
Il ponte collega piazza Trilussa, in Trastevere, a piazza San Giovanni della Malva, nel rione Regola. L’attuale nome lo ebbe nel 1475 quando fu completamente ricostruito da papa Sisto IV nel luogo dove erano i ruderi di un antico ponte romano.
Questa struttura doveva risalire al III secolo e, in una notitia del IV secolo d.C., era detta Pons Aurelius o Janiculensis, perché congiungeva l’area dove si trova ora piazza Campo de’ Fiori con l’Aurelia vetus, che iniziava alle falde del Granicolo. Poiché in antichi codici agiografici del VII secolo il Pons Aurelius è chiamato anche Pons Antoninus, si è ipotizzato che il costruttore possa essere stato Antonino Caracolla, che aveva ereditato dalla famiglia grandi proprietà nel Trastevere. Qualcuno, tuttavia, ha elaborato un’ipotesi differente riguardo all’origine del nome Antoninus. Nello stesso luogo, infatti, doveva sorgere un antico ponte, che dal Campo Marzio conduceva alla Naumachia di Augusto in Trastevere, detto originariamente Pons Agrippae. Secondo un frammento dei Fasti Ostienses, nel 147 d.C. fu eseguito un restauro dell’opera dall’imperatore Antonino Pio che conseguentemente diede al ponte il suo nome: Imp(erator) Antoninus Aug(ustus) pontem Agrippae dedic(avit). In ogni caso del IV secolo la costruzione divenne più nota come Pons Valentinianus, dal nome dell’imperatore Valentiniano che si era occupato della sua ricostruzione nel 327.
Durante la guerra gotica, secondo la narrazione dello storico Procopio, fu dinanzi a questo ponte che il generale Belisario creò i primi mulini ad acqua, che poi sarebbero divenuti per secoli una caratteristica del Tevere nel suo tratto urbano. Lo stratega bizantino, infatti, preoccupato per il sostentamento dell’Urbe assediata, “attaccò funi, tese al massimo, da una riva all’altra del fiume e vi legò due barchette affiancate, a due piedi di distanza fra loro, proprio nel punto in cui l’afflusso dell’acqua scendeva più possente dall’arcata del ponte; in ciascuna barchetta mise due mole, e in mezzo appese il congegno che soleva farle girare. Poi legò in serie altre barchette attaccate via via ad altre che erano dietro e vi mise dentro allo stesso modo i congegni. Con l’impeto progressivo dell’acqua le macchine, ruotando su loro stesse l’una dopo l’altra, mettevano in azione le mole e macinavano quanto necessitava alla città”.
Nel Medioevo il ponte fu chiamato in Onda, come la vicina chiesa di San Salvatore in Onda, e anche Pons Fractus o raptus, perché un’inondazione lo aveva travolto e completamente distrutto nel 792. Nel 1018 lo ritroviamo, infatti, con la denominazione di pontem francutm ubi de Unda diximus e cioè “il ponte Rotto nel luogo chiamato Onda”. Una tradizione popolare dice che quando Francesco Maria della Rovere, poi papa Sisto IV, risiedeva nel convento di San Salvatore in Onda, era molto infastidito dal fatto di dover arrivare fino a Ponte Sant’Angelo e poi tornare indietro ogni volta che voleva raggiungere il Vaticano. Si era dunque ripromesso, in caso fosse divenuto papa, di ricostruire l’antico ponte distrutto le cui vestigia erano visibili nel fiume proprio dinanzi al suo convento. In realtà il papa ligure incluse la riedificazione del ponte in quel complesso di opere realizzate per l’Anno Santo del 1475 che vide l’inaugurazione di molte nuove strade: la Via Papalis, che portava da Castel Sant’Angelo a Campo Marzio; la Via Recta (detta in seguito via dei Coronari) e la Via Florea (ribattezzata poi via del Pellegrino). Quello stesso anno vide l’inizio dei lavori per la Cappella Sistina, l’emanazione della bolla che sanciva la nascita ufficiale della Biblioteca Apostolica Vaticana, i restauri dell’ospedale di Santo Spirito in Sassia e della chiesa di Santa Maria del Popolo, la costruzione di Palazzo Cardini, sede del Governatorato di Roma, nonché la prima pavimentazione urbana fatta con le selci dette sampietrini. Tra le varie opere che, come ogni Anno Santo, si realizzavano per migliorare la viabilità della città e regolare l’afflusso di persone e cose, la costruzione del nuovo ponte era sicuramente sentita come una delle più necessarie dopo che nel precedente Giubileo centinaia di persone erano morte per il crollo delle spallette del sovraffollato Ponte Sant’Angelo, al tempo unico collegamento tra le sponde del Tevere presso San Pietro. I lavori cominciarono nel 1473 ed è Stefano In fessura a fornirci una cronaca: “L’anno 1473 ai dì 29 aprile lo Papa con quattro cardinali et molti vescovi si conferì da palazzo in Trastevere e a Ponte Rotto canto lo fiume e mise sulle fondamenti di detto ponte una pietra quadra dove stava scritto: SIXTUS IV PONT.MAX. FECIT FIERI / SUB ANNO DOMINI MCDLXXIII. Dereto a quella pietra mise lo Papa certe medaglie d’oro con la sua testa e doppo fece edificare quello ponte lo quale da lì in poi non fu chiamato più Ponte Rotto ma Ponte Sisto, come dicono le lettere lì scritte”.
Secondo Giorgio Vasari l’autore della ricostruzione fu Baccio Pontelli, anche se la sua presenza a Roma non è documentata prima del 1482. L’architetto fiorentino disegnò il nuovo ponte su quattro arcate con archivolti mondanati e una elegante curvatura “a schiena d’asino”. Incorporò nella prima arcata, quella sulla riva destra, gli avanzi del Pons Aurelius e nel pilone centrale aprì un grosso foro rotondo, che i romani chiamavano Occhialone. Questo fu spesso utilizzato come una sorta di rudimentale idrometro, secondo quanto è testimoniato da questo detto popolare: “Si a Ponte Sisto all’Occhialone ce passa l’acqua, pòi stà’ sicuro che mezza Roma starà sottacqua”.
In seguito, per visualizzare meglio il livello raggiunto dalle acque, non ci si affidò più a metodi così imprecisi e, sin dai primi anni dell’Ottocento, furono introdotti degli autentici idrometri. Il rinvenimento proprio presso Ponte Sisto di uno strumento simile di età romana dimostrò che queste scale graduate avevano fatto la loro comparsa nell’area già nell’Evo antico.
Sui parapetti del ponte, alla riva sinistra, furono poste due epigrafi, oggi conservate in museo e sostituite da riproduzioni. In quella di destra si legge:
AD UTILITATEM P RO PEREGRINAEQUE MULTITUDINIS
AD IUBILEUM VENTURAE PONTEM
HUNC QUEM MERITO RUPTUM VOCABANT A FUN-
DAMENTIS MAGNA CURA ET IMPENSA RESTITUIT
XYSTUMQUE SUO DE NOMINE APPELLARI
VOLUIT
ovvero: “Sisto IV pontefice massimo ad utilità del popolo romano [ad utilitatem p(opuli) ro(mani)] e della moltitudine dei pellegrini che arriverà al Giubileo questo ponte che a ragione chiamavano Rotto dalle fondamenta ricostruì con grande cura e spesa e volle che dal suo nome fosse chiamato Sisto”.

A proposito della grande spesa per la costruzione del ponte sarà interessante ricordare che, oltre a un lascito del cardinal Torquemada, teologo e umanista zio del famoso inquisitore, un fondamentale contributo lo diedero le più ricche cortigiane della città, tassate ogniqualvolta vi erano edifici pubblici da costruire o sistemare. Un’altra iscrizione, di fronte alla precedente, è una sorta di buon augurio:
QUI TRANSIS XISTI QUARTI BENEFICI
DEORUM ROGAVIT PONTIFICEM OPTIMUM
MAXIMUM DIU NOBIS SALVET AC SOSPITET BENE
VALE QUISQUIS ES UBI HAEC PRECATUS
FUERIS
cioè: “1475. O tu che passi per benignità di Sisto IV, chiedi alla provvidenza divina che ci conservi a lungo e in buona salute questo pontefice ottimo massimo e tu pure che rivolgi questa preghiera, stai bene, chiunque tu sia”.
Nel Cinquecento il ponte recuperò in alcuni documenti l’antico nome di Aurelio sive Janiculensi, e all’inizio del secolo fu coinvolto nella principale vicenda urbanistica della città. Con il tracciato di via Giulia, infatti, da Ponte Sisto ai Fiorentini, il Vaticano si connetteva con i rioni più popolosi della città, Ponte, Regola e Sant’Angelo. Il percorso, disegnato da Bramante per Giulio II, fu concepito come una direttrice che allineava, in successione, la corte papale, il centro finanziario della zona dei Banchi Vecchi e un’area giudiziaria e amministrativa nel rione Regola che non fu mai realizzata. Il circuito via Giulia-Ponte Sisto-via della Lungara, che doveva essere completato da un altro ponte all’altezza di piazza dei Fiorentini, doveva inoltre saldare, come un anello, i percorsi più interni con gli scali commerciali sul Tevere.
Divenuto così importante per i collegamenti cittadini, il ponte fu conseguentemente protagonista di un breve fatto d’armi il 26 maggio 1527, durante il sacco di Roma: presidiato da pochissimi difensori, fu preso d’assalto e facilmente conquistato dai lanzichenecchi, che lo posero sotto il loro controllo. Nel 1575 ebbe bisogno di un restauro, che fu eseguito da Matteo da Città di Castello e terminato dal Vignola. Un intervento di sostituzione dei parapetti e del lastricato si ebbe nel 1598, durante il pontificato di Clemente VIII Aldobrandini.
Una leggenda collega Ponte Sisto alla figura di Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj. Popolarmente detta la Pimpaccia, la nobildonna era nata a Viterbo nel 1592 e divenne sposa del marchese Pamphilio Pamphilj, da cui ebbe due figli. Rimasta vedova, rinsaldò i suoi rapporti con il cognato, Giovanni Battista, che nel 1644 salì al soglio pontificio con il nome di Innocenzo X. Donna Olimpia divenne allora la vera padrona di Roma e chi voleva ottenere appoggio dal papa doveva passare per il salotto della donna che fu soprannominata “porta del Vaticano”. Le pasquinate l’accusavano di essere l’amante del papa, ma l’imperturbabile madama continuò tranquillamente a sfruttare la propria posizione di potere per coltivare l’unica passione che pareva avere nella vita: il denaro. Passò anni arraffando ovunque ricchezze e, secondo la voce popolare, quando Innocenzo X morì, nel gennaio 1655, la donna arrivò a portarsi via due cassette piene d’oro che il papa teneva sotto il letto. Con la morte del suo augusto protettore la nobildonna capì di non poter rimanere più a lungo a Roma. Una leggenda la volle in fuga nella notte, a rompicollo, su una carrozza che lei stessa guidava. Il veicolo fu visto imboccare a corsa sfrenata Ponte Sisto, lasciando dietro di sé una gran fiammata e odore di zolfo, mentre i cavalli imbizzarriti travolgevano la spalletta del ponte e, con un folle volo, trascinavano la carrozza tra i gorghi del Tevere. La scena, secondo qualche esperto di fantasmi, si ripeterebbe ancora oggi ogni notte, anche se resta difficile capire come un evento così spettacolare possa sistematicamente sfuggire alle torme di ragazzi che fino all’alba popolano i dintorni del ponte. In realtà, la fine della Pimpaccia fu più prosaica seppure egualmente tragica: il papa successivo Alessandro VII Chigi, la confinò agli arresti domiciliari nella sua villa di San Martino al Cimino e la condannò a restituire il denaro sottratto. Qui la donna morì a 65 anni, contagiata dalla peste, senza tuttavia aver restituito neppure un centesimo.

Al di là delle cupe leggende, il ponte fu teatro anche di eventi gioiosi e spettacolari della Roma papale: grandi feste fluviali si svolgevano, accompagnate da cacce e regate, tra i ponti Sisto e Sant’Angelo. Dal poeta secentesco Camillo Peresio abbiamo la descrizione, nel suo poema Il Maggio Romanesco, di una gara tra vogatori: “Tocca la tromba e ogni barchetta spicca e schina e bracci menan quanto ponno, ognun de gara se riscalda e picca”.
A destra del ponte si apre piazza Trilussa, intitolata al nom del plume di un altro grande poeta romanesco, Carlo Alberto Palustri (1871-1950), a cui nel dicembre 1954 fu dedicato un busto bronzeo dello scultore Lorenzo Ferri. L’opera rappresenta il poeta, scrisse al tempo Ceccarius, “quando recitava accompagnando con un movimento della bella mano cosiddetta michelangiolesca l’armoniosa cadenza dei versi”. Sulla facciata del basamento sono incisi questi versi:
Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all’ombra d’un pajaro
vedo un porco e je dico: - Addio, maiale! –
Vedo un ciuccio e je dico: - Addio somaro! –
Forse ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazione
de poté di’ le cose come stanno
senza paura de finì in prigione.
In fondo alla piazza spicca la Fontana dell’Acqua Paola, detta anche Fontanone di Ponte Sisto. La realizzarono nel 1613 Giovanni Vasanzio e Giovanni Fontana, come mostra dell’Acquedotto Paolo, voluto da Paolo V Borghese riutilizzando le sorgenti dell’Acquedotto di Traiano.
L’antico acquedotto imperiale partiva da Anguillara e seguiva dapprima il corso di un emissario del lago di Bracciano, l’Arrone; poi, superato su un grande ponte a più arcate il Fosso di Galeria, dove incontrava l’Acquedotto Allietino, continuava attraversando su arcate la località detta tuttora degli Arcacci. Tornando a scorrere sottoterra fiancheggiava la via Cassia fino alla Giustiniana, e poi seguiva la via Triumphalis e gli antichi tracciati delle odierne vie della Pineta Sacchetti e del Casale di San Pio V. A partire da quest’ultima tornava a percorrere, all’esterno dell’attuale Villa Pamphilj, una struttura ad arcate in opus reticulatum e laterizio oggi parzialmente inglobate nelle strutture secentesche dell’Acqua Paola. Il castello per la distribuzione delle acque in città (in cui furono scoperte sessanta fistulae aquariae di piombo) si trovava presso Porta Aurelia, poi divenuta Porta di San Pancrazio.
Tagliato durante l’assedio dei Goti di Vitige nel 537, l’acquedotto fu ripristinato dal generale bizantino Belisario; nuovamente interrotto nel 752 dai Longobardi, fu riattivato vent’anni dopo da papa Adriano I. Era sicuramente ancora in uso nel IX secolo, e anche in seguito, fino al Trecento e al Quattrocento, si cercò di poterlo utilizzare almeno per servire il Vaticano e i molini del Trastevere. Agli inizi del XVII secolo, papa Paolo V Borghese optò per il rifacimento completo, opera nella quale, tuttavia, si riutilizzarono largamente le antiche strutture. Il nuovo acquedotto, detto dell’Acqua Paola, venne solennemente inaugurato nel 1618. Il Fontanone di Ponte Sisto, che si trovava un tempo sulla riva opposta, addossato all’Ospizio dei Mendicanti di via Giulia, era costituito da una grande nicchia con volta a botte, ai lati della quale due colonne ioniche sorreggevano l’architrave sormontato dallo stemma pontificio di Paolo V (1605-21). Nella parte più alta della nicchia “da una larga apertura sgorgava una gran massa d’acqua, che veniva accolta da una vaschetta sorretta da una mensola, e che ricadeva poi fragorosamente nella grande vasca poggiata sul livello stradale. Due draghi alati, scolpiti a rilievo sui basamenti delle colonne, sprizzavano dalla bocca due violenti getti d’acqua che s’incrociavano, mentre due teste di leone, negli stilobati sotto le bugne, lasciavano cadere due fiotti d’acqua dalle fauci semiaperte nelle estreme modanature laterali della grande vasca. Sei colonnine di granito rosso, collegate da spranghe di ferro orizzontali, completavano la monumentale fontana, circondandola della loro protezione”. Nel 1690 fu completa un’altra mostra, ben più spettacolare, sul Granicolo, che ebbe il nome di Fontanone del Gianicolo. Nel 1878, anno della costruzione degli argini sul Tevere, la fontana di via Giulia fu smontata e chiusa nei magazzini comunali. Vent’anni dopo, nel 1898, la fontana fu ricostruita nell’attuale sede ad opera di Angelo Vescovali; l’architetto, tuttavia, poté riutilizzare solo in minima parte gli elementi originali, seriamente danneggiati, e alterò il disegno del monumento aggiungendo alla struttura un’ampia gradinata di 15 scalini.
A parte le consuete inondazione del Tevere, Ponte Sisto visse lunghi periodi di tranquillità. Nel XIX secolo fu illuminato con i lampioni a petrolio, che nel 1870 furono sostituiti con quelli a gas. Un radicale mutamento doveva arrivare nel 1877. A quell’epoca il traffico cittadino proveniente da Trastevere era cresciuto e, nel lungo percorso fra Ponte Sant’Angelo e l’Isola Tiberina, si potevano utilizzare soltanto il piccolo ponte sospeso ai Fiorentini, solo per i pedoni, e Ponte Sisto, che non poteva più reggere il continuo passaggio dei carri che trasportavano in città le derrate alimentari. Si pensò allora di ampliarne la carreggiata con un ingegnoso intervento, all’avanguardia per quei tempi: una sovrastruttura metallica sorretta da mensoloni, fiancheggiata da spallette in ghisa. Al Campidoglio si svolse un’aspra battaglia per far approvare il progetto: a capo dell’opposizione era l’ingegner Gabet, che contrastò un consiglio comunale che contava tra i suoi membri anche Terenzio Mamiani, Benedetto Cairoli e Giuseppe Garibaldi. L’opposizione fu tenace, ma i problemi soverchianti del traffico rendevano l’opera non più differibile.
Il vecchio ponte indossò così la sua “armatura”, con i mensoloni, le spallette in ghisa e i lampioni, e così corazzato continuò il suo volenteroso servizio finché non fu rimpiazzato con Ponte Garibaldi nel 1888.
Nella seconda metà del secolo scorso, nel 1966, si tentò di dare al ponte pedonalizzato l’aspetto di una fiera permanente per la vendita di oggetti e libri d’antiquariato. L’aspetto delle installazioni, piuttosto arrangiate e poco confacenti alla bellezza del luogo, risultò deturpante e l’esperimento ebbe fortunatamente brevissima durata. Intanto, dopo lunghi dibattiti, si faceva lentamente strada il progetto di riportare il ponte al suo assetto originario; lo curò, a partire dal 1980, l’architetto Gaetano Miarelli Mariani, che riuscì a portarlo avanti nonostante mille difficoltà burocratiche e finanziarie. L’antica struttura venne consolidata e ripristinata in tutte le superfici degradate; furono successivamente rimosse le sovrastrutture metalliche e ricostruiti i parapetti, recuperando l’aspetto quattrocentesco del ponte. I lavori furono definitivamente completati per il Giubileo del 2000.
Da Tagliaferri-Varriale, I ponti di Roma - N&C








