro grande poeta romanesco, Carlo Alberto Palustri (1871-1950), a cui nel dicembre 1954 fu dedicato un busto bronzeo dello scultore Lorenzo Ferri. L’opera rappresenta il poeta, scrisse al tempo Ceccarius, “quando recitava accompagnando con un movimento della bella mano cosiddetta michelangiolesca l’armoniosa cadenza dei versi”. Sulla facciata del basamento sono incisi questi versi:

Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all’ombra d’un pajaro
vedo un porco e je dico: - Addio, maiale! –
Vedo un ciuccio e je dico: - Addio somaro! –
Forse ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazione
de poté di’ le cose come stanno
senza paura de finì in prigione.

In fondo alla piazza spicca la Fontana dell’Acqua Paola, detta anche Fontanone di Ponte Sisto. La realizzarono nel 1613 Giovanni Vasanzio e Giovanni Fontana, come mostra dell’Acquedotto Paolo, voluto da Paolo V Borghese riutilizzando le sorgenti dell’Acquedotto di Traiano.
L’antico acquedotto imperiale partiva da Anguillara e seguiva dapprima il corso di un emissario del lago di Bracciano, l’Arrone; poi, superato su un grande ponte a più arcate il Fosso di Galeria, dove incontrava l’Acquedotto Allietino, continuava attraversando su arcate la località detta tuttora degli Arcacci. Tornando a scorrere sottoterra fiancheggiava la via Cassia fino alla Giustiniana, e poi seguiva la via Triumphalis e gli antichi tracciati delle odierne vie della Pineta Sacchetti e del Casale di San Pio V. A partire da quest’ultima tornava a percorrere, all’esterno dell’attuale Villa Pamphilj, una struttura ad arcate in opus reticulatum e laterizio oggi parzialmente inglobate nelle strutture secentesche dell’Acqua Paola. Il castello per la distribuzione delle acque in città (in cui furono scoperte sessanta fistulae aquariae di piombo) si trovava presso Porta Aurelia, poi divenuta Porta di San Pancrazio.
Tagliato durante l’assedio dei Goti di Vitige nel 537, l’acquedotto fu ripristinato dal generale bizantino Belisario; nuovamente interrotto nel 752 dai Longobardi, fu riattivato vent’anni dopo da papa Adriano I. Era sicuramente ancora in uso nel IX secolo, e anche in seguito, fino al Trecento e al Quattrocento, si cercò di poterlo utilizzare almeno per servire il Vaticano e i molini del Trastevere. Agli inizi del XVII secolo, papa Paolo V Borghese optò per il rifacimento completo, opera nella quale, tuttavia, si riutilizzarono largamente le antiche strutture. Il nuovo acquedotto, detto dell’Acqua Paola, venne solennemente inaugurato nel 1618. Il Fontanone di Ponte Sisto, che si trovava un tempo sulla riva opposta, addossato all’Ospizio dei Mendicanti di via Giulia, era costituito da una grande nicchia con volta a botte, ai lati della quale due colonne ioniche sorreggevano l’architrave sormontato dallo stemma pontificio di Paolo V (1605-21). Nella parte più alta della nicchia “da una larga apertura sgorgava una gran massa d’acqua, che veniva accolta da una vaschetta sorretta da una mensola, e che ricadeva poi fragorosamente nella grande vasca poggiata sul livello stradale. Due draghi alati, scolpiti a rilievo sui basamenti delle colonne, sprizzavano dalla bocca due violenti getti d’acqua che s’incrociavano, mentre due teste di leone, negli stilobati sotto le bugne, lasciavano cadere due fiotti d’acqua dalle fauci semiaperte nelle estreme modanature laterali della grande vasca. Sei colonnine di granito rosso, collegate da spranghe di ferro orizzontali, completavano la monumentale fontana, circondandola della loro protezione”. Nel 1690 fu completa un’altra mostra, ben più spettacolare, sul Granicolo, che ebbe il nome di Fontanone del Gianicolo. Nel 1878, anno della costruzione degli argini sul Tevere, la fontana di via Giulia fu smontata e chiusa nei magazzini comunali. Vent’anni dopo, nel 1898, la fontana fu ricostruita nell’attuale sede ad opera di Angelo Vescovali; l’architetto, tuttavia, poté riutilizzare solo in minima parte gli elementi originali, seriamente danneggiati, e alterò il disegno del monumento aggiungendo alla struttura un’ampia gradinata di 15 scalini.
A parte le consuete inondazione del Tevere, Ponte Sisto visse lunghi periodi di tranquillità. Nel XIX secolo fu illuminato con i lampioni a petrolio, che nel 1870 furono sostituiti con quelli a gas. Un radicale mutamento doveva arrivare nel 1877. A quell’epoca il traffico cittadino proveniente da Trastevere era cresciuto e, nel lungo percorso fra Ponte Sant’Angelo e l’Isola Tiberina, si potevano utilizzare soltanto il piccolo ponte sospeso ai Fiorentini, solo per i pedoni, e Ponte Sisto, che non poteva più reggere il continuo passaggio dei carri che trasportavano in città le derrate alimentari. Si pensò allora di ampliarne la carreggiata con un ingegnoso intervento, all’avanguardia per quei tempi: una sovrastruttura metallica sorretta da mensoloni, fiancheggiata da spallette in ghisa. Al Campidoglio si svolse un’aspra battaglia per far approvare il progetto: a capo dell’opposizione era l’ingegner Gabet, che contrastò un consiglio comunale che contava tra i suoi membri anche Terenzio Mamiani, Benedetto Cairoli e Giuseppe Garibaldi. L’opposizione fu tenace, ma i problemi soverchianti del traffico rendevano l’opera non più differibile.
Il vecchio ponte indossò così la sua “armatura”, con i mensoloni, le spallette in ghisa e i lampioni, e così corazzato continuò il suo volenteroso servizio finché non fu rimpiazzato con Ponte Garibaldi nel 1888.
Nella seconda metà del secolo scorso, nel 1966, si tentò di dare al ponte pedonalizzato l’aspetto di una fiera permanente per la vendita di oggetti e libri d’antiquariato. L’aspetto delle installazioni, piuttosto arrangiate e poco confacenti alla bellezza del luogo, risultò deturpante e l’esperimento ebbe fortunatamente brevissima durata. Intanto, dopo lunghi dibattiti, si faceva lentamente strada il progetto di riportare il ponte al suo assetto originario; lo curò, a partire dal 1980, l’architetto Gaetano Miarelli Mariani, che riuscì a portarlo avanti nonostante mille difficoltà burocratiche e finanziarie. L’antica struttura venne consolidata e ripristinata in tutte le superfici degradate; furono successivamente rimosse le sovrastrutture metalliche e ricostruiti i parapetti, recuperando l’aspetto quattrocentesco del ponte. I lavori furono definitivamente completati per il Giubileo del 2000.



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Re: I ponti di Roma

Messaggioda eric draven » 18 gen 2011, 0:43

Grazie Frescobaldi :)
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 18 gen 2011, 0:56

Di nulla... :)

Spero di poter trascrivere altro materiale estrapolato da questo bel libro che acquistai a Roma l'anno scorso e postarlo qui...tempo permettendo...
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda eric draven » 18 gen 2011, 0:57

devi farlo assolutamente.....anche se ti dirò che mi hai messo una nostalgia di Roma che...... :(
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 18 gen 2011, 1:03

eric draven ha scritto:devi farlo assolutamente.....anche se ti dirò che mi hai messo una nostalgia di Roma che...... :(



Beh...allora siamo in due... :D ;)
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda eric draven » 18 gen 2011, 1:09

Vuol dire che ci si prenderà una pizza assieme,prima o poi...;)
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 18 gen 2011, 1:24

Volentieri... ;)
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Puteoli » 7 feb 2011, 22:28

Grazie Frescobaldi, vedo che hai una passione del Classico mostruosa, ed è un piacere
leggerti.
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 9 feb 2011, 0:14

Puteoli ha scritto:Grazie Frescobaldi, vedo che hai una passione del Classico mostruosa, ed è un piacere
leggerti.


Ti ringrazio... :)
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 26 mag 2011, 11:26

Ponte Sant'Angelo

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Parte I




Questo celebre ponte, che sorge dinanzi a Castel Sant’Angelo, collega i lungotevere Castello e Vaticano, nel rione Borgo, con i lungotevere degli Altoviti e Tor di Nona, nel rione Ponte. È lungo 130 metri per 9 di larghezza ed è talmente pieno di storia da poter far concorrenza a Ponte Milvio: ma se Ponte Milvio vide avvenimenti per la maggior parte bellici, Ponte Sant’Angelo vide le orme di milioni e milioni di pellegrini che si recavano a pregare sulla tomba di Pietro.
Il primo progetto di questo ponte risale al 146 d.C., quando fu realizzato come monumentale accesso alla tomba dell’imperatore Elio Adriano (117-138), edificata sull’area degli Orti di Domizia. Quando volle costruire il proprio mausoleo imperiale, Adriano ne affidò il disegno e la costruzione all’architetto Demetriano. Questi ideò l’enorme struttura, realizzata tra il 123 e il 139 d.C., costituita da un basamento quadrato di 84 metri per lato, sormontato da un alto corpo cilindrico con il diametro di 64 metri sul quale era posta una colossale quadriga bronzea. Fino agli inizi del III secolo il mausoleo accolse le ceneri di vari membri della dinastia degli Antonimi e successivamente di quella dei Severi: l’ultimo imperatore a esservi sepolto fu Caracolla. Nel 403 la possente struttura venne inclusa nella cinta muraria cittadina e il mausoleo divenne una sorta di roccaforte al di là del Tevere.
Durante la costruzione del mausoleo, Demetriano volle dotarlo di un accesso trionfale: tracciò dunque un ampio viale presso il Tevere, fiancheggiato da colonne e splendide statue, che arrivava sino a un’imponente cancellata decorata da quei pavoni di bronzo che si trovano oggi nel Cortile della Pigna ai Musei Vaticani.
Il viale doveva necessariamente attraversare il Tevere e per tale motivo nell’anno 136 fu completato il Ponte Elio, detto così dal nome dell’imperatore. Il ponte si trovava a pochissima distanza dall’inizio della via Aurelia, la via consolare costruita intorno al 241 a.C., che in origine, come Aurelia Vetus, partiva proprio dall’area del mausoleo. Tuttavia non veniva utilizzato come un normale ponte cittadino perché era attraversato soltanto per andare a rendere omaggio alle sepolture imperiali. In base agli scavi ottocenteschi si sono ricostruite le misure originarie del ponte: 135 metri di lunghezza e 11 di larghezza. Era realizzato con peperino e travertino, mentre la massicciata era costituita da calcestruzzo e scaglie di tufo. Fino agli interventi quattrocenteschi, a cui seguirono le radicali modifiche ottocentesche, la struttura si caratterizzò come uno dei migliori esempi della sagacia costruttiva degli antichi Romani: oltre ai tre fornici centrali, infatti, ne aveva altri disposti in modo da fronteggiare le variazioni di portata del fiume. Due fornici più piccoli, posti un poco più in alto, servivano a favorire il deflusso delle acque in caso di piena moderata; altri due, alle estremità e ad un livello superiore, costituivano uno sfogo per le grosse piene e infine un ultimo, il più elevato, sulla sponda sinistra era utile per le piene di eccezionale entità. Il nome Elio fu conservato fino al 590, quando Gregorio Magno, alla testa di una processione di oranti e penitenti che attraversava il ponte per invocare la fine di una terribile pestilenza, ebbe la famosa visione dell’Arcangelo Michele. L’evento è così ricordato da Gregorovius: “La processione fu ordinata nel modo seguente: il popolo fu diviso per età e per condizione sociale, in sette gruppi, ognuno dei quali doveva riunirsi in una chiesa diversa e di lì recarsi solennemente fino a Santa Maria Maggiore; i chierici mossero dai Santi Cosma e Damiano insieme ai preti della sesta regione; gli abati con i loro monaci dai Santi Gervasio e Protasio insieme a quelli della quarta; le badesse, con tutte le monache, e i parroci della prima regione dai Santi Marcellino e Pietro. I bambini partirono dai Santi Giovanni e Paolo al Celio, con i preti della seconda regione; i laici con quelli della settima da Santo Stefano al Celio; le vedove con quelli della quinta da Sant’Eufemia; infine, tutte le donne sposate mossero da San Clemente insieme ai preti della terza regione”. Nonostante le invocazioni degli oranti la peste “accompagnava il corteo e falciava gli uomini, facendoli stramazzare al suolo senza vita; ma, all’improvviso, una visione soprannaturale pose termine alle litanie e al contagio. Mentre Gregorio, alla testa della processione, attraversava il ponte che conduce a San Pietro, il popolo vide librarsi nell’aria, sopra la Mole Adriana, l’arcangelo Michele che, davanti agli occhi attoniti dei fedeli, rinfoderò la sua spada fiammeggiante come per significare che la pestilenza era finita”.
In memoria di questo straordinario evento, nell’VIII secolo fu costruita sulla sommità del mausoleo-fortezza una cappella dedicata a San Michele Arcangelo. Nel corso dei secoli sulla cime del castello si alternarono diverse statue di san Michele arcangelo e tuttora la terrazza del castello è dominata da una statua bronzea dell’Angelo che rinfodera la spada, commissionata nel 1753 da papa Benedetto XIV allo scultore fiammingo Pieter Anton van Verschaffelt (1710-93).
Durante il Medioevo il ponte continuò ad essere costituito da tre fornici maggiori e cinque minori; di questi però soltanto due erano ancora in uso mentre i rimanenti erano interrati.
Nel 1111, durante le lotte tra papa Pasquale II e l’imperatore Enrico V, fu teatro di un duro scontro tra le truppe tedesche e i romani che tentavano di liberare il papa prigioniero nella Città Leonina.
Durante il primo Anno Santo proclamato da Bonifacio VIII, che vide affluire a Roma gran copia di pellegrini, il ponte fece la parte del leone: su di esso, infatti, passò la quasi totalità dei visitatori che si recavano a San Pietro.
Una fila di bancarelle, al centro, lo divideva in due corsie che furono utilizzate per disciplinare, a seconda della direzione, le moltitudini dei romei che si recavano a San Pietro e di quelli che ne tornavano. La scena venne descritta da un testimone d’eccezione, Dante Alighieri, anche lui pellegrino a Roma in quell’anno 1300:

Come i Roman, ter l’esercito molto
l’anno del giubileo su per lo ponte
hanno a passar la gente molto tolto,
che dall’un lato tutti hanno la fronte
verso ‘l Castello e vanno a Santo Pietro
dall’altra sponda vanno verso il monte.

Inferno (XVIII, 31-33)

Ponte Sant’Angelo è dunque la strada più breve per arrivare a San Pietro dall’area di Campo Marzio, e per tale motivo sarà detto ponte sancti Petri.
Anche nel tardo Medioevo il ponte non subì modifiche di rilievo a causa del trasferimento dei papi ad Avignone. La struttura fu trascurata e non si ebbero restauri, se si eccettua il fatto che le botteghe furono eliminate in maniera piuttosto drastica dall’antipapa Giovanni XXIII che, a sentire i testi, combustis quibusdam casellis mercatorum in eodem pontem consistentibus, non si fece alcuno scrupolo di darle alle fiamme.
Nel XV secolo, sotto il pontificato di Eugenio IV (1431-47), Ponte Sant’Angelo vide la fine di uno dei più violenti tiranni di Roma. Il 19 marzo 1440, infatti, il governatore della città cardinale Vitelleschi, responsabile di sanguinose repressioni di proteste popolari, diede avviso che sarebbe transitato sul ponte con tutte le sue truppe per raggiungere la Toscana. Il governatore del Castello Antonimo Rido, che odiava il cardinale e aveva fondati motivi per temerlo, ordì rapidamente una congiura e gli tese una trappola proprio sul ponte.
All’arrivo del cardinale, il Rido gli si fece incontro e, preso il cavallo per la cavezza in atto di venerazione, procedette accanto alla cavalcatura intrattenendo il cardinale in amabile conversazione e, al tempo stesso, facendogli ritardare il passaggio. Quando tutte le truppe del cardinale ebbero passato la Porta San Pietro, il Rido fece fulmineamente abbassare la pesante saracinesca e dichiarò suo prigioniero il Vitelleschi. Il cardinale, da vero uomo d’armi, si difese a gran colpi di spada ma fu ferito gravemente e rinchiuso in una prigione del Castello dove, pochi giorni dopo, spirò.
Il 19 dicembre 1450, sotto il pontificato di Niccolò V (1447-55), il ponte fu teatro di una grave tragedia. Si è quasi alla fine dell’Anno Santo, che il papa, in base all’antico computo cinquantennale, aveva indetto dal 19 gennaio 1449 con la bolla Immensa e innumerabilia. Venne detto l’Anno d’Oro, perché fu inaugurato aprendo una Porta d’Oro a San Pietro insieme alla porta giubilare già esistente nella basilica di San Giovanni in Laterano. L’afflusso dei pellegrini era stato notevole e cospicui erano stati i guadagni di taverne e osterie. Cosimo de’ Medici aveva gestito il cambio delle valute e i servizi di tesoreria. Per provvedere al cambio dei pellegrini erano state coniate speciali monete in lega d’argento e si ebbe la prima emissione di monete commemorative.
Fra la marea di gente che in quel giorno di dicembre attraversa il ponte per recarsi alla basilica a venerare la Veronica, vi è il cardinale Pietro Barbo la cui bianca mula, terrorizzata dalla ressa, inizia a scalciare a destra e a manca, senza poter essere trattenuta. La folla, nel tentativo di sfuggire ai calci dei quadrupede imbizzarrito, si stringe alle spallette del ponte che a un certo punto non reggono più alla pressione e cedono. Così ci descrive l’avvenimento il cronista quattrocentesco Stefano Infessura: “la gente per la calca granne cascava in terra, et fo nello ditto ponte sì granne pressura che lì vi morsero persone doicento e tre cavalli affocati, et la ditta mula et molti ne cascarono in fiume”. Dopo un così gran numero di vittime il ponte fu chiuso al transito per essere restaurato. Papa Niccolò non soltanto volle recuperare il ponte ma lo dotò, sulla riva destra, di una larga porta con due alti torrioni; sulla riva sinistra, invece, fra il 1451 e il 1454, costruì due cappellette votive ad espiazione del tragico avvenimento dell’Anno Santo e fece aprire le piazza di Ponte. Le cappellette erano di forma ottagonale, consacrate l’una a Santa Maria Maddalena e l’altra ai Santi Innocenti. I documenti ricordano, inoltre, come il ponte fu ricoperto da un loggiato commissionato a Leon Battista Alberti “per difesa del sole ne tempi de state, e delle pioggie e de’ venti l’inverno”. A memoria di questi lavori su uno dei piloni del ponte si legge tuttora la scritta N.PP.V.
Il 1481 vide la prima accensione della Girandola a Castel Sanr’Angelo, tradizione popolare oggi dimenticata. Questo particolare e scenografico fuoco d’artificio, che si svolgeva il 29 giugno per la festa dei santi Pietro e Paolo, costituì per secoli una delle grandi manifestazioni di richiamo della Roma papale, tanto da avere qualche seguito anche dopo il 1870, indipendentemente dalla ricorrenza religiosa. Gli stessi Reali d’Italia, Umberto e Margherita, assistettero allo spettacolo dalle finestre di Palazzo Altoviti, sul lungotevere. I fuochi erano sparati dal luogo più alto del Castello creando, attorno alla fortezza, una sorta di corona di luce; al centro la statua dell’Angelo appariva come avvolta dalle fiamme e il riflesso dei fuochi nell’acqua, oltre alle scariche e alle esplosioni continue, costituiva uno spettacolo di tale fascino da mandare in visibilio gli spettatori provenienti da tutto il mondo che si accalcavano a piazza di Ponte. Ecco la descrizione del Belli nel sonetto La ggirànnola der 34:

Ce fussi a ggirànnola jjerzera?
Ma eh? cche ffuntanoni! eh? cche scappate!
quante bbattajjerie! che ccannonate!
cristo, er monno de razzi che nun c’era!
E la vedessi quela lusce nera
c’ussciva da le fiamme illuminate?
Nun paréveno furie scatenate?
che vvienissin’a ffà nnas’e pprimiera?
E ll’Angelo che stava in de l’interno
de quer fiume co ttutto er zu’palosso,
nun pareva un demonio de l’inferno?



(continua)


Da A.Tagliaferri-V.Varriale, I ponti di Roma, N&C
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Florian » 26 mag 2011, 11:29

Frescobaldi ha scritto:
eric draven ha scritto:devi farlo assolutamente.....anche se ti dirò che mi hai messo una nostalgia di Roma che...... :(



Beh...allora siamo in due... :D ;)


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Re: I ponti di Roma

Messaggioda fulvia » 26 mag 2011, 11:38

a proposito...scattino...
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Re: I ponti di Roma

Messaggioda Frescobaldi » 26 mag 2011, 11:44

:)
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