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Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Conoscere e discutere il passato per capire meglio il presente
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Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 17 feb 2012, 19:00

Ecco che cosa è liberta: “Chi ha qualche utile consiglio, e vuole offrirlo alla citta?” Chi se la sente, celebre divien di colpo; e chi non se la sente, se ne sta zitto. Uguaglianza piu perfetta, esiste?
Euripide, Le supplici


Alta Corte del Parlamento! Coloro che rivolgono pubblicamente la parola ai Grandi e ai Governanti dello Stato, o che, non potendo far questo perche semplici cittadini, affidano alla scrittura le loro vedute su cio che puo promuovere il bene comune, devono sentirsi- credo io- non poco turbati e segretamente commossi, nell’accingersi ad un siffatto compito. Chi lo sara pel dubbio circa l’esito che l’attende, chi pel timore che ha del giudizio altrui; chi sara pieno di speranza, chi pieno di fiducia nelle opinioni che sta per sostenere. E forse ciascuno di questi sentimenti, a seconda del soggetto che trattavo, posso aver provato anch’io, in altre occasioni; ed ora, probabilmente, potrei anche manifestare quale di essi mi occupava di piu, incominciando a scrivere queste mie preliminari osservazioni; - senonche, il tentativo stesso di rivolgervi questo discorso, e il pensiero dell’alta assemblea a cui e diretto , hanno ispirato in me una passione ben piu forte di questi sentimenti – una passione che veramente si addice molto piu al mio stato d’animo che all’esordio d’un discorso. Ma non saro biasimato per questa mia volontaria confessione se potro provare che essa non e altro che la gioia e il compiacimento che deve sentire chiunque desideri e promuova la liberta del proprio paese: della qual liberta tutta la seguente dissertazione sara una sicura testimonianza, se non un trofeo di vittoria.
Perche, se noi non possiamo sperare in una liberta che rimuova ogni ingiustizia dallo Stato,- e nessuno deve aspettarsi tanto in questo mondo- una liberta, pero, che permetta che le lagnanze sian liberamente ascoltate e investigate a fondo, e i mali prontamente rimediati, possiamo ben augurarcela; e questo anzi e l’estremo limite di liberta che si ripromettono i saggi. Al quale limite, se noi, come apparira manifesto delle cose stesse che sto per dire, siamo gia in buona parte pervenuti (nonostante la tirannia e la superstizione radicatesi nelle nostre convinzioni – a superar le quali ci volle un vigore piu che romano) lo dobbiamo innanzitutto al valido aiuto di Dio, e poi alla vostra fedele guida e intrepida saggezza,- Lord e Comuni d’Inghilterra. Ne Iddio giudica come una diminuzione della sua gloria il bene che si dice degli uomini probi e degli onesti magistrati; e se adesso per la prima volta facessi il vostro elogio, dopo una tanto bella serie di vostri atti lodevoli e dopo tanto obbligo di gratitudine imposto su tutta la nazione per le vostre instancabili virtu, ben mi si potrebbe annoverare tra i piu lenti e riluttanti vostri elogiatori.
Nondimeno ci vogliono tre cose, senza le quali ogni lode non e che cortigianeria e adulazione. La prima, che si lodi solo cio ch’e davvero degno di lode; la seconda, che si provi che per sicuri indizi le persone a cui si ascrivono delle doti esimie, le posseggono davvero; e la terza, che colui che loda, mostrandosi fermamente persuaso della giustezza delle sue opinioni, renda manifesto che non sta adulando. Ora, di queste condizioni, alle prime due io ho gia cercato di soddisfare in altra occasione, quando mi assunsi il compito della vostra difesa, mettendola cosi in salvo da colui che, coi suoi encomi falsi e insulsi, invece di estollere, sminuiva i vostri meriti; l’adempimento della terza- poiche essa riguarda specialmente la mia propria discolpa dell’accusa fattami di avere adulato quelli che ho altamente lodati- e stato opportunamente riserbato alla presente occasione.
Giacche, chi francamente estolle cio ch’e stato nobilmente compiuto, e non teme di indicare non men francamente quello che si potrebbe compiere meglio, da in questo modo la miglior garanzia della propria lealta; e dimostra come egli, con il suo attaccamento e le sue speranze, segua e s’interessi alle vostre azioni. La sua piu alta lode non e adulazione, e il suo piu schietto consiglio e una specie di lode. E cosi, se io dovessi affermare e sostenere con buone ragioni che sarebbe un vantaggio per la verita, per gli studi e per la cosa pubblica, che un certo vostro ordine, recentemente promulgato, fosse revocato, le mie parole costituirebbero- e vero- una critica, ma allo stesso tempo la vostra equanimita nell’ascoltarle non potrebbe non ridondare a lustro del vostro indulgente e giusto governo, poiche i cittadini dovrebbero riconoscere che a voi i consigli del pubblico piacciono piu che non piacessero le pubbliche adulazioni agli uomini di Stato vostri predecessori. E si vedrebbe allora quale differenza ci corre tra la magnanimita d’un parlamento triennale e la sospettosa alterigia dei Prelati e dei Consiglieri di Gabinetto, recenti usurpatori del potere; e si dovrebbe infine notare che voi, nel mezzo delle vostre vittorie e dei vostri successi, sapete ascoltare le obbiezioni scritte contro un vostro ordine, con una tolleranza maggiore di quella mostrata, alla minima espressione di scontento per qualche inaspettato editto, da certe altre Corti, che non produssero alcuna cosa degna di ricordo, salvo la loro meschina ostentazione di ricchezza.
Se io, Lord e Comuni d’Inghilterra, profittando della vostra mitezza e della vostra nobile e benigna grandezza, dovessi andare tant’oltre da oppormi a cio che l’ordine da voi promulgato ha esplicitamente disposto, e se qualcuno mi accusasse di far cosa nuova od insolita, io potrei difendermi facilmente, facendo notare quanto e meglio imitare, come fate voi, l’antica e raffinata civilta ellenica, piuttosto che il barbaro orgoglio degli Unni e dei Norvegesi. E potrei nominare uno, vissuto in quella lontana eta alla cui colta saggezza e alle cui lettere noi andiam debitori di non esser Goti e Juti ancor oggi, il quale dalla sua casa privata scrisse al Parlamento ateniese un discorso in cui raccomandava a quell'assemblea di cambiare la forma di democrazia stabilita in quel tempo. Tanto grande era l’onore tributato in quei giorni agli uomini che professavano lo studio della saggezza e della eloquenza- non solo nel loro proprio paese, ma anche in altre terre- che le repubbliche e le tirannie li ascoltavano volentieri e con grande rispetto, sempre che essi avessero qualche avvertimento da rivolgere pubblicamente allo Stato. Dione di Prusa, per esempio, uno straniero e privato oratore, consiglio ai cittadini di Rodi di abbandonare un loro editto; e moltissimi altri casi potrei addurre simili a questo, salvo che il ricordarli qui sarebbe superfluo.
Ma se, nonostante la mia industria negli studi, cui dedicai tutta la vita, e le mie doti naturali ( non le peggiori possibili, forse, per i loro cinquantadue gradi di latitudine nord), io non posso mettermi alla pari di quegli altri oratori dell’antichita che ebbero il privilegio di dar consigli ai loro governi- purtuttavia ho fiducia che non saro giudicato di tanto inferiore a loro, di quanto voi siete superiori a quelli che accolsero i loro avvertimenti. E della vostra superiorita, Lord e Comuni d’Inghilterra, voi non potrete dar migliore prova – siatene pur certi- che riconoscendo e obbedendo, colla vostra prudenza, la voce della ragione, da qualunque parte essa si faccia sentire; e mostrandovi non men pronti ad abrogare i vostri propri decreti, che quelli dei vostri predecessori.
Se voi siete risoluti a far questo- e vi farei torto a supporre il contrario- non so perche dovrei trattenermi dall’indicarvi una eccellente opportunita per mostrare il vostro ben noto amore della verita e l’integrita del vostro giudizio, sempre imparziale verso voi stessi – e consigliarvi di riconsiderare l’Ordine che avete emanato per disciplinare la Stampa, secondo il quale, nessun libro, pamphlet, o foglio, deve essere d’ora innanzi stampato, a meno che non venga prima approvato e licenziato dalle persone o almeno da una delle persone che saranno a tale ufficio preposte.
In quanto a quella parte dell’Ordine che giustamente assicura a ciascuno la proprieta letteraria o che provvede per i poveri, io non ho alcuna obbiezione; soltanto mi auguro che tali misure non forniscano dei pretesti per danneggiare e perseguitare uomini onesti e industriosi, che non hanno trasgredito a nessuna di quelle norme. Ma le cose stan diversamente per quell’altra clausola sulla Licenza dei libri,- licenza che noi credevamo sepolta, insieme colle sue sorelle matrimoniali e quaresimali, fin dal tempo in cui sparirono i Prelati. E su questo punto io rivolgero ora la mia attenzione: soffermandoci su con un’Omelia, nella quale vi mostrero : in primo luogo, che la censura fu originalmente introdotta da uomini che voi non potete non detestare; secondariamente, qual e il giudizio da darsi della lettura dei libri in generale, quali che essi siano; poi , che il vostro Ordine non riuscira punto a sopprimere i libri scandalosi, sediziosi e diffamatori che intendeva colpire; infine, che esso Ordine finira principalmente col dissuadere gli uomini da ogni studio, e arrestera la ricerca del Vero, non solo disabituando e ottundendo le nostre facolta in cio che sappiamo, ma ostacolando bensi e troncando quelle scoperte che si potrebbero ancora fare, cosi negli studi religiosi come in quelli politici.
Io non nego che sia della massima importanza, per la Chiesa e per lo Stato, osservare con occhio vigile il modo in cui si comportano i libri- non diversamente da come si fa per gli uomini; e che essi si possan quindi condannare con rigorosa giustizia, come dei malfattori, e mandare al confine alla prigione. Poiche i libri non sono cose assolutamente morte, ma sono invece animati d’un vigor vitale, che li rende cosi attivi, come quello spirito stesso che li partori. Anzi, essi preservano, come in una fiala, la piu pura essenza e virtu di quella mente che trasfuse in loro la sua vita. Io so che son cosi pieni di vita, e cosi vigorosamente produttivi, come erano i favolosi denti del Drago; e che, disseminati qua e la, ne possono anche sorgere uomini armati. Ma d’altra parte, ci vuole estrema cautela, con i libri; perche uccidere un buon libro e quasi lo stesso che uccidere un uomo. E in un certo senso e ancor peggio: perche chi uccide un uomo, uccide una creatura dotata di ragione, fatta ad immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro, uccide la ragione stessa, distrugge – direi quasi- la pupilla di quell’Immagine Divina. Sono molti gli uomini che vivono, inutil peso della terra: ma un buon libro e il prezioso fluido vitale d’uno spirito superiore, imbalsamato e gelosamente custodito per una vita al di la della vita. E’ vero che il Tempo non potra mai restituirci una vita umana, una volta distrutta (benche questo non sia, forse, un gran danno pel mondo); ma una verita soppressa, se e pur vero che possa talvolta venir ricuperata, non lo sara che dopo lungo volgere di anni- mentre nel frattempo debbon soffrire della sua mancanza popoli interi. Dovremmo andar cauti, dunque, nell’intraprendere una persecuzione delle opere vitali degli uomini pubblici, e nel versare quella preziosa linfa- qual e il maturo spirito dell’uomo- che i libri raccolgono e preservano; poiche possiam renderci rei d’una sorta d’omicidio; d’un martirio, talvolta; e, se distruggiamo l’intera edizione d’un libro, direi quasi d’un massacro: un massacro che non annienterebbe una vita organica soltanto, ma colpirebbe quell’eterea e quinta essenza dell’umanita, che e il fiato stesso della ragione: ammazzerebbe una immortalita, piu che una vita.
Ma ad evitare il pericolo che mi si accusi d’incoraggiare la licenza umana, nel momento stesso in cui combatto la licenza censoria della stampa, volentieri mi assumo il compito di tracciare una storia dell’argomento; merce la quale mostrero quello che fu fatto nei famosi Stati dell’antichita per rimettere l’ordine in questo campo di attivita umana; e condurro la storia fino ai tempi recenti, in cui questo progetto della censura, sbucato dal seno dell’Inquisizione, fu subito afferrato dai nostri Prelati, - mentre esso stesso afferrava, a sua volta, alcuni dei nostri ministri presbiteriani.
In Atene, dove i libri e gl’ingegni furono sempre piu attivi che in qualunque altra parte della Grecia, non trovo che due specie soltanto di scritti, di cui il magistrato facesse caso: quelli empi, o ateistici, e quelli diffamatori. Percio, i libri di Protagora furono condannati alle fiamme dai giudici dell’Areopago, e lui stesso bandito dal territorio, per aver incominciato un discorso confessando di non sapere se gli Dei esistessero oppur no. In quanto alle diffamazioni, poi, fu decretato che nessuna persona dovesse essere pubblicamente calunniata, come si soleva fare nell’antica commedia; il che puo darci un’idea del modo che tenevano nel censurare gli scritti diffamatori. E Cicerone c’informa che, a giudicare dai risultati, queste misure eran sufficientemente energiche per reprimere le pubbliche diffamazioni e i temerari spiriti di altri possibili atei. Delle altre sette ed opinioni, anche quando tendevano alla lussuria e alla negazione della provvidenza divina, non si davano alcun pensiero. E percio noi non leggiamo che la giustizia sia mai intervenuta, ne per Epicuro, ne per la libertina scuola cirenaica, ne per cio che andava proferendo la cinica impudenza. Ne ci viene detto che gli scritti di quegli antichi commediografi fossero soppressi, benche ne fosse proibita la rappresentazione; mentre e ben noto che Platone raccomandava al suo real discepolo Dionigi la lettura di Aristofane, il piu sbrigliato di tutti; raccomandazione che puo ben essere scusata se il purissimo Crisostomo, secondo quanto si dice, dedico tante notti allo studi di quello stesso autore, e aveva l’arte di mondare e convertire la sua scurrile veemenza nello stile d’un ardente sermone. In quanto a Lacedemone, l’altra grande citta della Grecia, e sorprendente quanto fossero ignoranti e avversi alle letture gli Spartani, i quali non si curavano d’altro che delle gesta guerresche; tanto piu sorprendente , anzi, se si pensa che il loro grande legislatore Licurgo era cosi dedito alle raffinatezze della coltura da essere stato il primo a portare dalla Ionia gli sparsi poemi di Omero, e da aver mandato il poeta Talete da Creta a Sparta affinche, colla soavita dei suoi canti e delle sue odi, ingentilisse l’aspra indole di quel popolo, e lo preparasse cosi a meglio ricevere e leggi e civilta. Non c’era alcun bisogno della censura tra loro, dacche essi avevano in uggia tutto fuorche i loro apotegmi laconici; e colsero un leggero pretesto per espellere Archiloco dalla loro citta, forse perche aveva cantato in accenti piu nobili di quelli a cui sapessero levarsi essi colle loro ballate e coi loro rondelli guerreschi; - che se invece lo cacciarono per la licenza delle sue poesie, bisogna dire che l’accortezza che essi dimostrarono in quest’occasione non impedi loro di continuare ad essere egualmente dissoluti nei loro costumi; i quali dovevano essere tali che Euripide pote affermare nell’Andromaca che le loro donne erano tutte impudiche.
Quello che ho detto fin qui basta a mostrarci che sorta di libri erano proibiti presso i Greci. I romani, la cui rude educazione esclusivamente militare fu per molti secoli assai simile a quella dei Lacedemoni, avevano ben poca coltura, oltre alle nozioni che, in materia di Legge e di Religione, poteano apprendere dalle loro Dodici Tavole e dal Collegio dei Pontefici, coi suoi auguri e i suoi flamini; ed eran cosi ignoranti di tutto il resto che quando Carneade e Critolao, con Dionigi lo stoico, vennero ambasciatori a Roma, e cercarono di profittare di quell’occasione per dare alla citta un’idea della loro filosofia, misero in sospetto nientemeno che un uomo come Catone il Censore; il quale, stimandoli dei corruttori, propose in Senato che si mandassero subito via, e che si bandisse dall’Italia questa genia di cianciatori ateniesi. Ma Scipione, ed altri fra i piu nobili senatori, s’opposero a lui e alla sua antica austerita sabina, ed ammirarono ed onorarono quegli uomini; e infine Catone stesso, nella sua vecchiaia, si diede allo studio di cio che una volta gli aveva messo nell’animo tanti scrupoli. Eppure, proprio in quei tempi, Nevio e Plauto, i piu antichi poeti comici latini, avean riempito la citta delle loro commedie, scritte ad imitazione di Menandro e Filemone! Ma poi subito si comincio a pensare anche li alle misure da prendere contro i libri diffamatori e i loro autori; e Nevio fu presto gettato in prigione per via della sua penna sbrigliata, e dove ritrattarsi per ottenere che i Tribuni lo liberassero; e leggiamo pure che, sotto Augusto, i libelli venivan bruciati, e puniti i loro autori. Egual rigore si usava, senza dubbio, contro chiunque avesse scritto empiamente contro le loro divinita riconosciute.
All’infuori di questi due casi, i magistrati non si curavan punto del mondo dei libri. Onde a Lucrezio fu permesso di descrivere impunemente il suo epicureismo nel suo poema indirizzato a Memmio- poema che ebbe l’onore d’esser curato e pubblicato per la seconda volta da quel gran padre della patria, Cicerone- sebbene questi, nei suoi propri scritti, contrastasse quelle dottrine. Ne la pungente satira, o la nuda franchezza di Lucilio, o di Catullo, o di Orazio, fu proibita mai da alcuna ingiunzione. E nel campo della politica, la storia di Tito Livio, sebbene esaltasse il partito di Pompeo, non fu per questo soppressa da Cesare Ottaviano, della fazione opposta. Se questi bandi Ovidio, gia vecchio, da Roma, a motivo dei suoi lascivi poemi giovanili, questo non fu che un mero pretesto politico scelto a nascondere qualche segreta ragione; e i libri, d’altronde, non furon banditi e neppure ritirati dalla circolazione.
A partire da quest’epoca noi non troveremo quasi altro che tirannia nell’Impero Romano; sicche non e da sorprendere che si facessero tacere i libri buoni anche piu spesso dei cattivi. Ed io percio stimo d’essermi gia indugiato abbastanza nel mostrare quali fossero gli argomenti proibiti presso gli antichi; - all’infuori di essi, qualunque altro soggetto poteva essere liberamente trattato.
Venne poi il tempo in cui gli imperatori si fecero cristiani; ma io non trovo che la disciplina da essi stabilita per queste cose fosse piu severa di quella ch’era gia in uso. I libri di quelli che eran ritenuti dei grandi eretici venivano esaminati, confutati e condannati nei Concili generali; e solo dopo questa severa prova, essi venivan proibiti o bruciati per ordine dell’imperatore. In quanto agli scritti dei Pagani, a meno che non fossero delle aperte invettive contro il Cristianesimo, come quelli di Porfirio e di Proclo, non si puo citare il caso di alcun interdetto a loro riguardo fino all’anno 400 d.C. o giu di li; cioe fino al tempo in cui, in un Concilio tenuto a Cartagine si proibi agli stessi vescovi di leggere gli scritti dei Gentili, benche fosse lasciata loro la facolta di leggere quelli degli eretici; mentre invece i loro predecessori avevan molto prima sentito maggiori scrupoli per gli scritti degli eretici che per quelli dei Gentili. E che i piu antichi Concili e i primi vescovi, fin dopo l’anno 800, si restringessero solamente a dichiarare quali libri non fossero raccomandabili, lasciando poi che ciascuno decidesse secondo la propria coscienza se dovesse leggerli o no, e cosa che e gia stata osservata da padre Paolo, il grande smascheratore del Concilio di Trento. Dopo l’ottavo secolo i Papi di Roma, accaparrandosi quanta parte volevano del governo politico, estesero il loro dominio sugli occhi, oltreche sui giudizi degli uomini, bruciando e proibendo qualunque scritto non fosse di lor gusto. Pure, fino al regno di Martino V, furono parchi nelle loro censure, e i libri da loro riprovati, non furon molti. Martino V, con la sua bolla, non soltanto proibi, ma fu il primo a minacciar di scomunica chiunque leggesse dei libri eretici. La Corte papale, infatti, era spinta a una piu rigorosa politica proibitiva dalla terribile influenza che in quel tempo venivano assumendo Wyclif e Huss.
Questa politica fu seguita da Leone X e dai suoi successori, finche la lega suggellata fra il Concilio di Trento e l’Inquisizione spagnola produsse o perfeziono quegli Elenchi e Indici espurgatori che, frugando dentro le viscere di molti antichi e ottimi autori, perpetrano una violazione peggiore di qualunque altra mai possa commettersi della loro sepoltura. Ne si restringevano alle questioni d’eresia; ma qualsiasi soggetto non andasse loro a genio, essi, o lo colpivano con una proibizione, o lo mandavan senz’altro in quel loro nuovo Purgatorio dell’Indice. Ed a colmar la misura di queste usurpazioni, la loro ultima invenzione fu quella d’ordinare che nessun libro, opuscolo o foglio dovesse essere stampato (come se san Pietro avesse lasciato loro le chiavi della Stampa anche fuori del Paradiso!) a meno che non fosse approvato, licenziato e sottoscritto da due o tre frati ghiottoni. Eccone un esempio:

Il sig. Can. Cini si compiaccia di vedere se nella presente opera si contenga cosa che repugni allo stamparla, e ref.il di 12 giugno 1636.
Vinc. Rabatta, Vic. Di Fior

Ho veduto le presenti operette del S.Bernardo Davanzati, cioe lo Scisma d’Inghilterra, il Discorso de’Cambi, l’Orazione fatta in morte del Sereniss. G. D. Cosimo I e la Coltivazione Toscana: e non ci ho trovato cosa che sia contro la Fede Cattolica, o buoni costumi, e in fede ho fatto la presente questo di 2 di luglio 1636 in Firenze.
Niccolo Cini, Can. Fior. m. pr.

Attesa la pred. Relazione concedesi, che le presenti operette si stampino con che si osservi le cose solite da osservarsi. D. il di 3 di Lug. 1636.
Vinc. Rabatta, Vic. Di Fior

Si puo stampare il 15 luglio 1636.
Fra Simone Monpei d’Amelia, Cancelliere del Sant’Uffitio di Fiorenza.
Alessandro Vettori, Senatore Auditor di S.A.S.

Certamente questi inquisitori devono essere convinti che, se lo Spirito delle Tenebre non se ne fosse gia da un pezzo scappato dalla sua prigione, questo quadruplice esorcismo riuscirebbe a tenerlo ben incatenato laggiu. Io temo che il loro prossimo disegno sara quello di voler essere investiti dell’autorita di licenziare perfino quello che Claudio, secondo quanto si dice, voleva si lasciasse uscir liberamente – sebbene poi non realizzasse mai il suo desiderio. Eccovi, se vi piace leggerlo, un altro di questi permessi, questa volta con il timbro di Roma:

Imprimatur, se sembra buono al reverendo Maestro del Sacro Palazzo.
Belcastro, Vicegerente.

Imprimatur
Fra Nicolo Rodolfi, Maestro del Sacro Palazzo

Qualche volta si posson trovare fino a cinque imprimatur su di un solo frontispizio, stampati come si stampa un dialogo; sicche par di vedere quei cinque frati far gruppo in qualche piazza pubblica, e inchinarsi l’un l’altro con grandi cerimonie e con chiercute riverenze, e discutere se l’autore del libro (che ci par di vedere li presso in timorosa aspettativa, proprio come vediamo l’umile sua firma a pie della sua epistola) debba esser mandato alla stampa, o alla spugna. Questi sono i graziosi responsori, queste le care antifone, che tanto ammaliarono, colla loro eco armoniosa, i nostri Prelati e i loro Cappellani, in questi ultimi tempi; e che ci infatuarono tanto, da farci desiderare una amena imitazione di queste patronali licenze, e procurarci anche noi due imprimatur, uno da Lambeth House, e l’altro da quel quartiere li, ad ovest di san Paolo. E a tal segno scimmiottarono la Corte Romana, da dare la loro parola d’ordine ancora in latino, - come se le dotte e grammatiche penne che la vergavano non potessero stillare inchiostro senza il latino; o forse, come credevan loro, perche nessuna lingua volgare era degna d’esprimere il puro concetto d’un imprimatur; - o piuttosto, come spero io, perche il nostro inglese – idioma di uomini di fama immortale e primissimi nelle vittorie della liberta- non si piega facilmente a trovar lettere abbastanza servili da sillabare un simile presuntuoso e dittatoriale linguaggio.
Cosi, dunque, vi ho pienamente esposto l’origine della Censura della stampa, e ve ne ho ricordato gl’inventori, tracciandovi, per cosi dire, il loro albero genealogico.
Noi non l’abbiam ricevuta da nessuno Stato antico, di cui si possa trovar notizia nella storia; ne da alcun governo o chiesa; ne da nessuno statuto lasciatoci dai nostri antenati, remoti o prossimi; ne dall’uso moderno di alcuna citta o chiesa estera riformata; ma dal piu anticristiano concilio, e dalla piu tirannica inquisizione ch’abbia mai inquisito. Prima di quel Concilio, era stato sempre permesso, ai libri, di venire alla luce cosi liberamente come qualunque altra cosa creata: i parti dello spirito non venivan soffocati piu che non lo fossero quelli del seno materno; nessuna invidia Giunone presiedeva, incrociate le gambe, al parto spirituale d’un uomo. Solo se dopo la nascita si trovava trattarsi di un mostro, allora soltanto veniva dato – e con tutta giustizia- alle fiamme, o gettato alle onde.
Ma che un libro debba essere trattato anche peggio d’un delinquente, e che debba apparire, prima che venga al mondo, davanti ad un giuri, e subire, quando ancor nelle tenebre, il giudizio d’un Radamanto e dei suoi colleghi prima che possa traghettare il fiume a ritroso ed emerger nella luce- una siffatta cosa non s’era mai sentita fino a che quell’enorme iniquita, provocata e turbata al primo apparire della Riforma, non invento nuovi limbi e nuovi inferni, ove si potessero imprigionare anche i nostri libri insieme colle anime dei loro dannati. E questo fu il prelibato bocconcino cosi avidamente afferrato e cosi sgraziatamente imitato dai nostri Vescovi avidi d’inquisizione e dai loro aiutanti minoriti, i Cappellani.
Ora, che voi non abbiate alcuna simpatia per costoro, ai quali indubbiamente si deve quest’ordine della censura; e che non vi fosse neppur l’ombra d’una cattiva intenzione in voi quando, spinti dall’altrui insistenza, approvaste quel decreto, - cio sara prontamente ammesso da chiunque conosca l’integrita delle vostre azioni ed il vostro rispetto per la verita.
Ma alcuni forse diranno: che importa che gli inventori fossero cattivi, se la cosa in se stessa e buona? Potrebbe anch’esser cosi. Ma se, al contrario, noi possiamo dimostrare che essa non e buona, e non e il frutto d’una profonda meditazione, ma una trovata ovvia e facile a presentarsi alla mente di chiunque; e se e vero che i migliori e piu saggi governi, in tutte le eta e in tutte le circostanze, nonostante la facilita con cui avrebbero potuta adottarla, se ne astenessero, invece, - e che viceversa i peggiori corruttori ed oppressori dell’umanita furono i primi ad avvalersene, ed a non altro scopo che per ostacolare e ritardare l’avvicinarsi della Riforma, - allora anche quell’argomento riesce vano; e ben si potra credere, come credo io, che ci vorra un’alchimia piu efficace di quella di Lullo stesso per sublimare alcuna utilita da siffatta invenzione.
Purtuttavia, tutto quello che voglio aggiungere per il momento, finche non possa intraprendere una piu minuta analisi della censura, e che essa puo esser giudicata, anzi dev’esserlo, come un frutto pericoloso, a motivo dell’albero che lo ha prodotto. Per ora diro soltanto, secondo quanto mi sono proposto piu su, qual e il giudizio da darsi in generale sui libri, di qualunque sorta essi siano, e se essi faccian piu bene o piu male.
Non insistero sugli esempi di Mose, di Daniele e di Paolo, i quali avevan grande familiarita, rispettivamente, colle letterature egiziana, caldea, e greca; familiarita che non potean probabilmente ottenere senza leggere ogni sorta di libri: Paolo, in ispecie, che non giudico una contaminazione l’introdurre nella Santa Scrittura le citazioni di tre poeti greci, di cui uno era un poeta tragico. Ciononostante, la questione della legittimita e utilita di leggere le opere dei Gentili fu discussa talvolta fra i dottori della Chiesa primitiva; ma nella controversia il vantaggio l’ebbero, e grande, quelli che eran per l’affermativa, come si vide chiaramente quando Giuliano l’Apostata, il piu scaltro nemico della nostra fede, emise un decreto con cui proibiva ai Cristiani lo studio della letteratura pagana, - perche, diceva lui, essi ci feriscono con le nostre proprie armi, e ci vincon colle nostre proprie arti e scienze. Ed infatti, i Cristiani videro le loro risorse ridotte a tali estremi, in seguito a questa astuta politica, e in tal pericolo di cadere nella piu crassa ignoranza, che i due Apollinari formarono il progetto di coniare, per cosi dire, tutt’e sette le arti liberali colla materia loro offerta dalla Bibbia, riducendo quest’ultima in varie forme, - in orazioni, poesie e dialoghi,- e riuscendo perfino a ricavarne una grammatica cristiana. Ma, come osservava Socrate lo Storico, la Provvidenza Divina provvide anche meglio che non facesse l’industria d’Apollinare e di suo figlio, annientando quella rozza legge insieme colla vita di colui che l’aveva concepita. Tanto dannoso sembro allora l’esser privati degli studi greci! E si ritenne che quel decreto di Giuliano minasse e insidiasse la Chiesa piu che non facesse l’aperta crudelta di Decio e di Diocleziano. E forse fu per un simile accorgimento politico che il diavolo frusto San Gerolamo- come questi si sogno una volta in Quaresima- perche il Santo aveva letto Cicerone; a meno che non si tratti d’una visione generata dalla febbre che lo aveva assalito. Perche, se fosse stato davvero un angelo a batterlo, e se il motivo della punizione fosse stata la lettura di Cicerone, e non la vanita mostrata dal Santo nell’insistere un po’ troppo nel ciceronianismo, sarebbe stato ingiusto castigarlo per quel grave scrittore, e non per lo scurrile Plauto, che il Santo confessa d’aver letto non molto tempo prima; e ingiusto anche castigar lui soltanto, e lasciare che tanti altri antichi Padri invecchiassero in quegli adorni e piacevoli studi senza che li colpisse la sferza d’un simile spettro ammonitore. Basilio, per esempio, c’insegna come si puo trarre del profitto dalla lettura del Margite, un poema eroicomico di Omero, ch’e andato perduto; e se questo e vero del Margite, perche non puo dirsi lo stesso del Morgante, un poema italiano d’un tipo non molto diverso? Ma dato che si debba decidere la questione alla stregua delle visioni, ce n’e una, ricordata da Eusebio, ben piu antica di quella che Gerolamo racconto alla monaca Eustochio, e meno sospetta, perche in essa la febbre non c’entra. Verso il 240 d.C. Dionisio d’Alessandria godeva grande fama nella Chiesa per la sua devozione e la sua dottrina, e soleva trarre gran profitto, nelle sue controversie contro gli eretici, dalla familiarita che aveva coi loro libri; finche un certo prete venne a turbargli la coscienza con alcuni suoi scrupoli, domandandogli come osasse avventurarsi tra quelle opere contaminate. Il degno uomo, cui ripugnava il pensiero di dare un cattivo esempio, comincio a discutere tra se e se la questione; quando ad un tratto (come egli afferma nella sua propria epistola) Iddio gli mando una visione, ed una voce lo rassicuro cosi: “ Leggi qualunque libro ti venga per le mani, perche tu sei in grado, e di giudicare con giustizia, e di esaminare ogni cosa”. A questa rivelazione egli tanto piu volentieri acconsenti in quanto che, come lui stesso confessa, s’accordava col consiglio dell’Apostolo ai Tessalonicesi: “ Provate ogni cosa, ritenete il bene”. E avrebbe potuto aggiungere un altro notevole detto dello stesso autore: “ Ben e ogni cosa pura a’puri” ogni cosa, dice Paolo, e non solamente cibi e bevande, ma ogni specie di conoscenza, sia del bene, sia del male. La conoscenza non puo contaminare, ( e neanche i libri, conseguentemente) se non sono contaminate la volonta e la coscienza. Giacche i libri sono come la carne e gli alimenti, alcuni buoni, altri cattivi; eppure Dio, in quella non apocrifa visione avuta da san Pietro, non fece alcuna distinzione, e disse soltanto: “Levati, Pietro, ammazza e mangia”; lasciando cosi la scelta alla discrezione di ciascuno. Per uno stomaco guasto non corre quasi differenza tra cibi sani e malsani; e parimenti i migliori libri, da uno spirito abbietto, possono esser rivolti a fini perversi. Gli alimenti, se cattivi, posson fornire ben poco nutrimento, anche dove la digestione e eccellente; ma essi differiscono in questo dai libri cattivi, i quali, invece, posson riuscire utili in vari modi ad un lettore cauto e giudizioso, perche lo mettono in grado di scoprire, o confutare, prevenire ed illustrare gli errori. Ed a riprova di questo, quale esempio posso io addurvi migliore di quello offertoci dal signor Selden, che in questo momento siede in mezzo a voi in Parlamento, e che e, fra tutti i dotti del nostro paese, il piu reputato?
Il suo gran lavoro sul diritto naturale e sul diritto delle genti prova, non solo attraverso il gran numero di giudizi autorevolissimi da lui raccolti, ma con finissime ragioni e con dimostrazioni di quasi matematica evidenza, che tutte le opinioni, anzi gli errori stessi, quando vengon letti, conosciuti, paragonati, sono di grande ausilio in una rapida conquista del vero. Io opino percio che quando Iddio permise all’uomo di mangiare ogni sorta di cibo (salve sempre le regole della temperanza), Egli parimenti lascio al nostro arbitrio la dieta della spirito; essendo questa una cosa in cui ogni uomo di maturo giudizio puo esercitare il proprio discernimento.
Che gran virtu e la temperanza, e quale grande importanza ha essa in tutta la vita umana! Eppure Iddio non ha prescritto nessuna legge o regola speciale a suo riguardo, affidando l’uso di questa si grande facolta interamente alla discrezione di ciascun uomo maturo. Onde, quando Egli stesso nutri gli Ebrei dal Cielo, li forni di manna in cosi grande abbondanza che si stima che l’Omer, cioe la porzione quotidiano di ciascun individuo, fosse tanto grande che poteva bastare per piu di tre giorni anche ad uno dotato del piu vigoroso appetito. Giacche in tutte quelle azioni, che, anziche uscirne, entran nell’uomo, e non posson quindi contaminarlo, - Iddio non ha voluto sottoporci a norme definite e tenerci in una perpetua minorita, ma ci ha invece affidato il dono della ragione, affinche potessimo scegliere da per noi stessi. Ci sarebbe poco bisogno, infatti, delle prediche, se le leggi e la coercizione dovessero pesare anche su quelle cose che finora furon governate dalla esortazione soltanto. Salomone ci dice che “molto studiare e fatica alla carne”; ma ne lui, ne alcun altro ispirato scrittore, ci dice che tale o tal altra lettura sia illecita; eppure, se Dio avesse creduto utile imporci delle restrizioni, sarebbe stato certamente meglio se ci avessero detto quello che era illecito, anziche quello che era faticoso a leggersi.
In quanto poi al bruciamento di quei libri efesini, operato dai neofiti di san Paolo, se qualcuno me l’adducesse a mo’ di obbiezione, risponderei che quelli eran libri di magia, come vien detto espressamente nella versione siriaca. Fu un atto volontario e privato, e ci lascia liberi di imitarlo o no. I neofiti in uno slancio di pentimento bruciarono i loro propri libri; ma un fatto simile non giustifica l’elezione d’un magistrato. Quegli uomini esercitavano la magia contenuta in quei libri; altri, forse, avrebbero potuto leggerli e derivarne un qualche vantaggio.
Il bene e il male, noi lo sappiamo, crescono insieme inseparabilmente in questo gran campo, ch’e il Mondo; e la conoscenza del bene e cosi commista e intrecciata a quella del male, e per molte altre somiglianze cosi difficilmente distinguibile da essa, che al paragone non dovevan sembrare piu confusi quei semi che, mischiati insieme, Psiche doveva, come suo incessante lavoro, scegliere e separare. Fu da un solo pomo mangiato dai nostri primi parenti che la conoscenza del bene e del male, avviticchiati insieme come due gemelli, irruppe nel mondo. E forse la punizione che colpi Adamo, di conoscere il bene ed il male, in questo appunto consiste: nel conoscere il bene, cioe, per mezzo del male.
Poiche questo, dunque, e lo stato attuale dell’uomo, che saggezza ci puo essere nel sapere scegliere, e che merito nel sapere contenersi, senza la conoscenza del male? Colui che sa afferrare il Vizio, e sa considerarlo in tutte le sue lusinghe e le sue fallaci delizie, eppure sa astenersene, sa distinguere, sa preferire cio che e veramente migliore,- quegli e il vero agguerrito Cristiano. Io non so lodare una virtu pavida e romita, non operosa e non cimentata, che mai si slancia fuori ad affrontare il nemico, ma che a mezza corsa svigna dall’arringo- da quell’arringo, ove la incorruttibile corona non si puo vincere senza polvere e sudore. Sicuramente noi non portiamo l’innocenza nel mondo, - vi portiamo l’impurita, piuttosto; quello che ci purifica e la prova, e la prova consiste nel volere il contrario di quel che ci piace. Quella virtu, dunque, che e tuttora novizia nella contemplazione del male, e che ignora le piu grandi promesse con cui il vizio alletta i suoi seguaci, e che percio le respinge, non e che una vacua virtu, non quella vera; e il suo biancore non e che un biancore di epidermide. Ed e per questa ragione che il nostro profondo e saggio poeta Spenser ( ch’io oso chiamar piu grande maestro di Scoto e dell’Aquinate), quando descrive la vera temperanza, fa passare sir Guyon (che personifica appunto questa virtu) insieme col pellegrino, per la caverna di Mammone e per il giardino delle felicita terrestri, affinche egli possa vedere e conoscere – eppure astenersi dal male. Poiche, dunque, la conoscenza e l’osservazione del vizio sono in questo mondo cosi necessarie per la formazione dell’umana virtu, e l’indagine dell’errore indispensabile per la conferma della verita, in qual altro modo possiamo, senza pericolo, esplorare le ragioni del peccato e della menzogna, se non leggendo ed ascoltando ogni sorta di libri e di ragioni?
Tale e, dunque, il profitto che possiamo derivare dalle lettura promiscua dei libri.
Passando ora ai danni che posson risultare da essi, tre specie di pericoli vengono generalmente indicati.
Primo: si ha paura del contagio del vizio, che si po’ comunicare coi libri cattivi. Ma per evitare questo dovremo rimuovere dal mondo tutta l’umana scienza e tutte le controversie religiose. Anzi la Bibbia stessa! Poiche la Bibbia spesso riferisce la bestemmia senza veli, e descrive la peccaminosa sensualita non senza una qualche eleganza; ed alcuni dei suoi piu santi personaggi, li fa brontolare e fremere contro la Provvidenza divina, e adoperare ragioni che si direbbero proferite da Epicuro; - mentre che per le alte e vitali questioni risponde dubitosa ed oscura alle domande del comune lettore, e mostra tanto poco pudore in certe sue parti che i Talmudisti le han sostituite con eufemiche versioni marginali, si che neanche Mose e tutt’i Profeti messi insieme saprebbero persuaderli a leggere le parole testuali. Per tutte queste ragioni la Bibbia stessa, come ben sappiamo, e stata posta dai papisti in cima alla lista dei libri proibiti.
E poi, dopo la Bibbia, verrebbe la volta dei piu antichi Padri della Chiesa, che anche dovrebbero essere interdetti: come Clemente d’Alessandria; e quel libro d’Eusebio sulla preparazione evangelica, in cui egli ha difeso la verita del Vangelo servendosi d’un cumulo di aberrazioni pagane. Chi non vede che son piu le eresie esposte da Ireneo, Epifanio e Gerolamo, che quelle che essi riescono a confutare? E che spesse volte essi prendono per eresia quella che in realta e l’opinione corretta? Ne giova il dire che questi, e tutti gli scrittori pagani piu contagiosi, (dato che si debbano giudicare cosi, nonostante che ad essi sia legata la vita stessa degli studi umani) scrissero libri in una lingua sconosciuta, se poi questa lingua puo esser nota anche ai peggiori fra gli uomini - a uomini che sono ad un tempo abilissimi e solleciti nell’instillare il veleno, da loro stessi assorbito, negli animi altrui, - e anzitutto in quelli dei principi e dei cortigiani, ai quali fan conoscere i piu squisiti piaceri e tutte le raffinatezze del vizio.

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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 17 feb 2012, 19:01

Come, forse, fece Petronio, che fu chiamato da Nerone suo “arbitro”, e nominato “maestro delle delizie”; e come fece quel notorio e sozzo libellista d’Arezzo, temuto tanto, e nondimeno amato nelle corti italiane. Ai quali esempi potrei aggiungere il nome di colui che Enrico VIII chiamava facetamente suo “vicario infernale”, se non me l’impedisse il riguardo che sento pei suoi posteri.
In questa maniera facilissima tutto il contagio che puo essere comunicato dai libri stranieri raggiungera speditamente il popolo; e il suo cammino, per quanti sforzi faccia la nostra censura spagnolesca per imbavagliare la stampa inglese, sara sempre piu facile e breve di qualunque passaggio per le Indie, - e sia pure quello occidentale a nord del Canada, o quello d’oriente a nord del Cataio.
Ma d’altra parte, il contagio proveniente dagli scritti dei controversisti religiosi e piu pericoloso e temibile per i dotti che per gl’ignoranti; e cio nondimeno, son proprio questi gli scritti che non si permette al censore di toccare! Sarebbe difficile indicare un ignorante che sia mai stato corrotto da un libro papista in inglese, a meno che non gli sia stato raccomandato e spiegato da qualcuno di quel clero; ed infatti tutti questi trattati, sian falsi o sian veri, sono come la profezia di Isaia all’eunuco: non posson, cioe, esser capiti senza l’aiuto d’una guida. Mentre invece tutti quanti sappiamo, per triste e recente esperienza, quanti sono i nostri preti e dottori che furon corrotti dallo studio dei commenti dei Gesuiti e di quei della Sorbona, e quanta fu la rapidita con cui essi poteron trasfondere nel popolo quella lor corruzione. Ed e impossibile dimenticarlo, dacche ne avemmo un esempio evidentissimo in Arminio - quell’acuto e perspicuo scrittore, che fu pervertito semplicemente dallo studio d’un anonimo discorso scritto a Delft, che egli, in un primo momento, s’era proposto di confutare.
Visto dunque, che cosi i libri eretici, come quelli che, abbondantissimi, han maggiore probabilita di corrompere la vita e la fede degli uomini, non possono esser soppressi senza cagionar la rovina degli studi e d’ogni arte argomentativa; visto che questi libri, dell’una o dell’altra specie infettano specialmente la gente istruita, dalla quale il loro contagio eretico o dissoluto pio esser facilmente trasmesso al popolo; e visto infine che le immoralita si possono apprendere egualmente bene anche senza i libri e in mille altri modi incontrollabili- e che le false credenze non son propagabili con gli scritti, eccetto che sotto la guida d’un maestro, il quale potrebbe instillarle anche senza ricorrere alla penna, e quindi a dispetto di ogni proibizione; - considerato tutto questo, insomma, io non riseco a capire come si possa negare che questo insidioso schema della censura appartenga alla classe delle vane e impossibili intraprese. E se si avesse voglia di scherzare, non si potrebbe non paragonarlo al maraviglioso stratagemma di quel prode galantuomo che crede di poter fare prigioniere le cornacchie, chiudendo i cancelli del suo parco!
Ma c’e ancora un’altra difficolta. Se i dotti sono i primi a leggere i libri e sono loro i propagatori del vizio e dell’errore, come ci si puo fidare degli stessi censori, a meno che non si conferisca loro, o loro stessi non se la arroghino, una prerogativa d’infallibilita e d’incorruttibilita, che li metta al disopra di chiunque altro? E poi, se e vero che un uomo saggio sa, come un buon alchimista, estrarre l’oro dalle piu vili sostanze, e che uno stolto restera stolto anche se fornito dei migliori libri, o anzi, senza libri addirittura, non c’e ragione perche il saggio debba esser privato delle cose vantaggiose per la sua saggezza, per via del nostro desiderio di proibire allo stolto le cose che poi, proibite che siano, non gl’impediranno di persistere nella sua stoltizia. Giacche, se noi dovessimo esser sempre cosi scrupolosi nel protegger gli stolti da qualunque lettura non adatta ad essi, allora noi, non solo secondo Aristotele, ma secondo Salomone e il Redentore stesso, non dovremmo rivolger loro buoni precetti, e conseguentemente non dovremmo neppure dar loro dei buoni libri; essendo fuor di dubbio che il bene che il saggio sa derivare da un opuscoletto da nulla sara sempre maggiore di quello che lo stolto puo cavare dalla Santa Scrittura.
In secondo luogo si afferma che noi non dobbiamo esporci senza necessita alle tentazioni; e in terzo luogo, che non dobbiamo impiegare il nostro tempo in inutili lavori. Per tutt’e due queste obbiezioni bastera una sola risposta, implicita in quello che gia s’e detto; e cioe che tali libri non sono tentazioni e vanita per tutti gli uomini, ma che per molti, invece, sono utili droghe che, mischiate nelle giuste proporzioni, compongono efficaci e potenti medicine, indispensabili alla vita umana. Gli altri, come i fanciulli e gli uomini- fanciulli, che non sanno come dosare e mischiare queste potenti sostanze, si puo bene esortarli a non toccarle, ma in quanto poi a costringerli validamente ad astenersene, non ci riuscira mai nessuna censura che la Santa Inquisizione sia mai stata capace di escogitare.
E questo mi conduce alla terza proposizione che volevo dimostrare, e che e: che quest’ordine della censura non sortira punto l’effetto desiderato. Se non che anche la prova di quest’assunto e gia stata quasi anticipata, perche resa evidente da tutto quello che ho detto fin qui. Vedete la schiettezza della Verita, la quale, quando e condotta da una mano libera e volenterosa, si schiude da se cosi presto, che un ordinato ragionamento non puo neppur tenerle dietro.
L’assunto con cui ho cominciato era: che nessuna nazione o Stato ben governato, che abbia avuto il minimo riguardo per i libri, si e mai servito della censura. A questo si potrebbe rispondere che questo tratto di prudenza e una scoperta recente. Al che io replichero che, poiche esso era semplice e ovvio, e poiche ( dato pure che fosse difficile a escogitarsi ) non mancarono fra gli antichi di quelli che lo proposero, - il fatto che essi non lo adottarono dimostra che cio accadde, non perche non lo conoscessero, ma perche non l’approvavano. Platone, indubbiamente un uomo di alta autorita, - ma non certo per la sua Repubblica, - nel suo trattato su Le Leggi ( leggi mai adottate da alcuna citta ) si diede a pascere la sua fantasia con molti editti da lui creati per i suoi ipotetici borgomastri; editti, che quelli che lo ammirano sotto altri rispetti, vorrebbero che fossero stati sepolti, e scusati come delle visioni sorte dalle geniali coppe d’un accademico simposio. Sembra che egli, con quelle leggi, non volesse tollerare alcuna specie di studi, eccetto quelli indicati in certi immutabili decreti, e consistenti in gran parte in tradizioni di carattere pratico; studi per i quali basterebbe una biblioteca molto piu piccola di quella costituita dai suoi propri dialoghi. E voleva anche che fosse stabilito che nessun poeta dovesse perfino leggere i suoi componimenti a nessun cittadino privato, finche i giudici e i custodi delle leggi non li avessero prima visti ed approvati. Ma che Platone intendesse che questa legge riguardasse solo la sua immaginaria repubblica, e nessun’altra, e evidente. Altrimenti sarebbe lecito domandarsi perche mai egli non fosse innanzi tutto legislatore a se medesimo, invece che trasgressore delle proprie leggi; poiche, infatti, nella sua Repubblica, egli sarebbe stato espulso dai suoi stessi magistrati, cosi per la liberta dei suoi epigrammi e dei suoi dialoghi, come per la sua costante abitudine di leggere Sofrone e Aristofane, autori oltremodo osceni, e per aver raccomandato la lettura del secondo ( nonostante le sue maligne diffamazioni sui principali amici di Platone stesso ) al tiranno Dionigi, il quale non aveva certo bisogno di quella robaccia per occupare il suo tempo. Ma il fatto e che Platone sapeva che questa censura delle poesie dipendeva da molte altre condizioni imposte alla sua repubblica immaginaria, che in questo mondo sarebbero inapplicabili. Sicche ne lui, ne alcun magistrato o Stato, ha mai adottato questa misura; la quale, presa separatamente dalle altre collaterali ingiunzioni, sarebbe necessariamente infruttuosa e vana. Essi sapevan che, se si fossero ristretti ad una sola specie di severita, e non avessero regolato con egual cura tutte le altre cose atte a corrompere gli animi, la loro sarebbe stata una fatica sprecata; che non serve a niente chiudere e munire una sola porta contro la corruzione, mentre si e costretti a lasciare spalancate tutte quante le altre. Se noi, disciplinando la stampa, intendiamo di riformare i costumi, allora noi dobbiamo anche disciplinare tutti i nostri divertimenti e passatempi, - tutto quello che puo essere oggetto di piacere per l’uomo. Niente piu musica, niente piu canti, che non siano gravi e di modo dorico! Ci dovra essere anche una censura per la danza, affinche non si insegnino ai nostri giovani che gesti e movimenti e portamento onesti: cosa del resto alla quale Platone aveva realmente provveduto. E ci vorranno piu di venti censori per esaminare tutti i liuti, i violini e le chitarre che si trovano in ogni casa; perche si dovra pur mettere freno al loro presente cicaleccio; e quello che vorranno dire dovra prima essere approvato. E chi fara poi tacere tutte le arie e i madrigali che sussurran seduzioni amorose nei salottini delle dame? Bisognera inoltre pensare anche alle finestre ed ai balconi; ci son dei libri maliziosi, con pericolosi frontespizi, esposti in vendita; e chi li proibira? Vi basteranno forse venti censori? Anche i villaggi dovranno essere visitati, affinche si veda che specie di discorsi vi tengano la cornamusa e la ribeca e si dovranno esaminare perfino le ballate e la gamma di ciascun violinista di provincia, poiche sono esse le sue rustiche Arcadie e i suoi Montemayor. E ancora: quale nostro vizio nazionale suscita piu critiche in Europa della nostra domestica ghiottoneria? Ma a chi spettera la sorveglianza dei nostri eccessi quotidiani? E che si dovra fare per porre un freno alle moltitudini che frequentano quei locali in cui si vende l’ubriachezza e le si da un rifugio? Anche la fattura dei nostri vestiti dovra essere affidata a piu austeri maestri dell’arte, che badino a tagliarli in fogge meno impudiche. E come regoleremo la liberta che qui da noi c’e nei rapporti tra i giovani dell’uno e dell’altro sesso? Chi e che ne stabilira i limiti e dira quali son le cose di cui e lecito parlare, e fino a che punto se ne puo parlare? E, finalmente, chi e che proibira e disperdera tutti i ritrovi oziosi e tutte le male compagnie?
Queste cose vogliono esistere e devono esistere; ma che cosa si deve fare per renderle meno dannose, meno seducenti? – ecco quello che si richiede dalla ponderata guida d’un saggio governo. Non col segregarci dal mondo e col rifugiarsi in qualche Nuova Atlantide, in qualche Utopia o in un'altra impraticabile citta miglioreremo le nostre condizioni; ma piuttosto prendendo delle sagge precauzioni per combattere i mali di questo nostro mondo, dove ci ha messi, inevitabilmente, il Volere divino. Ne questo scopo lo puo raggiungere la censura degli scritti, come propone Platone; poiche essa censura, come abbiamo visto, si tira appresso tante altre specie di censure che, a volerle applicar tutte, ci renderemo ridicoli e c’imporremo un lavoro non men gravoso che vano. Ben altre son le misure che operano con la piu grande influenza, in queste cose in cui la censura e cosi facile ad eludersi: esse sono quelle leggi non scritte o almeno non coercitive, della sana morale e dell’educazione religiosa e civile, che Platone descrive come i legami e i vincoli della societa e le colonne e i sostegni d’ogni codice e di leggi.
Impunita e remissione sono, sicuramente, la rovina d’una nazione; ma appunto in questo consiste la grande arte del Governo: nel saper discernere cioe quali sono le cose che la legge deve frenare e punire, quali quelle che son da affidare alla sola persuasione. Se tutte le azioni d’un uomo maturo, tanto le buone che le cattive, dovessero essere sottoposte a restrizioni, e norme, e coercizioni, che cosa mai sarebbe la virtu se non un nome, e che merito, di grazia, ci sarebbe piu nell’agire onestamente e nell’essere sobri, giusti o continenti? Molti son quelli che biasimano la Provvidenza per aver permesso ad Adamo di peccare. Oh lingue stolte! Quando Dio lo forni di ragione, Egli lo fece libero di scegliere, poiche ragionare non e altro che scegliere; altrimenti Adamo sarebbe stato un mero automa, uno di quegli Adami che vediamo nelle rappresentazioni dei burattini. Noi stessi non facciamo alcuna stima di quella obbedienza o di quel dono che sono stati ottenuti per forza. Iddio dunque lo lascio libero, ponendogli dinanzi agli occhi un semprevivo oggetto di seduzione; ed in tale liberta consisteva il suo merito, e il suo diritto alla ricompensa e alla lode per la sua astinenza. Per quale ragione volle Egli creare le passioni dentro di noi e i piaceri intorno a noi, se non perche son questi gli ingredienti che, uniti nelle giuste proporzioni, costituiscono poi la virtu? Son poveri conoscitori della natura umana quelli che si credono di poter scacciare il peccato scacciando la materia del peccato. Perche, non solo quest’ultima e come una gran mole che aumenta nel momento stesso che cerchiamo di diminuirla, ma, nel caso dei libri, che sono di uso tanto universale, se pure per un po’ riusciremo a sottrarre ad alcuni delle occasioni di peccato, non per questo potremo sottrarle a tutti gli uomini. E ammesso pure che questa materia del peccato possa essere eliminata, il peccato stesso rimarra intero. Togliete ad un avaro tutto il suo tesoro,- un gioiello purtuttavia gli rimarra: la sua avarizia, di cui non potete privarlo. Bandite ogni oggetto di concupiscenza, confinate tutt’i giovani in eremitaggi e assoggettateli alla piu severa disciplina che si possa attuare in tanti luoghi, - voi non potrete per questo farli diventare casti, se non erano gia tali prima di entrarvi. Grande e la cura e la saggezza che ci vogliono, dunque, nel governo di simili cose.
Inoltre, ammesso pure che si riesca ad espellere, per questa via il peccato, voi vedrete, se osservate bene, che, tanto e il peccato che avremo scacciato, tanta sara pure la virtu che perderemo; perche identica e la materia d’entrambi; e se voi togliete quest’ultima, toglierete la virtu non men che il peccato. Ed e questo che giustifica l’alta Provvidenza di Dio, il quale, benche ci comandi la temperanza, la giustizia e la continenza, pure ci sparge dintorno una profusione addirittura di cose desiderabili, e ci fornisce d’uno spirito che, inappagabile, puo bramare ed errare oltre ogni limite. Perche dunque dovremmo noi ostentare un rigore contrario al modo tenuto da Dio e dalla natura, e restringere la libera circolazione dei libri, privandoci cosi di mezzi tanto utili per mettere alla prova la nostra virtu e per l’avanzamento del vero? Varrebbe meglio capacitarci della inevitabile futilita di tutte quelle leggi che cercano di frenare cose che, benche per via incerta, conducono egualmente al bene che al male. E se toccasse a me di scegliere, direi che cio che assicura una sola dramma di bene dovrebbe esser preferito a cio che evita forzatamente una quantita molte volte maggiore di male. Poiche sicuramente Iddio stima molto di piu lo sviluppo ed il perfezionamento d’un animo virtuoso, che la repressione di dieci spiriti corrotti. E benche tutto quello che noi sentiamo o vediamo nelle faccende quotidiane della vita, sia che rimaniam fermi in un posto o che ci muoviamo e viaggiamo e conversiamo, si possa ben rassomigliare ad un libro, perche gli effetti sono gli stessi, pure, quando avremo anche concesso che le cose da proibire siano i libri soltanto, e non le altre cose, restera sempre il fatto che il vostro ordine, per l’esperienza che se n’e avuta finora, non basta punto a raggiungere lo scopo prefisso. Infatti, non vediam noi forse circolare dappertutto, a dispetto d’ogni censura, quel libello cortigiano contro il Parlamento e la Citta- stampato, non una o due volte soltanto, ma metodicamente ogni settimana, come ne fan fede i suoi fogli ancor molli? Eppure questo sembrerebbe proprio il caso in cui il vostro Ordine dovrebbe dare maggiormente prova della sua utilita. Ma voi forse direte: “ E la darebbe, se fosse eseguito”. Ma e allora lecito domandarsi: “ Se l’esecuzione dell’Ordine, per remissione o cecita, e negletta proprio adesso, e proprio in questo caso, che ne sara mai nel futuro e per tutti gli altri libri?”
Se, dunque, voi volete che il vostro Ordine- Lord e Comuni d’Inghilterra- non sia vano e illusorio, ecco che vi si fa innanzi ancora un’altra fatica: voi dovrete sopprimere e proscrivere tutti i libri scandalosi e non approvati dalla censura, che sono gia stati stampati e resi pubblici. Dovrete farne una lista, affinche tutti sappiano quali sono i libri condannati e quali no: e dovrete poi ordinare che nessun libro straniero sia ammesso liberamente fra noi finche non sia stato debitamente esaminato. Questo compito richiedera tutto il tempo di non pochi censori, e questi dovranno avere una non comune intelligenza. Inoltre, poiche ci son libri in parte utili ed eccellenti, e in parte erronei e perniciosi, ci vorranno altrettanti censori impiegati ad espurgarli ed espungerli, affinche non ne torni alcun detrimento alla repubblica delle lettere. E infine, col moltiplicarsi delle falangi di libri da esaminare, voi sarete costretti a tenere un elenco di tutti gli stampatori che sono stati colti spesso in contravvenzione, e proibire qualunque lavoro esca dalle loro sospette tipografie. Per farla breve, per potere eseguire efficacemente quest’Ordine, voi dovrete rimodellarlo in tutto e per tutto secondo l’esemplare di Trento e di Siviglia: cosa ch’io so che voi avete in orrore.
Ma anche se – Dio non voglia!- doveste accondiscendere a questo, l’Ordine continuerebbe pur sempre ad essere infruttuoso e inefficace per lo scopo propostovi. Se esso fu concepito per evitare gli scismi e le sette, chi e mai tanto ignorante di storia da non sapere che molte sette han rifiutato, come un ostacolo, l’uso dei libri, ed han serbato pura, per secoli, la loro dottrina, soltanto in grazia della tradizione orale? E’ ben noto che la fede cristiana (ch’era pur essa una volta uno scisma) si propago in tutta l’Asia prima che vi si leggesse alcun Vangelo o alcuna Epistola. Se poi non e delle sette che vi preoccupate, ma della riforma dei costumi, ebbene, - guardate allora all’Italia e la Spagna, e vedete se in quei paesi ci e una sola oncia di piu, di bonta, d’onesta, di saggezza, di pudore, dacche l’Inquisizione si e abbattuta sui libri con tutto il suo rigore.
Un’altra ragione che rende evidente che quest’Ordine non conseguira il fine prefissosi si puo tarre dalla considerazione dei requisiti che dovrebbe avere ogni censore. Non si puo negare che chi e chiamato a giudicare della vita e della morte dei libri, e a decidere se debbano essere ammessi a vedere la luce o rimaner nelle tenebre, dovrebbe essere al di sopra della media degli uomini nell’amore per gli studi, nella dottrina, e nell’assennatezza; altrimenti correrebbe il rischio di commettere gravi errori nel decidere cio che e ammissibile e cio che non lo e; il che non e certo un piccolo male. Se egli e quel degno e dotto uomo che dovrebbe essere, non potrebbe avere un piu tedioso e sgradevole compito, ne potrebbe essere condannato a una maggiore perdita di tempo che con l’essere costretto a leggere perpetuamente opuscoli e libri d’ogni sorta, e molti, fra questi, di grande mole. Ogni libro, inoltre, non riesce gradito che a suo tempo e luogo; figurarsi dunque che cosa significa l’esser costretti alla lettura incessante di manoscritti, vergati in modo appena leggibile, e dei quali non si saprebbe mandar giu in qualsiasi momento nemmeno un paio di pagine, anche se stampati con i piu nitidi caratteri! Un’imposizione che io non so immaginare come possa essere tollerata da chiunque apprezzi il suo tempo e i suoi studi ed abbia un briciolo soltanto di buon gusto. E qui devo chiedere scusa agli attuali censori per questa mia opinione. Ma senza dubbio il giudizio ch’essi si facevan di quell’ufficio, nell’accettarlo, era influenzato dal loro spirito d’ubbidienza verso il Parlamento, il cui comando, forse, faceva lor sembrare facile ogni cosa. Ma che la breve esperienza che n’hanno avuta li abbia gia stancati all’eccesso e ben provato dalle parole e dalle scuse che loro stessi rivolgono a quelli che fanno tanti viaggi per sollecitare la loro autorizzazione. Visto dunque che quelli che sono ora addetti a quell’ufficio mostrano apertamente di volersene sbarazzare, e visto che e poco probabile che un uomo di merito, un uomo a cui non piaccia di buttar via il suo tempo, voglia mai rimpiazzarli,- a meno che non si contenti dello stipendio d’un correttore di bozze,- noi possiamo facilmente prevedere qual e la specie di censori che dobbiamo aspettarci in avvenire: o ignoranti, arroganti e negligenti, o bassamente venali.
Questo e quanto dovevo dirvi per mostrarvi com’e che quest’Ordine non puo raggiunger quel fine a cui voi tendevate.
Ora che ho dimostrato che non se ne puo cavare alcun bene, passero finalmente a trattare dell’evidente danno che esso produce. E in primo luogo diro perche esso e il piu grande affronto che si possa fare agli studiosi, ed in che modo esso li scoraggia nei loro studi.
Era il lamento abituale dei Prelati, ad ogni benche minima proposta avanzata per l’abolizione della pluralita dei benefizi e per una piu equa distribuzione delle rendite della Chiesa, che se questo fosse stato fatto, gli studi ne sarebbero restati per sempre avviliti e scoraggiati. Ma io non ho mai trovato nessuna ragione capace di convincermi che la nostra coltura dipenda, sia pure per una decima parte soltanto, dal clero; e ho dovuto pur sempre pensare che quei loro lamenti sian prova di gretta natura: una natura indegna di ecclesiastici, a cui siano state lasciate delle rendite perfettamente adeguate al loro posto. Se a voi dunque ripugna avvilire e scontentare, non la mercenaria ciurma dei falsi eruditi, ma quei liberi e generosi spiriti nati per studiare e per amare gli studi per se stessi e non per lucro, per servire Dio e il Vero e non per altri fini, e forse solo bramosi di quella lode eterna che Iddio e gli uomini buoni han concessa a chi scrive pel bene dell’umanita; sappiate allora che il diffidare del senno e dell’onesta d’una persona che abbia una benche minima reputazione negli studi e sia finora innocente, tanto da giudicarla incapace di pubblicar le sue idee senza che un precettore stia li a vedere se mai le scappi una parola eterodossa o corruttrice, - costituisce invero il piu doloroso insulto che possa farsi ad un acuto e libero spirito.
Che vantaggio c’e nell’essere un adulto e non piu uno scolaretto, se dalla verga del pedagogo, a cui si e appena sfuggiti, si deve passare alla bacchetta d’un imprimatur? Se scritti seri e diligenti non posson vedere la luce senza prima passare, come un componimentino di scuola, sotto l’affrettato sguardo d’un censore, cui non sta a cuore altro che acconciarsi alle necessita del momento? Un uomo a cui si nega l’iniziativa delle proprie azioni- benche non gli si possano imputare cattive intenzioni e benche egli non faccia niente per sottrarsi alle leggi- non puo sperare di passar per altro, nel suo paese natale, che per un lunatico, o per uno straniero.
Quando uno scrittore vuole rivolgersi al mondo, egli chiama in suo aiuto tutte le forze della sua ragione e della sua riflessione. Egli indaga, medita, s’affatica, e probabilmente interroga e consulta i suoi amici piu assennati. Dopo di che egli si stima tanto bene informato sul suo argomento, quanto puo esserlo chiunque altro abbia gia scritto su quel soggetto prima di lui. Ora, se in questa suprema prova ch’egli da della sua dedizione agli studi e del suo compiuto sviluppo, ne gli anni, ne l’industria, ne le prove gia date della sua capacita, valgono a conferirgli una maturita che lo metta al sicuro d’ogni sospetto; se egli deve ancora sottomettere il frutto della sua diligenza e delle sue veglie, in cui brucio tant’olio sacro a Minerva, alla frettolosa ispezione d’un affaccendato censore, piu giovane forse di lui, a lui inferiore in giudizio, e ignaro forse delle fatiche durate a chi scrive; e se infine (dato pure che non l’abbian gia respinto e oltraggiato) deve uscir fuori dei torchi come un minorenne accompagnato dal suo precettore,- cioe con un censore che ci assicuri, li a tergo del frontespizio, ch’egli non e ne un idiota, ne un corruttore;- questo sicuramente non puo non essere che una vergogna ed una indegnita, e per l’autore, e per il libro, e per il decoro e i diritti degli studi.
E cosa accadra se l’autore e un uomo dotato di un’immaginazione cosi fertile che molte nuove e preziose osservazioni gli si presentano alla mente mentre il suo libro, gia approvato, si trova ancora sotto i torchi? – come spesso accade ai migliori e ai piu diligenti scrittori, che talvolta ritoccano i loro scritti fino a una dozzina di volte? Lo stampatore non osera toccare la copia autorizzata: e cosi l’autore dovra spesso trascinarsi dal suo superiore, per fargli esaminare quelle sue nuove aggiunte: e quante camminate dovra fare prima che possa trovare quel suo censore ( perche dev’essere lui e non altri ) o, trovato che l abbia, prima che possa farsi ascoltare! Nel frattempo, o la stampa deve essere interrotta ( il che non e piccolo danno) o l’autore deve rinunziare all’espressione dei suoi piu maturi pensieri, e vedere uscire il suo libro in condizioni che lui stima imperfette- la qual cosa e, per uno scrittore diligente, quanto di piu triste e irritante gli possa capitare. E come, un uomo potra mai parlare con quell’autorita che e l’essenza e la vita stessa dell’insegnamento, e come potra egli pretendere di istruire gli altri (come sarebbe suo dovere, perche altrimenti farebbe meglio a tacersi) quando tutto quello ch’egli dice va soggetto alla tutela e alla correzione del suo patriarcale censore che puo cancellare o alterare qualunque cosa non si confaccia con quello che lui chiama “il suo criterio” e che non e altro che la sua cocciutaggine? E come puo fare a meno, il lettore intelligente, di scaraventar via il libro, non appena gli capiti sott’occhio una di quelle cattedratiche approvazioni del censore, e di esclamare press’a poco cosi: “Io ho in odio un maestro che sia lui stesso scolaro; io non so sopportare un dottore che se ne venga da me sotto l’ombra tutelare d’un soprintendente; io non ne so niente di questo censore, all’infuori della sua arroganza, della quale ho sufficiente testimonianza qui nella sua firma. Chi puo a sua volta garantirmi ch’egli e un uomo di giudizio?” – “Lo Stato, signore”, risponde l’editore. “ Lo Stato”- replica prontamente l’altro- “ e fatto per governare, e non per dirmi quali libri io debba leggere. Esso puo sbagliare nella scelta d’un censore proprio come questo censore puo sbagliare nel suo giudizio su un autore. Cotesto libro non puo esser altro che robaccia”. E potrebbe anche aggiungere, colle parole di Bacone, che questi libri autorizzati non son altro che il linguaggio dei tempi.
Poiche, ammesso anche il caso che un censore fosse dotato di un giudizio superiore a quello comune ( e se fosse veramente cosi sarebbe ben difficile trovargli un successore), pure, il suo ufficio stesso gli impone di non lasciar passare nessuna opinione diversa da quelle gia stabilite ed accettate da tutti. E si posson dare casi anche piu deplorevoli. Supponete infatti che il lavoro di qualche autore morto, nonostante la fama che gode durante la sua vita e che gode tuttora, sia sottomesso ai censori perche ne licenzino la stampa o la ristampa. Se mai trovasse in esso una sola frase mordace e ardimentosa, pronunziata dall’autore nello slancio del suo piu alto fervore, o forse addirittura per ispirazione divina- ma d’altra parte non perfettamente rispondente al loro basso e decrepito umore- non gli risparmierebbe certo i loro fregi, si trattasse anche dello stesso Knox, il riformatore d’un regno. E cosi, il pensiero di quel tale autore sarebbe perduto irrimediabilmente per i posteri, e questo grazie alla timidita o alla presuntuosa avventatezza d’un officioso censore. Ed io potrei citare qui uno scrittore su cui s’e di fresco commessa questa violenza, in un suo libro ch’era oltremodo importante che fosse pubblicato nella sua integrita; ma mi frenero dal farlo finche non mi si presentera migliore occasione.
Se quelli che posson mettervi facilmente rimedio, non senton presto e sul serio la gravita di queste cose; se si permette a questi censori di continuare ad attaccarsi, come fa la ruggine al ferro, ai libri piu preziosi, rodendone i brani piu belli e frodando a tradimento i posteri delle ricche eredita di pensiero lasciate a loro da uomini nobilissimi,- allora si, che avranno davvero da soffrire quegli infelicissimi uomini cui tocco la sfortuna di sortire intelletto da Natura. Nessuno, d’ora in poi, si curi piu di apprendere, nessuno si curi di posseder nient’altro che una mondana accortezza; giacche sicuramente l’essere ignari ed ignavi nelle cose piu nobili, l’essere un qualunque solennissimo balordo, sara l’unica vita piacevole, l’unica ambita.
E al modo stesso che questa misura costituisce uno speciale insulto per ogni uomo d’ingegno vivente ed e atto quanto mai ingiurioso per le opere e i monumenti dei morti, similmente essa e - a parer mio- un degradante avvilimento per la nazione intera. Io non posso dar tanto poco conto valore all’invettiva, all’arte, all’ingegno, al serio e solido buon senso che c’e qui in Inghilterra, da credere che tutto questo possa essere compreso in una ventina di cervelli, per quanto buoni essi siano; e tanto meno posso persuadermi che tutta questa ricchezza spirituale non debba esser comunicata agli altri senza una superiore sorveglianza, senza che sia stata prima passata pel vaglio dei censori- e che non possa essere messa in circolazione senza la loro autentica e autorevole firma. La verita e l’ingegno non sono articoli di monopolio, da vendere con le loro brave etichette, e misure, e garanzie. Non dobbiamo immaginarci di poter trattare tutta la coltura nazionale al pari d’una qualsiasi merce, bollandola e licenziandola come si fa coi panni o colle balle di lana. Che cosa e tutto questo se non una servitu simile a quella imposta dai Filistei, se non ci e permesso di affilarci noi stessi i nostri vomeri e le nostre scuri, e dobbiamo invece portarci dai quattro punti cardinali a coteste venti fucine censorie?
Poniamo il caso che uno scrittore, abusando della buona reputazione acquisitasi tra gli uomini, ed a rischio di perderla, abbia scritto e divulgato cose false e offensive per la morale pubblica. Se egli- dopo essere stato dichiarato colpevole- dovess’esser condannato ne piu ne meno che a non pubblicare nessuna altra opera senza prima sottoporla ad un funzionario, che, colla sua firma, ne garantisse la innocuita, - noi non potremmo giudicare una siffatta punizione meno che vergognosa. Onde si puo facilmente capire che grave insulto sia l’includere in tale diffidente e sospettosa proibizione, insieme con il colpevole, la nazione intera, e cioe a dire, anche gl’innocenti. Tanto piu che, mentre ai debitori e ai delinquenti e permesso di andare in giro senza un guardiano, i libri inoffensivi, invece, non posson metter fuori la testa senza che si presenti un carceriere sui loro frontespizi. Ne si puo dire che questa misura non suoni come un rimprovero per il popolo in generale, poiche, se siamo tanto gelosi del suo benessere da non osare di mettergli in mano un semplice opuscolo inglese, a cosa altro equivale questo se non a dichiararlo incostante, vizioso, privo di principi morali e ridotto ad uno stato di cosi debole fede e malfermo discernimento da non poter mandar niente giu senza esservi aiutato dal cannellino d’un censore? Che si faccia questo per sollecitudine od amore verso il popolo, non si puo sostenerlo, poiche la stessa severita e adottata nei paesi papisti, dove i laici sono quanto mai odiati e disprezzati. E non possiamo dire che sia saggezza, perche cosi non si viene a barricare che una breccia soltanto; e questa anche, non bene; giacche quelle stesse corruzioni che si cerca d’impedire, irrompono con maggiore slancio dalle altre porte che non si posson chiudere.
Ed infine, la censura mette anche in discredito i nostri ministri, dalle cui fatiche noi dovremmo aspettarci migliori risultati, e non temere, invece, che, dopo tutta la inestinguibile luce evangelica che essi van diffondendo nelle loro prediche e dopo tutto il profitto che avrebbe dovuto trarne il loro gregge, quest’ultimo possa seguitare ad essere una cotal plebaglia, cosi instabile, cosi priva di principi morali e cosi ignorante, che il mero soffio d’ogni nuovo opuscoletto possa farla vacillare e deviare da suo catechismo e dal retto cammino cristiano. I ministri hanno ben ragione di scoraggiarsi quando vedono che tutte le loro esortazioni e tutto il bene che essi fanno ai loro ascoltatori sono stimati tanto poco che questi han bisogno d’un censore per poter leggere quattro fogli di carta; e quando sanno che tutt'i loro sermoni ed i loro discorsi, predicati e stampati e venduti in numero e volume cosi grandi che rendon quasi invendibile ogni altro libro, non sono giudicati una sufficiente corazza contro un singolo encheiridion, senza il Castel Sant’Angelo d’un imprimatur.
E affinche qualcuno non vi persuada- Lord e Comuni d’Inghilterra- che questi miei argomenti circa lo scoraggiamento prodotto fra le persone colte non siano altro che abbellimenti retorici, permettetemi che io vi racconti cio che ho visto e sentito in altri paesi, oppressi da questa specie di tirannica inquisizione. Nei quali paesi, trovatomi io a sedere fra i loro dotti (perche, infatti, mi tocco quest’onore) fui da loro reputato fortunato per aver avuto i natali in una terra di filosofica liberta- come stimavan che fosse l’Inghilterra; mentre essi invece non facevano altro che lamentarsi della servitu in cui eran caduti i loro studi, affermando che era questa servitu che aveva offuscato la gloria del genio italiano, in modo che niente si scriveva laggiu, da molti anni, se non adulazioni e tronfia rettorica. Fu li ch’io trovai e visitai il famoso Galileo, ormai vecchio, divenuto prigioniero dell’Inquisizione, perche avea pensato, in astronomia, diversamente da come pensavano i suoi censori francescani e domenicani.
E benche io sapessi che in quel tempo l’Inghilterra gemeva piu che mai sotto il giogo dei Prelati, purtuttavia questa convinzione ch’io trovavo negli altri paesi, circa la sua liberta, mi riusciva gradita, quasi fosse un pegno di felicita futura. Ma nondimeno io non avrei mai osato sperare che gia fin d’allora vivessero in Inghilterra, e ne respirassero l’aria, quei generosi spiriti destinati ad operare una rivoluzione, il cui ricordo nessun volgere d’anni cancellera mai dalla memoria umana.
Una volta cominciata, pero, l’opera di liberazione, tutto mi sarei aspettato tranne che quelle lagnanze, che mi avevan fatte i dotti stranieri contro l’Inquisizione, dovessero essermi ripetute qui contro la censura: qui in Inghilterra, sotto un regime parlamentare, e da uomini egualmente dotti. Ne avrei mai creduto che dovessero essere tanto generali; poiche infatti, quando io rivelai il mio animo e dissi che m’associavo al loro scontento, molti, che vi rispettano e son da voi rispettati, e che avevano una buona opinione di me, mi scongiurarono di metter insieme quante buone ragioni mi si presentassero alla mente allo scopo di liberare gli studi dal loro immeritato servaggio.
E le loro suppliche ( se mi e lecito dirlo senza passar per arrogante) non furon meno ardenti di quelle che i Siciliani rivolsero a Cicerone, quando, memori della sua equanimita di questore, vollero che egli si facesse accusatore di Verre.
Questo ce ho detto bastera per mostrarvi che io non sto dando sfogo alle mie proprie fantasticherie, ma sto esponendo un’ingiustizia sentita da tutti quelli che hanno educato i loro spiriti al dispora del livello comune, per poter comunicare la verita agli altri, o riceverla essi stessi. E’ in loro nome, dunque, che io senza ambagi e imparzialmente, vi diro qual e l’oggetto della generale mormorazione. Essi dicono cosi: se dobbiamo tornare ad avere l’inquisizione e la censura, e ad aver tanto poca confidenza in noi stessi e tanto sospetto negli altri da temere ogni libro. Ogni foglio, se non sappiamo prima di che cosa trattano; e se quelli che poco fa eran loro stessi vittime della censura, e non potevan quasi predicare, devono ora venire a proibirci la lettura di tutto quello che non garba a loro; - non si puo fare a meno di sospettare che in certuni esista l’intenzione di stabilire una seconda tirannia sugli studi; e concludere che, se si continua cosi, presto non si potra piu porre in controversia che Vescovi e Ministri presbiteriani per noi non sono che la medesima cosa, e di nome e di fatto.
Si vede chiaramente che quei mali dell’Episcopato, che prima si riversavano ugualmente, dalle sue venticinque o ventisei sedi, sull’intero popolo, ora si rovesceranno tutti quanti unicamente sugli studi; poiche adesso il pastore di qualche ignorante e piccola parrocchia sara esaltato di colpo alla dignita di arcivescovo di una vasta diocesi di libri, continuando per altro a serbare la sua cura, e dando cosi esempio d’un nuovo e mistico pluralismo. Quello stesso che dianzi protestava contro i Vescovi per il loro diritto esclusivo di ordinare ogni nuovo baccelliere e per la loro esclusiva giurisdizione spirituale sul piu umile parrocchiano, potra adesso investirsi di entrambe quelle autorita e, assiso in una poltrona della sua privata abitazione, potra emanar sentenze su libri eccellentissimi e su degnissimi scrittori.
Ma questi non sono i Patti, non son le Proteste che abbiamo fatte! Cosi non si e abbattuto l’Episcopato; questo non e altro che mettere un Episcopato nuovo al posto di uno vecchio, che trasferire il palazzo arcivescovile da un dominio all’altro: non e, insomma, che un vecchio artifizio canonico, con cui a una penitenza se ne sostituisce un'altra. Se gia ci si allarma tanto al semplice apparire di un opuscolo non debitamente licenziato, presto si avra paura di ogni conventicola, e un momento dopo si vedra una conventicola in ogni riunione cristiana. Ma io sono sicuro che uno Stato governato con giustizia e fermezza e una Chiesa fondata e innalzata sulla ferma roccia della fede e del vero, non possano essere tanto pusillanimi.
Restringere la liberta di scrivere quel che si pensa in un momento in cui le cose religiose non hanno ancora ricevuto la loro sistemazione definitiva; e restringerla mediante una disciplina presa a prestito dai Prelati e derivata per loro tramite dall’Inquisizione; e rimetterci ancora una volta in mano ad un censore; questo non puo non cagionare ansie ed avvilimento fra tutti gli uomini colti e devoti. Chi e che non riesce a vedere la finezza di questa mossa politica e a indovinarne gli autori? Non sono questi gli stessi che, quando si trattava di perseguitare i Vescovi, insistevano che la stampa dovesse essere libera, e affermavano che, sotto un regime parlamentare, tale liberta era un privilegio e un diritto naturale del popolo,- era, invero, l’irradiarsi della sua nuova luce sulla terra? Ma ora che i Vescovi sono stati sfrattati dalla Chiesa e aboliti, ecco che le sottili arti episcopali fan di nuovo capolino - quasi la nostra riforma non fosse stata fatta che per togliere i Vescovi dai loro posti e rimpiazzarli con gli altri, sotto diverso nome; - ecco che l’orciuolo della verita non deve ricevere piu olio, e la stampa dev’essere di nuovo asservita a una commissione prelatizia di venti membri, e il privilegio del popolo negato,- e, quel ch’e peggio, gli sudi devono gemere di nuovo nei ceppi di una volta. E tutto questo quando si e tuttora in piena sessione parlamentare!
Eppure le ragioni che essi stessi hanno usate in loro propria difesa contro i Prelati potrebbero rammentare loro che questa violenza proibitiva conduce per lo piu a risultati diametralmente opposti a quelli desiderati; e invece di sopprimere le sette e gli scismi promuove e conferisce loro una reputazione. La punizione degli uomini d’ingegno accresce la loro autorita- dice il Visconte di S. Albano- e uno scritto proibito e la scintilla di qualche verita, che schizza in viso a coloro che vorrebbero spegnerla. E’ probabile dunque che questa legge diventera nutrice di nuove sette; non della Verita, pero, alla quale, come potro facilmente mostrarvi, sara matrigna soltanto.
Ed infatti, essa ci rendera incapaci, innanzi tutto, di conservare le conoscenze gia acquisite. Qualunque persona di giudizio sa bene che la nostra fede e il nostro spirito si temprano, al pari delle membra e della costituzione, coll’esercizio. La Verita, nella Sacra Scrittura, e paragonata ad una fonte d’acque vive. Se le sue acque non scorrono perennemente, s’intorbidiranno in una pozza fangosa di conformita e tradizione. Un uomo puo essere un eretico anche quando e nel vero; poiche, se lui crede a certe cose solo perche le ha dette il suo pastore, o perche cosi ha deciso l’Assemblea, senza saperne altra ragione, allora, anche se quel che crede e vero, la verita stessa ch’egli mantiene diventera nondimeno la sua eresia.
Per taluni non c’e fardello piu pesante della religione; o uno, del quale piu volentieri addosserebbero ad altri il carico e la cura. Ci sono molti- e chi non lo sa che ci sono?- fra i Protestanti e i Puritani, che vivono e muoiono in una fede altrettanto cieca e passiva quanto quella di un qualunque papista di Loreto.
Un uomo ricco, dedito ai piaceri ed al guadagno, trova che la religione e un affare tanto ingarbugliato, con dei conti cosi numerosi e minuti, che, fra tutte quante le imprese che egli conosce, quest’e l’unica che non gli riesce proprio di mandare avanti. Che cosa puo fare? Certo, a lui piacerebbe d’esser reputato una persona devota, e di essere alla pari coi suoi vicini in questo rispetto. Che altro allora puo fare se non decidere di non affaticarsi piu lui stesso, ma di trovarsi qualche fattore, alla cui cura e al cui buon nome egli possa affidare tutta l’amministrazione dei suoi affari religiosi? Di trovarsi, cioe, qualche degno ecclesiastico, che goda quella buona reputazione necessaria per un tal compito? A lui egli si rimettera, dunque, affidando alla sua cura l’intero magazzino della propria religione, con tutte le sue chiavi e serrature; anzi, della persona stessa di quell’uomo fara, in realta, la sua religione; e stimera che l’accompagnarsi con lui sia una raccomandazione ed una prova sufficiente della sua propria devozione. Sicche si puo dire che la sua religione non e piu in lui stesso, ma e diventata una proprieta mobile e divisibile, che va e viene da lui secondo che quel buon uomo va e viene in casa sua. Egli lo riceve e lo tratta bene, gli fa regali, gli offre banchetti, lo alberga; la sua religione se ne torna a casa la notte, prega, poi riceve una lauta cena, ed e messa a dormire in un letto sontuoso; poi di mattina s’alza, e salutata, e dopo un bicchiere di malvasia o d’altra aromatica bevanda- dopo aver mangiato meglio di Colui che si sarebbe volentieri sdigiunato con dei fichi verdi, fra Betania e Gerusalemme- la sua religione se n’esce di casa alle otto, e lascia nel suo negozio l’ospite cortese, che potra pensare al suo commercio tutt’il giorno- senza la sua religione.
C’e poi un’altra classe di uomini i quali, quando sentiranno che tutte le cose devono essere ordinate regolate o stabilite, e che niente dev’essere scritto eccetto quello che passa per la dogana di certi pubblicani, a cui e dato di tassare ogni verita liberamente espressa,- verranno a mettersi difilato nelle vostre mani per farsi tagliare e confezionare da voi qualunque religione piaccia a voi. Ci saran piaceri e ricreazioni e dilettosi passatempi che accompagneranno allegramente il volgere del loro giorno da un’alba all’altra, e che culleranno tutto il tedio del loro anno in un sol sogno lungo e delizioso. Perche mai, costoro, dovrebbero lambiccarsi il cervello per delle cose di cui altri si sono addossati, gelosamente e inalterabilmente la cura?

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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 17 feb 2012, 19:02

Tali saranno i frutti che ci si dovra attendere da una ottusa tranquillita e dall’abbandono degli studi. Oh, mirate la buona, la desiderabile obbediente unanimita! Oh, pensate in quale bella uniformita vorrebbero pietrificarci! Oh si, che indubbiamente noi diverremmo in tal modo una gran bella struttura – compatta e solida come potrebbe farla il gelo d’un qualunque rigido gennaio.
Ne, per quanto riguarda il clero stesso, le conseguenze saranno migliori. Non e punto raro il caso d’un parroco che, - assicuratasi la ricompensa delle sue fatiche, e raggiunte, col suo confortevole benefizio, le colonne di Ercole delle sue speranze,- in mancanza di altro stimolo per i suoi studi, si dia naturalmente a completarne il corso in un dizionario inglese di concordanza bibliche e in un tesoro di citazioni e di luoghi comuni (il gruzzolo di sapienza, cioe, che lui mise da parte nei suoi sobri anni universitari); in una armonia evangelica e in un’antologia di esegesi biblica; - percorrendo metodicamente il solito giro delle comuni questioni dottrinali coi loro bravi commenti sugli usi, le ragioni dei dogmi, i requisiti dei veri devoti, e i mezzi per ottenere la grazia divina.
Servendosi di questi libri, come ci si serve dell’alfabeto e della solfa, e formando e trasformando, unendo e disunendo in vari modo quel che lui, con un po’ di pratica, e capace di trovarvi dentro, ed aiutato da un paio di orette di meditazione, egli puo facilmente mettere insieme piu di quanto gli abbisogna settimanalmente per tutt’i sermoni; e questo, prescindendo dagli infiniti aiuti che puo trarre dalle versioni interlineari, dai breviari, dalle sinopsi e da altrettali strumenti di pigrizia intellettuale. E se gli piace, puo anche comprare i suoi sermoni bell’e fatti, poiche se ne trovano a cataste, su ogni passo biblico che non sia troppo difficile; e le botteghe situate nei consacrati limiti di san Tommaso, sant’Ugo e san Martino, non hanno, infatti, una merce piu facilmente vendibile di questa. Egli non puo temere quindi alcuna carestia, per quanto riguarda le provviste del suo pulpito, sapendo bene dov’e che puo trovarne in abbondanza per rifornire la sua propria bottega.
Ma se noi non lo proteggiamo da tutt’i lati con delle palizzate censorie; se non gli mettiamo dietro un rigido guardiano che gli assicuri le spalle; se lo lasciamo indifeso agli attacchi che di tanto in tanto qualche ardito opuscolo puo sferrare contro le sue vecchie riserve di trincerati dogmi; - allora egli, esposto in tal guisa ai pericoli esterni, dovra pur sentire la necessita di stare all’erta e di sottomettere quelle opinioni che altri gli ha fornite alla vigilanza di buone guardie e sentinelle, e dovra pure andar intorno, cogli altri suoi colleghi, a perlustrare e ispezionare, caso mai qualcuno del suo gregge fosse adescato altrove, da chi puo istruirlo, esercitarlo e disciplinarlo anche meglio di lui. Tutto questo e in realta un lavoro; ma Dio non voglia che la nostra Chiesa, spaventata dalla diligenza necessaria pel tal lavoro, degeneri in una infingarda autorita censoria!
Se noi siamo convinti d’aver ragione, e non riteniamo la verita colpevolmente- il che non sta bene; se non vogliamo noi stessi condannare il nostro insegnamento come futile e fiacco, ed il popolo come una ignorante irreligiosa e vagabonda moltitudine; - che cosa ci puo essere di piu giusto che accordare liberta d’espressione ad un uomo accorto, istruito, e, per quel che se ne sa, non meno coscienzioso di coloro che c’insegnarono quello che noi ora sappiamo? E permettergli di esprimere la sua opinione, non andando privatamente di casa in casa (il che e molto piu pericoloso) ma pubblicandola per iscritto, a tutto il mondo, e dicendo le sue ragioni, e spiegandoci perche l’opinione tenuta dai piu non e quella giusta? Cristo addusse a sua discolpa il fatto che Egli predicava in pubblico; ma lo scrivere e ancora piu pubblico del predicare, ed e piu facile a confutarsi, se e necessario; poiche ci sono tanti il cui solo lavoro, la cui sola professione, sta tutta nell’essere i campioni della Verita; e se essi negligessero la difesa di quest’ultima, a che cos’altro si potrebbe cio ascrivere se non ad ignavia od incapacita?
E con questo ho provato a sufficienza come la censura, disabituandoci all’uso delle nostre facolta, c’impedisce di acquistare una vera padronanza di quelle conoscenze che a noi pare di possedere. Niente ho detto del male che deve fare l’ufficio di censore, piu di ogni altro ufficio laico, ai censori stessi nella loro capacita di sacerdoti, ove essi voglian davvero disimpegnare il loro ufficio con coscienza; che devono inevitabilmente trascurare o l’un dovere o l’altro. Ma non v’insisto, perche si tratta d’un caso particolare, e devo lasciarne la decisione alla loro coscieza.
Devo invece ancora mostrare a quale incredibile danno e detrimento ci espone codesta macchinazione della censura; e come essa sbarri la strada alla nostra merce piu preziosa- la Verita -, meglio di come farebbe un nemico, bloccando tutt’i nostri porti e le nostre insenature; che infatti essa fu dapprima stabilita e praticata dalla malizia e dall’astuzia anticristiana, a bella posta per estinguere – ove fosse possibile- la luce della Riforma, e stabilir su salde basi il falso: una politica non molto diversa da quella del Governo turco, che sorregge il Corano merce la proibizione della stampa. Nessuno nega, ma anzi volentieri confessa, che noi, piu di quasi tutte le nazioni, dobbiamo ringraziare altamente il cielo pere la gran misura di verita che ci e dato di godere, specialmente riguardo a quei punti piu importanti che sono in controversia fra noi ed il Papa, coi vescovi suoi seguaci. Ma sbaglia chi crede che noi dobbiamo fermarci a piantar le tende qui, come se avessimo gia raggiunto, nella nostra Riforma, le piu alte mete che sia possibile contemplare, prima che si venga all’ultima beatifica visione, nel nostro mortale specchio di quaggiu: chi osasse affermar questo, con l’opinione sua stessa farebbe manifesto ch’egli e ben lungi dalla Verita.
La Verita, infatti, venne una volta al mondo col suo divino Maestro, ed era immagine perfetta, e quanto mai gloriosa a contemplarsi. Ma quando egli ascese al cielo, ed i suoi Apostoli, dopo di lui, ebbero chiusi gli occhi per l’eterno riposo, ecco che subito sorse una malvagia razza di impostori, che fecero colla vergine Verita quello che, secondo la leggenda egiziana, avean fatto Tifone e i suoi congiurati col buon Osiride: tagliaron la sua angelica forma in mille pezzi, e sparsero questi ai quattro venti. Da allora in poi i mesti amici della vergine Verita- quelli che hanno osato mostrarsi tali apertamente- rinnovando l’ansiosa ricerca che Iside fece dello sbranato corpo d’Osiride- sono andati qua e la pel mondo, raccogliendone le sparse membra ad una ad una, ovunque riuscissero a trovarle.
Noi non le abbiamo trovate ancora tutte, quelle membra- Lord e Comuni d’Inghilterra; - ne mai le troveremo, finche il divino Maestro non scendera una seconda volta quaggiu per ricomporle, con tutte le loro giunture, e plasmarle di nuovo in una immortale immagine d’angelica perfezione. Non fate che queste proibizioni censorie sbarrino il nostro cammino, ovunque questo puo condurci ad una fruttuosa ricerca- non fate che disturbino quei fedeli della martire Santa, che ancora speran di rintracciare il suo corpo dilacerato, perseverando cosi nel loro funebre rito. Noi meniam vanto della nostra luce; ma se, incautamente, fissiamo il Sole stesso, egli ci percuote e getta nelle tenebre. Chi potrebbe discernere quei pianeti piu vicini al Sole e si spesso vinti dal suo fulgore, o quegli astri di prima grandezza che sorgono e tramontano con lui, se gli opposti moti delle loro orbite non li portassero in punti tali del firmamento da renderli visibili al vespro o alla mattina? La luce che riuscimmo ad ottenere ci fu data, non perche noi stessimo sempre fissi a mirarla, ma perche ce ne servissimo per scoprire nuove cose e per spingere piu oltre i confini della nostra conoscenza. Non e solo strappando la tonaca a dei preti, e togliendo la mitra a qualche vescovo, e liberando cosi i Presbiteriani dalla loro oppressione, che noi diventeremo una nazione felice. No! Ci son altre cose, parimente importanti nella Chiesa, nella vita civile e nel governo, che noi dobbiamo investigare e riformare; e se noi le trascuriamo, gli e perche abbiamo fissato tanto a lungo gli abbaglianti fari che Zuinglio e Calvino accesero per noi, da esserne totalmente accecati.
Ci son quelli che non finiscono mai di lamentarsi degli scismi e delle sette, e che riguardano come una grande calamita che si possa dissentire dalle loro proprie massime. Sono l’orgoglio e l’ignoranza loro le vere cause di tutto il disordine; son loro che non vogliono ascoltare pazientemente gli altri, ne son capaci di convincerli; e pero vogliono che sia soppresso tutto quello che non si ritrova nelle loro sintamme. Sono loro i perturbatori, loro i seminatori di discordia, loro, che non si curano, ne voglion permettere agli altri di unire quelle divise membra ancora mancanti al corpo della Verita. Impiegare incessantemente tutto quel che gia conosciamo al fine di scoprire quello che ancora ci e ignoto; integrar vero con vero a mano a mano che lo rinveniamo (perche omogeneo, infatti, e quel corpo, e proporzionate fra di loro son le sue membra) – ecco la regola aurea, in teologia non meno che in aritmetica: la regola che assicura in una Chiesa la migliore armonia, e non una unione forzata e superficiale di spiriti freddi indifferenti e segretamente divisi.
Lord e Comuni d’Inghilterra! Considerate qual e la nazione a cui appartenete, e che voi governate: un popolo non tardo ed ottuso, ma dotato d’uno spirito pronto, inventivo, penetrante, acuto nell’ideare, sottile e vigoroso nel ragionare, capace di raggiungere le piu grandi cime a cui possa spingere il volo l’ingegno umano. Onde lo studio delle scienze piu profonde e cosi antico fra noi, ed ha raggiunto tale eminenza, che scrittori d’una certa antichita e del piu sano giudizio eran convinti che perfino la scuola pitagorica e la sapienza persiana derivassero dall’antica filosofia di questa isola. E quel saggio e colto romano, Giulio Agricola, che un tempo governo qui per l’imperatore, preferiva il naturale ingegno britannico agli elaborati studi dei Galli. E non per niente i gravi e frugali Transilvani mandano ogni anno dai lontani e montagnosi confini della Russia e di la dall’Ercinie solitudini, non solo i loro giovani, ma i loro uomini maturi, ad imparar la nostra lingua ed a studiare le nostre discipline teologiche. Pure, quel che importa piu di qualunque altra cosa detta finora – il favore e l’amore celeste- noi abbiamo buone ragioni per crederli in ispecial modo propizi e benevoli verso di noi. Altrimenti, perche mai questa nazione fu scelta prima di ogni altra, acciocche proprio dalla sua terra, come da Sion, squillassero le trombe a proclamare a tutta l’Europa le prime liete novelle della Riforma? E se non fosse stato per l’ostinata perversita dei nostri Prelati verso il divino e ammirevole spirito di Wyclif, che essi cercarono di sopprimere come scismatico e innovatore, forse ne i nomi dei boemi Huss e Gerolamo- no, ne quelli di Lutero e di Calvino, sarebbero mai diventati noti; e la gloria d’aver riformati i nostri vicini sarebbe stata tutta nostra. Invece, causa la violenza e gli errori del nostro ostinatissimo clero, noi siam diventati gli ultimi, e i piu arretrati discepoli di quelle nazioni, delle quali Iddio ci offri d’essere i maestri.
Adesso, ancora una volta e chiaro ( come concorrono a far credere tutti gl’indizi e come assicura in generale l’istinto di uomini santi e devoti, i quali ogni giorno e solennemente esprimono i loro pensieri) che Iddio si propone di iniziare una nuova e grande eta per la sua Chiesa, tale da produrre perfino una riforma della Riforma stessa.
Ed ecco, percio, che Egli si rivela ai suoi servi, e, primi fra tutti, com’Egli suole, ai suoi Inglesi: ho detto , com’Egli suole, a noi prima,- benche noi non facciamo attenzione alcuna alle vie ch’Egli prende e siamo indegni del favore suo.
Guardate, ora, questa vasta citta: una citta di rifugio, magione della liberta, circondata dalla divina protezione. Guardate, e vedrete che le incudini e i martelli che lavoran giorno e notte nei suoi arsenali a battere armi e armature, onde la Giustizia armata possa difendere l’assediata Verita, non sono piu numerosi delle penne e delle menti che li, al lume della loro assidua lucerna, meditano e indagano, volgendo e rivolgendo le nuove idee ed i nuovi concetti che s’apprestano ad offrire, come loro fedele omaggio, alla veniente Riforma; - non piu numerosi dei molti altri che s’adoperano a leggere e a provare ogni cosa, lasciandosi guidare dalla forza convincente della ragione.
Che cosa si puo voler di piu da una nazione cosi docile e cosi incline allo studio ed al sapere? Di che cos’altro c’e bisogno, per un suolo cosi fertile e obbediente, se non di saggi e fedeli lavoratori che, d’un popolo intelligente, facciano una nazione di profeti, di saggi e di eccellentissimi uomini?
Noi diciamo che ci vogliono piu di cinque mesi, perche venga il tempo della mietitura; - ma sol che noi levassimo gli occhi per vedere, diremo che bastan cinque settimane, che le contrade gia son bianche da mietere. Dove vivo e il desiderio d’apprendere, li molto sara, necessariamente, il discutere, molto lo scrivere, molte le opinioni; perche l’opinione, negli uomini buoni, non e altro che la conoscenza stessa che si vien formando. In preda a questi fantastici terrori di sette e di scismi, noi facciamo torto alla sincera e ardente sete di sapere e di vero che Iddio ha suscitata in questa nostra citta. Di quello, che alcuni deplorano, noi dovremmo invece gioire; dovremmo piuttosto lodare questa pia premura, ch’e negli uomini, di riprendere nelle proprie mani la mal deputata cura della propria religione. Un po’ di generosa prudenza, un po’ di tolleranza reciproca, e qualche grano di carita, potrebbero riuscire a far convergere e ad unire gli sforzi di tutti questi diligenti indagatori in un’unica e fraterna ricerca della Verita, sol che sapessimo rinunciare a codesta tradizione episcopale di comprimere le libere coscienze e le liberta cristiane in alcuni precetti e canoni umani.
Io son sicuro che se venisse fra noi qualche degno ed eminente straniero, esperto nel capire il carattere e la tempra di un popolo e nell’indovinare quale forma di governo gli si confaccia di piu, - osservando i nostri propositi e le nostre alte speranze, e la diligente alacrita con cui ci spingiamo col pensiero e col ragionamento nella ricerca del vero e della liberta- indubbiamente esclamerebbe come esclamo una volta Pirro, nell’ammirare la disciplina e il coraggio dei Romani: “ Se i miei Epiroti fossero costoro, non dispererei di realizzare i disegni piu arditi che si possan mai concepire per il benessere d’una Chiesa o d’un Impero!”.
Eppure, questi son gli uomini che vengono proclamati scismatici e settari; come se non fosse assurdo il pensare che, mentre si va costruendo il Tempio del Signore, e tutti vi lavorano, chi cavando il marmo, e chi squadrandolo, e chi tagliando i cedri, si possa fare a meno di produrre molti scismi nella cava e molte scissioni nel legno, prima che la casa di Dio possa essere compiuta. Ed anche quando tutte le pietre saranno state bravamente messe insieme, non certo per questo formeranno un tutto continuo, - perche in questo mondo non si trova che il contiguo soltanto; ne c’e da aspettarsi che tutt’i pezzi dell’edificio siano d’un' unica forma; anzi il contrario, perche la perfezione consiste piuttosto in questo: che da una grande varieta di opinioni, sostenute con debita moderazione, e da molte fraterne differenze, nasca la bellezza, la grazia e la simmetria dell’intera struttura e di tutto l’edifizio.
Or dunque, procuriamo d’esser dei muratori un po’ piu considerati, piu saggi nell’architettura dello spirito, visto che siam vicini ad una grande riforma. Poiche adesso pare giunto il tempo in cui il grande profeta Mose, nell’alto cielo ove siede, puo rallegrarsi nel vedere che quel suo memorabile e glorioso desiderio si e alfine avverato, e che non i nostri settanta Anziani soltanto, ma tutto il popolo del Signore e diventato profeta.
Non faccia meraviglia, poi, se certi uomini ( e alcuni son fors’anche buoni, ma giovani nella loro bonta, com’era allora Giosue) invidino al popolo questo dono profetico. Essi smaniano, e la loro propria debolezza li mette in una vera agonia, per tema che quelle divisioni e suddivisioni diventin la nostra rovina. Gli avversari gioiscon di nuovo, ed aspettando la loro ora, dicono: “ Quando costoro si saranno indeboliti, dividendosi in tanti rami e partiti, allora sara il tempo della nostra riscossa”. Stolti che sono: che non vedon da quale salda radice nasciamo noi tutti, anche se poi ci dividiamo in rami! E cosi essi non si metteranno in guardia, se non quando vedranno i nostri piccoli e divisi manipoli sfondare ogni lato della loro male unita, grave e tarda brigata! Che noi possiamo sperare migliori frutti da tutte queste nostre supposte sette e da tutti questi scismi, e fare a meno della sollecitudine, onesta forse, ma eccessivamente pavida, di quelli che si angustiano per queste cose, - e che rideremo, alla fine, di quelli che dispettosamente godono delle nostre divergenze,- io ne sono pienamente convinto; e per le ragioni che verro qui sotto esponendo.
In primo luogo, il fatto che tutto, o quasi tutto il popolo d’una citta assediata, e, per cosi dire, bloccata,- col suo fiume navigabile infestato da navi nemiche, coi confini esposti a continue incursioni, e sempre in allarme per le spesse voci che corrono di eserciti avanzanti fin sotto le mura e le trincee suburbane- continui ad occuparsi, anche piu che in altri tempi, nello studio dei piu alti e importanti problemi della sua riforma sociale e politica, e a discutere, a ragionare, a leggere e ad esporre nuove concezioni, con raro e veramente ammirevole acume, - questo e certamente prova, Lord e Comuni d’Inghilterra, della buona volonta di quel popolo e della sua piena soddisfazione e fiducia nel nostro previdente e sicuro governo. Ed e in questa fiducia che la nazione ritrova la sua prodezza, e il suo ben fondato disprezzo pel nemico. Onde oggi fra noi non sono pochi gli uomini che potrebbero gareggiare in magnanimita con quel cittadino romano che, quando Annibale era gia alle porte di Roma, oso comprare a non vil prezzo il suolo stesso su cui egli s’era accampato.
Secondariamente, queste discussioni, sono un lieto e incoraggiante presagio del nostro felice successo e della nostra vittoria. Infatti, come in un organismo umano la freschezza del sangue, la purezza e il vigore degli spiriti e la conseguente sanita delle facolta, non solo fisiche, ma razionali – e delle piu agili, sottili ed acute fra queste – ci assicurano che la costituzione e lo stato di quel corpo son perfetti; similmente nel caso d’un popolo, il fatto che la sua serena vitalita e cosi ricca da permettergli di pensare, oltre che alla salvaguardia della sua liberta ed alla sua sicurezza, anche allo studio di nuovi concetti e alle controversie sulle piu sublimi e profonde questioni, e una sicura prova che esso non e degenerato e non e condannato ad una fatale rovina, ma che invece sta mutando la sua decrepita e grinzosa spoglia di corruzione, per uscirne, sopravvivendo ai suoi spasimi, ringiovanito, e mettersi sul cammino della Verita e della prospera virtu, - destinato a diventare nelle future eta grande ed illustre.
A me par di vedere, in pensier mio, una potente e nobile nazione, destarsi, come si desta un uomo forte dal suo sonno, scuotendo le invincibili ciocche del suo capo; a me pare di vederla come un’aquila che rinnovi la sua possente giovinezza, e accenda il suo indomito occhio all’abbagliante raggio meridiano, purificando e schiarendo la tanto ingannata sua vista alla sorgente stessa del celeste splendore, - mentre d’attorno sale lo schiamazzo delle timorose turbe di volanti, che, insieme cogli altri uccelli amanti del crepuscolo, svolazzan qua e la attoniti, e si domandan che cosa ella intenda fare, e pronosticando nel loro invido vocio una mala annata di scismi e di sette.
Che dovreste voi fare, dunque? Dovreste forse sopprimere tutta questa ricca messe di studi, e spegner la luce novellamente accesa e che vieppiu s’accende ogni giorno in questa nostra citta? Dovreste voi sottometter quegli studi a un’oligarchia di venti monopolisti, che affamino un’altra volta i nostri spiriti, e non ci facciano apprendere che quel po’ che puo entrare nelle loro scarse misure? Lord e Comuni, credetemi! Coloro che vi consigliano siffatte soppressioni, e come se vi consigliassero di sopprimer voi stessi. Ed io vi dimostrero presto in che modo.
Se vogliamo sapere la ragione immediata della gran liberta che oggi si gode nello scrivere e nel discutere, non possiamo ricercarla altrove che nella mitezza, nella liberta e nell’umanita del vostro stesso libero governo. E’ la liberta, Lord e Comuni, che voi stessi ci avete procacciata col vostro coraggioso e felice consiglio, - quella liberta che e nutrice a tutt’i grandi intelletti, - lei e, che ha raffinato e illuminato i nostri spiriti, operando su essi come un’influenza celeste,- lei, che ha affrancato, allargato le nostre menti, innalzandole di tanto sul loro passato livello. Voi non potete ora diminuire le nostre capacita, il nostro sapere, il nostro ardore nella ricerca della verita, a meno che voi stessi, che ci faceste quel che noi ora siamo, non diminuiate prima il vostro proprio amore per questa nostra vera liberta che voi creaste. Noi possiam bene abbruttirci di nuovo e ridiventare ignoranti, schiavi delle forme e delle tradizioni, come ci trovaste voi; ma prima voi dovete diventare quello che non potete essere: prepotenti, arbitrari, tirannici, come eran quelli dai quali ci avete salvati. Se i nostri cuori sono ora piu grandi che non fossero prima, e le nostre menti piu bramose di raggiungere le mete piu eccelse del pensiero, questo lo dobbiamo alla vostra propria virtu, che voi ci avete comunicata; e voi non potete sopprimerlo a meno che non rimettiate in vigore quella spietata ed antiquata legge che permetteva al padre di uccidere i suoi figli. Ed allora, chi e che vi rimarra al fianco nell’ora del bisogno e fara animo agli altri? Non certo quelli che prendon le armi solo per resistere al pagamento delle tasse militari e navali. E con questo non intendo biasimare la difesa dei giusti privilegi, ma voglio dire piuttosto che se si trattasse di questi soltanto, non vorrei per essi perdere la mia pace, che mi sta anche piu a cuore. La liberta ch’io cerco e quella di apprendere, di parlare e di discutere, liberamente e secondo coscienza; questa, piu di tutte le altre liberta.
Quali misure si debban prendere, una volta ammesso che e ingiusto e dannoso il sopprimere la liberta delle opinioni sol perche queste son nuove o contrarie a quelle comuni, - questo non tocca a me di dirlo. Io ripetero soltanto quello che ho appreso da un membro della vostra onorevole Assemblea, un devoto e nobilissimo Lord, che noi ora piangiamo, e di cui sentiamo la mancanza, poiche, se egli non avesse sacrificato e i beni e la vita per la Chiesa e lo Stato, sarebbe stato un degno e sicuro patrocinatore della causa da me difesa. Voi sapete di chi parlo, ne son sicuro; pure, per fargli onore – e possa egli esser sempre onorato da noi – io pronuncero il suo nome: Lord Brooke. Nel suo libro sull’Episcopato, in quel punto in cui tratta delle sette e degli scismi, egli vi ha lasciato il suo voto, o meglio, v’ha lasciato la sua estrema consegna; ed io son sicuro che quelle sue ultime parole saran sempre ricordate con affetto e reverenza da voi, essendo cosi piene di dolcezza e carita che, dopo quelle di Colui che nel suo ultimo testamento lascio ai suoi discepoli pace ed amore, non ricordo d’averne mai lette o sentite altre spiranti maggior pace e mitezza. La egli ci esorta ad ascoltare con pazienza ed umilta quelli che desiderano vivere puramente – qualunque sia il nome ingiurioso con cui vengan chiamati dagli altri; che desiderano seguire i comandi divini secondo i dettami della loro propria coscienza; ci esorta a tollerarli, anche se non li troviamo completamente d’accordo con noi. E nel suo libro possiamo trovare piu ampie ragioni, che esso fu pubblicato per tutti e dedicato al Parlamento; ed il suo autore, cosi per la sua vita come per la sua morte, merita che i consigli da lui lasciati non siano messi da canto senza la debita considerazione.
E questo e piu che mai il tempo di godere il privilegio di scrivere e dire qualunque cosa possa far avanzare i problemi in discussione. Il tempio di Giano bifronte potrebbe ora, non senza significato, aprire le sue porte. E ancorche tutt’i venti della dottrina dovessero esser messi in liberta e correr liberi sulla terra, finche la Verita e sul campo di battaglia, noi le facciam torto a ricorrere alla censura e ai divieti, poiche cosi mettiamo in dubbio la sua forza. Lasciamo pure che Lei e la Falsita lottino corpo a corpo! Quando mai s’e sentito che la Verita abbia avuto la peggio in una aperta e libera tenzone? Le sue confutazioni sono il migliore e piu sicuro mezzo di soppressione.
Chiunque, sentendo le preghiere che s’alzano fra noi per domandar dall’alto nuova luce e piu chiara visione, penserebbe che noi miriamo ad altri e nuovi oggetti oltre che alla dottrina di Ginevra, che noi ricevemmo gia bell’e compiuta in tutta la sua struttura. Pure, quando la luce ch’abbiamo invocata splende su noi, ci son di quelli che diventan subito invidiosi ed ostili se quella luce non batte prima alle loro finestre. Ma che inganno e mai questo, per cui, mentre il saggio ci esorta ad esser diligenti e a cercare la sapienza, continuamente, come si cercan dei tesori nascosti, un altr’ordine, poi, c’ingiunge di non conoscer nient’altro fuorche quello ch’e stabilito per statuto?
Quando un uomo ha durato le piu dure fatiche nelle profonde miniere del sapere umano; quand’egli ha armato di tutto punto le sue scoperte ed ha schierato le sue ragioni a guisa d’un esercito in ordine di battaglia; quando ha sbaragliato e sconfitto tutte le obbiezioni che ha trovato sul suo cammino; - chiama egli allora il suo avversario e, offertogli il vantaggio del sole e del vento, lo invita a scendere in campo ed a provare di decider la loro contesa a forza di ragioni. E se mai l’avversario dovesse svignarsela, per andare a tendere agguati, o per piantarsi su qualche stretto ponte censorio ad aspettar che vi passi colui che lo sfido, per quanto siffatte cose possano esser tenute per atti di valore nella guerra comune, nelle guerre della Verita esse non son che segni di debolezza e di vigliaccheria. Perche chi e che non sappia che, in quanto a forza, la Verita non e seconda che a Dio? Ella non ha bisogno d’artifizi, strattagemmi, o censure, che le dian la vittoria; queste son le risorse dell’Errore contro il poter di lei. Fatele semplicemente spazio e non la legate mentre che dorme: poiche ella non e come Proteo, che potea dar gli oracoli solo quando era afferrato e legato: al contrario, se voi la legate, essa assumera tutte le forme immaginabili, fuorche la propria; e aggiustera forse la sua voce secondo quella dei tempi, - come fece Mica innanzi ad Achab – finche non venga poi scongiurata di riprender quella sua vera.
D’altra parte, non e forse possibile ch’essa possegga piu di un aspetto? Come spiegarci, se no, il gran numero di cose indifferenti, per le quali la Verita puo trovarsi dall’un lato o dall’altro senza cessare d’essere sempre la stessa? Se non avesse che un aspetto solo, che altro sarebbe se non una vana ombra l’abolizione di quegli ordinamenti, di quella obbligazione confitta nella croce? Che grande acquisto sarebbe mai questa liberta cristiana, di cui Paolo mena vanto si spesso? La sua dottrina e che: mangi, un uomo, o non mangi un certo cibo, stimi o non stimi un certo giorno, - egli puo servire egualmente bene il Signore. Quante altre cose potrebbero esser tollerate in pace e affidate alla coscienza, solo che usassimo della carita e riuscissimo ad abbattere quella rocca della nostra ipocrisia, ch'e’ l'abitudine a giudicarci a vicenda! Io temo, pero, che questo giogo ferreo della conformita esteriore abbia lasciato sui nostri colli il marchio della schiavitu, e che ancora ci perseguiti il fantasma della falsa decenza d’una bianca sopravveste. Noi ancora titubiamo, e c’impazientiamo per le minime differenze che posson dividere una nostra congregazione dall’altra, anche se esse non riguardano le questioni fondamentali; e per via della nostra prontezza nel sopprimere, e della nostra lentezza nello strappare ogni possibile brano di verita alla tirannica stretta della consuetudine, non facciamo caso al fatto che teniam separata l’una verita dall’altra, generando cosi una rottura, una disunione, ch’e la piu crudele di tutte. Non ci accorgiamo che, se continuiamo ad insistere su un rigido formalismo esteriore, finiremo col ricadere in una ottusa stupida conformita, in una morta, inerte e gelida massa di “legno e fieno e stoppia” , pigiati insieme e agghiacciati; - uno stato che conduce alla immediata degenerazione d’una Chiesa meglio che non faccian tutte le suddivisioni di meschinissimi scismi. Non e ch’io possa approvare ogni minima separazione, ne credere che tutto debba esser perfetto in una Chiesa, tutto oro, argento e pietre preziose. L’uomo non puo sceverare le zizzanie dal grano, il pesce buono dal cattivo; gli e un compito, questo, che spetta agli Angeli, quando verra la fine d’ogni cosa mortale. Pure, se non possiamo pensare tutti allo stesso modo ( e chi mai s’aspetta tanto? ) ci e bene un consiglio, sicuramente piu sano, piu saggio e piu cristiano: quello di tollerare molti, piuttosto che costringere tutti. E con questo voglio dire, non che sia tollerato il Papismo colla sua evidente superstizione, perche esso, cercando d’estirpare ogni altra religione o autorita politica, dovrebbe essere esso stesso estirpato, - dopo che si sia cercato, pero, con ogni mezzo pietoso e caritatevole, di persuadere e redimere i deboli e gli sviati; ne voglio dire che una legge, a meno che non miri alla propria distruzione, possa tollerare quello che e empio, o assolutamente funesto alla fede o alla morale; ma intendo parlare di quelle sottili differenze, o direi quasi, indifferenze, sia in materia di dottrina, sia di disciplina, le quali, per quanto possano essere numerose, non e peraltro necessario che rompano l’unita dello spirito, sol che possiamo trovare fra noi il legame della pace. Nel frattempo se qualcuno, a cui la Verita abbia parlato prima che agli altri, o pare almeno che gli parli, vuole pubblicare le sue idee e coadiuvare cosi in questa lenta opera della Riforma, per la quale tanto ci affatichiamo, - chi mai ci ha ingesuiti fino a tal punto da indurci a molestarlo e a pretendere che egli chieda licenza per compiere una si degna azione? E non da farci invece riflettere che, quando ci si mette sulla via delle proibizioni, non c’e niente di piu facile che si finisca col proibire la stessa Verita? Tanto piu che questa, quando appare per la prima volta ai nostri occhi guasti e annebbiati dal pregiudizio e dall’abitudine, ha un’apparenza piu riprovevole e piu spiacevole che non molti errori; proprio come accade cogli uomini, che sovente son grandi di spirito e deboli e dispregevoli nella persona. E cosa mai vengono a raccontarci costoro contro le nuove opinioni, se questa loro stessissima opinione – che non si debba stare a sentire se non quelli che piacciono a loro – e la peggiore e la piu nuova di tutte? Ed e la vera ragione per cui le sette e gli scismi sono in tanta abbondanza ed il vero sapere si tiene lungi da noi?
E poi, c’e ancora un piu grave pericolo da temere. Infatti, quando il Signore scrolla una nazione, affinche in quel suo forte e sano rivolgimento si riformi tutta, se da un canto e pur vero che molti settari e falsi maestri si dan da fare per sedurre il prossimo, ancor piu vero e che, in tali occorrenze, Iddio innalza al suo proprio lavoro uomini di rara abilita e di non comune energia, uomini che non si volgono soltanto indietro a guardare il passato e a rivedere quel che si e insegnato in altri tempi, ma che sanno anche avanzare e sollevarsi d’un altro gradino su per la luminosa scala della Verita. Perche e cosi che Iddio illumina la sua Chiesa, dispensando e ripartendo a poco a poco la sua luce, in modo che la nostra vista terrena possa meglio avvezzarsi al suo fulgore. Ne d’altra parte Iddio, eleggendo quelli che devon parlare pei primi, e in alcun senso limitata circa il dove e il donde la loro voce abbia a sentirsi; perche Egli non vede come vede l’uomo, e non sceglie come l’uomo sceglie, dacche non vuole che noi ci votiamo un’altra volta ad assemblee o a luoghi determinati, o a cerimonie esteriori di uomini, piantando la nostra fede ora nella vecchia sala del Capitolo, ora nella cappella di Westminster. No: tutta la fede e la religione che sara disciplinata e canonizzata in quella cappella, se non sara accompagnata da una sincera convinzione e da quella carita che sgorga da un paziente insegnamento, non bastera a lenire un solo rimorso di coscienza, o a edificare il piu umile cristiano che voglia servire in spirito, - e non nella lettura e sotto l’altrui guida; e non vi bastera tutto il coro di voci che di cola s’innalza al cielo; no! Anche se Enrico VII stesso, e tutti gli altri grandi che li lo circondano, dovessero unire le loro voci d’oltretomba alle altre di quel coro.
Ammesso, poi, che quelli che sembrano essere i principali scismatici siano in errore, che cosa c’ impedisce di avvicinarli, se non la nostra stessa ignavia e la nostra ostinazione? Non e forse la nostra poca fede per la causa giusta quella che ci frena dal trattenerci con loro amichevolmente, e dal discutere insieme sovente e liberamente sui punti controversi? Dovremmo fare cosi, se non pel bene loro, almeno pel nostro, perche non c’e uomo, che abbia qualche esperienza negli studi, che non ammetta che si puo trarre gran vantaggio dall’ascoltare quelli che, non contenti delle vecchie ricette, son capaci di mantenere ed esporre nuove vedute al mondo. E quand’anche questi innovatori non fossero che polvere e cenere dei nostri piedi, finche possono, come tali, aiutarci ad aggiunger nuovo lustro all’armatura della Verita, almeno per questo non dovremmo sprezzantemente respingerli. Guai a noi, poi, se dovessero esser proprio di quelli a cui Dio ha concesso ampie ed eminenti doti per uso speciale di questi nostri tempi – doti che forse non hanno ne i nostri Preti ne i nostri Farisei; perche in tal caso, se, nella fretta d’un inconsiderato zelo, dovessimo decidere di chiuder loro la bocca, senza far distinzioni, sol perche abbiam paura ch’essi avanzino nuove e pericolose opinioni – condannandoli cosi anticipatamente, com’e il nostro solito, prim’ancora d’averli compresi – noi commetteremmo allora un errore fatale, palesandoci dei persecutori nel momento stesso in cui ci crediamo dei difensori del Vangelo.
Non sono pochi quelli che, dal principio di codesto Parlamento cosi tra i Presbiteriani come fra gli altri, pubblicando i loro libri senza licenza, pel disprezzo che avean d’un imprimatur, hanno pei primi infranto quel triplice ghiaccio che si stringeva intorno ai nostri cuori, e hanno insegnato alla gente a vederci chiaro. Io spero che nessuno di questi vi abbia persuaso a rinnovare questa schiavitu, disprezzando la quale essi stessi hanno operato un cosi grande bene. Ma se, ne il rimprovero che Mose rivolse al giovane Giosue, ne l’ammonimento che il Redentore fece a Giovanni ( cosi pronto nel volere interdire coloro ch’egli stimava non autorizzati ) bastano a far capire ai nostri Anziani quanto sgradita e a Dio la loro testarda smania di proibire; se a cio non basta, ne il loro stesso ricordo del male di cui s’e riempita la Chiesa per via di quell’impedimento della censura, ne quello del bene da loro stessi fatto nel trasgredirla; - ed invece vogliono insistere ad attuare la parte piu domenicana dell’Inquisizione ed a sopprimere le opinioni altrui non appena han messo mano alle redini del governo; non sarebbe punto un ingiusto contraccambio se, prima di tutto si sopprimessero i “soppressori” stessi, - i quali sembran piu ringalluzziti dal cambiamento della loro condizione, che rinsaviti dalla fresca esperienza di piu duri tempi.
In quanto alla disciplina della stampa, nessuno creda di poter avere l’onore di darvi un consiglio migliore della decisione da voi stessi presa in quell’Ordine che pubblicaste immediatamente prima di quest’ultimo sulla censura: e cioe, che non si stampi nessun libro a meno che non siano registrati i nomi dello stampatore e dell’autore, o almeno quello dello stampatore. Per quei libri che son pubblicati in contravvenzione a questa regola, il fuoco ed il carnefice saranno il piu efficace rimedio che possa usare la previdenza umana. Poiche se c’e qualche verita in quello che ho detto finora, questa autentica politica spagnuola della censura apparira presto essa stessa il piu arbitrario fra tutt’i libri non licenziati; perche essa e la copia fedele d’un decreto che la Camera Stellata emano per un simile scopo proprio quando si abbandonava a tutte quelle piissime opere che poi la fecero cadere dalle stelle con Lucifero. Onde potete indovinare che sorta di prudenza di Stato, quale amore del popolo, quale premura di religione e di moralita abbiano ispirato questa misura – sebbene essa, con singolare ipocrisia, pretenda di obbligare i libri a ben condursi. E, se possiamo prestar fede a quelli che per la loro professione ne sanno piu degli altri, si puo ben credere che codesta misura abbia soppiantato il vostro Ordine precedente, che funzionava tanto bene, in seguito agl’intrighi di alcuni vecchi membri monopolisti e patentati del mestiere librario; i quali, col pretesto di voler tutelare gl’interessi dei piu poveri membri della loro Corporazione e di voler assicurare a ognuno la sua proprieta letteraria ( e voglia Iddio che questa non sia mai negata! ) presentarono alla Camera, sotto diversi e speciosi colori, delle ragioni che non miravano ad altro che ad autorizzarli ad esercitare una superiorita sugli altri membri del loro mestiere; su uomini, cioe, i quali, occupati come sono in una onesta professione tanto benemerita degli studi, non dovrebbero certo venir ricompensati delle loro fatiche coll'esser fatti vassalli di altri individui. Ed anche a un’altra cosa pare che mirassero alcuni di loro, quando chiesero l’emanazione di codesto Ordine; speravan cioe di potere, una volta padroni della situazione, pubblicare con maggior facilita i loro propri perniciosi libri – il che e stato dimostrato dai fatti.
Ma io non sono bravo in questi sofismi e in queste sottigliezze mercantili. Questo pero so bene: che gli errori si posson fare cosi sotto un buono, come sotto un cattivo governo; poiche qual e il magistrato che non possa esser talvolta vittima di erronee informazioni, - e questo tanto piu facilmente se la liberta della stampa e nelle mani di pochi individui soltanto? Ma il saper di buona voglia e speditamente riparare a un errore commesso, ed il sapere stimare un semplice ammonimento, anche quando si rivesta la suprema autorita, piu che altri non abbiano stimato il seducente prezzo della propria corruzione, e una virtu – onorevoli Lord e Comuni – che ben risponde alle vostre piu nobili azioni, e della quale no possono esser partecipi che gli uomini piu grandi e piu saggi.

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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 17 feb 2012, 19:08

Discorso sulla Libertà di Stampa

Massimiliano Robespierre
Parigi, 09 maggio 1791

Signori,
dopo la facolta di pensare, quella di comunicare i propri pensieri ai propri simili e l’attributo piu evidente per distinguere l’uomo dagli animali. Essa e insieme il seno della vocazione immortale dell’uomo allo stato sociale, il legame, l’anima, lo strumento della societa, il mezzo solo per perfezionarla, per farla giungere al grado di potenza, di civilta e di felicita di cui e capace. Che l’uomo comunichi i propri pensieri con la parola, con la scrittura o con la stampa, quest’arte felice che ha spinto tanto avanti i confini della sua intelligenza e che assicura a ciascuno il modo di intrattenersi con l’intero genere umano, il diritto che egli esercita e sempre lo stesso e la liberta di stampa non puo essere distinta dalla liberta di parola; sono entrambe sacre come la natura, necessarie come la societa stessa. Per quale fatalita allora, quasi dovunque, le leggi si sono date da fare per violarla? Perche le leggi erano opera del dispotismo e la liberta di stampa e il nemico piu temuto del dispotismo. Come spiegare, altrimenti, il prodigio di milioni di uomini oppressi da un uomo solo se non con la profonda ignoranza e lo stupido letargo in cui sono immersi? Ma fate che ogni uomo consapevole della sua dignita possa svelare le intenzioni perfide e la marcia tortuosa della tirannia, che possa opporre senza sosta i diritti dell’umanita agli attentati che li violano, la sovranita dei popoli alla loro umiliazione e alla loro miseria, che l’innocenza oppressa possa far sentire impunemente la sua voce commovente e terribile e che la verita possa chiamare a raccolta tutti gli spiriti e tutti i cuori attorno ai nomi sacri della liberta e della patria, allora l’ambizione trovera ovunque ostacoli e il dispotismo sara costretto a indietreggiare passo per passo o a frantumarsi contro la forza invincibile dell’opinione pubblica e della volonta generale. Vedete dunque con quale pretestuosa politica i despoti si sono alleati contro la liberta di parlare e di scrivere: vedete il feroce inquisitore perseguitarla in nome del cielo e i Principi in nome delle leggi che essi hanno fatte per proteggere i loro delitti. Scuotiamo percio il giogo dei pregiudizi ai quali siamo asserviti e impariamo a valutare per intero il valore della liberta di stampa. Quali ne debbono essere i limiti? Un grande popolo, illustre per la recente conquista della liberta, risponde a questa domanda con il suo esempio. Il diritto di comunicare i propri pensieri tramite la parola, lo scritto e la stampa non puo essere impedito, ne limitato in alcun modo. Ecco i termini della legge che gli Stati Uniti d’America hanno emanato sulla liberta di stampa e confesso che mi sento pienamente a mio agio nel poter esprimere la mia opinione, sotto tali auspici, a quanti fossero tentati di trovarla straordinaria o eccessiva.

La liberta di stampa dev’essere intera e senza limiti altrimenti non esiste. Per limitarla, io non vedo che due sistemi, l’uno di assoggettarne l’uso a certe restrizioni e a certe formalita, l’altro di reprimerne gli abusi con delle leggi penali. Entrambi gli argomenti richiedono la piu seria attenzione.
Il primo sistema e chiaramente inammissibile perche, come sappiamo, le leggi sono fatte per garantire all’uomo il libero sviluppo delle sue facolta, non per incatenarle e il loro potere deve limitarsi ad impedire a ciascuno di nuocere ai diritti altrui senza ostacolare l’esercizio dei suoi. Oggi e superfluo rispondere a quanti vorrebbero porre degli ostacoli alla stampa col pretesto di prevenirne gli abusi. Privare un uomo dei mezzi che la natura e l’arte gli hanno fornito per comunicare i suoi sentimenti e le sue idee allo scopo di impedire che ne faccia cattivo uso, incatenare cioe la sua lingua per paura che se ne serva per calunniare o legare le sue braccia per paura che le rivolga contro i suoi simili, chiunque vede che queste sono delle assurdita, che questo e semplicemente il segreto del dispotismo che, per rendere gli uomini bravi e tranquilli, non conosce altro metodo migliore che ridurli a strumenti passivi, a imbelli automi. A quali formalita sottometterete il diritto di manifestare i vostri pensieri? Impedirete a dei privati cittadini di possedere delle macchine da stampa per trasformare un bene comune all’umanita intera in un patrimoni di alcuni? Donerete o venderete ad alcuni il privilegio esclusivo di dissertare periodicamente su argomenti di letteratura, ad altri di parlare di politica e di avvenimenti di interesse pubblico? Deciderete che gli uomini non potranno dar corso alle loro opinioni senza il visto di un ufficiale di polizia o che non potranno pensare senza l’approvazione di un censore e il permesso del governo? Questi sono, in realta, i capolavori partoriti dall’assurda mania di dettar leggi sulla stampa. Ma l’opinione pubblica e la volonta generale della nazione hanno proscritto da molto tempo queste infami usanze. Una sola idea a questo proposito mi sembra valida, quella di proibire ogni genere di scritti che non portino il nome dell’autore o dello stampatore e di renderne costoro responsabili. Ma, essendo questo problema legato alla seconda parte del nostro discorso, cioe alla teoria delle leggi penali sulla stampa, verra risolto dai principi che stabiliremo su questo punto.
Adesso chiediamo: si possono stabilire delle pene contro cio che viene chiamato abuso della stampa? In quali casi queste pene potrebbero essere applicate? Ecco dei grandi problemi che dobbiamo risolvere, forse la parte piu importante del nostro codice costituzionale.
La liberta di scrivere puo esercitarsi su due tipi di oggetti: problemi generali e singole persone.
Il primo di questi oggetti comprende tutto cio che riguarda i massimi interessi dell’uomo e della societa, quali la morale, il diritto, la politica, la religione. Ora le leggi non possono mai punire alcun uomo per avere manifestato le sue opinioni su tutte queste cose. E’ attraverso la libera e mutua comunicazione dei propri pensieri che egli sviluppa le sue facolta, prende conoscenza dei suoi diritti, si solleva a quel livello di virtu, di grandezza, di felicita che la natura gli consente di raggiungere. Ma come puo avvenire questa comunicazione se non nel modo che la natura stessa consente? Ora la natura vuole che i pensieri di ogni uomo siano il risultato del suo carattere e del suo spirito ed e a lei che dobbiamo questa prodigiosa diversita di spiriti e di caratteri. La liberta di pubblicare la propria opinione non puo essere quindi cosa diversa dalla liberta di pubblicare tutte le opinioni contrarie. Bisogna o che le consentiate questa estensione o che troviate voi il mezzo di far si che la verita esca sin da principio del tutto pura e del tutto nuda dalla testa di ogni uomo. In realta, essa non puo uscire che dallo scontro di tutte le idee, vere o false, assurde o ragionevoli; e in questo miscuglio che la ragione comune, la facolta data all’uomo di discernere il bene e il male si esercita a scegliere le une e a scartare le altre. Volete impedire ai vostri simili l’uso di questa facolta e sostituirvi la vostra autorita particolare? Ma quale mano traccera la linea di demarcazione che separa l’errore dalla verita? Se quelli che fanno le leggi o quelli che la applicano fossero degli esseri di un’intelligenza superiore a quella umana, potrebbero esercitare questo dominio sui pensieri; ma se sono soltanto degli uomini e se e assurdo che il giudizio di uomo solo sia, per cosi dire, sovrano sul giudizio di tutti gli altri, ogni norma penale contro la manifestazione delle opinioni non e che un’assurdita.
Esso rovescia i principi primi della liberta civile, le nozioni piu semplici dell’ordine sociale. E’, infatti, un principio incontestabile che la legge non puo infliggere alcuna pena la dove non vi e un delitto suscettibile di essere caratterizzato con precisione e riconosciuto con certezza; altrimenti il destino dei cittadini e soggetto a giudizi arbitrari e la liberta non esiste piu. Le leggi possono perseguire le azioni criminali perche consistono in fatti concreti, che possono essere chiaramente definiti e accertati secondo regole sicure e costanti. Ma le opinioni! La loro qualita buona o cattiva non puo essere determinata se non da rapporti piu o meno legati a dei principi di ragione, di giustizia, spesso addirittura a una folla di circostanze particolari. Mi denunciano un furto, un omicidio; ho l’idea di un atto la cui definizione e semplice e ben determinata, interrogo dei testimoni. Ma se mi si parla di uno scritto incendiario, pericoloso, sedizioso; che cos’e uno scritto incendiario pericoloso, sedizioso? Queste caratteristiche possono applicarsi al caso in esame? Vedo nascere qui una folla di problemi che saranno abbandonati alla assoluta incertezza delle opinioni; non trovo piu ne un fatto, ne dei testimoni, ne legge, ne giudice; intravedo soltanto una denuncia vaga, degli argomenti, delle decisioni arbitrarie.
Qualcuno trovera il crimine nella cosa, qualcun altro nell’intenzione, un terzo nello stile. Questo disconoscera la verita, quello la condannera con cognizione di causa, un altro ancora vorra punire la veemenza del suo linguaggio o il momento scelto per far intendere la sua voce. Lo stesso scritto che sembrera utile e saggio all’uomo ardente e coraggioso, sara proscritto come incendiario dall’uomo freddo e pusillanime; lo schiavo e il despota vedranno uno stravagante o un fazioso dove l’uomo libero riconoscera il cittadino virtuoso. Lo stesso scrittore trovera, a seconda dei tempi e dei luoghi, degli elogi o delle persecuzioni, delle statue o il patibolo. Gli uomini illustri il cui genio ha preparato questa gloriosa rivoluzione, collocati finalmente da noi al rango di benefattori dell’umanita, come apparivano, durante la loro vita, agli occhi dei governanti? Degli innovatori pericolosi, sto quasi per dire dei ribelli. E’ cosi lontano il tempo nel quale i principi stessi che noi abbiamo consacrati sarebbero stati condannati come della massime criminali da quegli stessi tribunali che noi abbiamo distrutti? Ma che dico? Oggi stesso ognuno di noi non appare un uomo diverso agli occhi dei diversi partiti che dividono lo Stato? E persino qui, nel luogo in cui sto parlando, l’opinione che espongo non sembra a qualcuno un paradosso, ad altri una verita? Non trova forse qui degli applausi, la dei mormorii di disapprovazione? Che diventerebbe allora la liberta di stampa se nessuno potesse esercitarla se non con il rischio di vedere la sua tranquillita e i suoi diritti piu sacri abbandonati a tutti i pregiudizi, a tutte le passioni, a tutti gli interessi!
Ma conta soprattutto sottolineare che ogni pena stabilita contro gli scritti, con il pretesto di reprimere l’abuso della liberta di stampa, si rivolge interamente a danno della verita e della virtu e a favore del vizio, dell’errore e del dispotismo.
L’uomo di genio rivela ai suoi simili verita perche ha preceduto il pensiero del suo secolo; la novita ardita dei suoi concetti impaurisce sempre la debolezza e la ignoranza; i pregiudizi si alleeranno sempre all’invidia per dipingere quelle novita sotto tratti odiosi o ridicoli. E’ per questo che le ricompense spettanti ai grandi uomini sono state sempre l’ingratitudine dei loro contemporanei e gli omaggi tardivi della posterita; e per questo che la superstizione getto Galileo ai ferri e bandi Descartes dalla patria. Quale sara dunque la sorte di quelli che, ispirati dal genio della liberta, verranno a parlare dei diritti e della dignita dell’uomo a dei popoli che li ignorano? Essi gettano in allarme, press’a poco in egual misura, i tiranni che smascherano e gli schiavi che vorrebbero illuminare. Con quale facilita i tiranni abuseranno della confusione degli animi per perseguitarli in nome della legge! Ricordate perche, per chi, si aprivano tra di voi, le prigioni del dispotismo; contro chi era diretta la spada stessa dei tribunali. La persecuzione ha risparmiato l’eloquente e virtuoso filosofo di Ginevra? Egli e morto: una grande rivoluzione ha lasciato, almeno per qualche momento, respirare la verita. Gli avete dedicato una statua, avete onorato e soccorso la sua vedova in nome della patria; ma non mi bastano questi omaggi per dimenticare che, quand’era vivo e posto alla ribalta cui il suo genio non poteva non chiamarlo, aveva subito, come minimo, l’accusa tanto banale di un uomo tetro ed esaltato.
Se e vero che il coraggio degli scrittori devoti alla causa della giustizia e dell’umanita e il terrore dell’intrigo e delle ambizioni degli uomini di potere, e inevitabile che le leggi contro la stampa divengano nelle mani di questi un’arma terribile contro la liberta. E mentre perseguiteranno i suoi difensori tacciandoli di perturbatori dell’ordine pubblico e di nemici dell’autorita legittima, li vedrete carezzare, incoraggiare, stipendiare quegli scrittori pericolosi, quei vili professori di menzogna e di schiavitu la cui funesta dottrina, avvelenando alla sorgente la felicita dei secoli, perpetua sulla terra i miseri pregiudizi dei popoli e la potenza mostruosa dei tiranni, i soli meritevoli del titolo di ribelli perche osano levare lo stendardo contro la sovranita della nazione e contro il potere sacro della natura. Voi li vedrete ancora favorire, con tutto il loro potere, quelle produzioni licenziose che alterano i principi della morale, corrompono i costumi, snervano il coraggio e distolgono i popoli dalla cura della cosa pubblica con l’attrazione di piaceri frivoli o con gli incanti avvelenati della volutta. Cosi ogni ostacolo alla liberta di stampa e, nelle loro mani, un pezzo per piegare l’opinione pubblica al servizio del loro interesse personale e per fondare il loro dominio sull’ignoranza e la corruzione generale. La stampa libera e la guardiana della liberta, la stampa controllata ne e il flagello. Gli abusi sono prodotti quasi tutti proprio dalle precauzioni che voi prendete per eliminarli: sono queste precauzioni che vi privano di tutti i frutti benefici per non lasciarvi che i veleni. Sono questi ostacoli che producono o una timidezza servile o un’audacia eccessiva. Soltanto sotto gli auspici della liberta, la ragione si esprime con il coraggio e con la calma che le sono propri. Ancora a questi ostacoli sono dovuti i successi di alcuni scritti licenziosi perche l’opinione pubblica vi attribuisce un valore proporzionato alle difficolta che essi hanno dovuto superare per venir pubblicati e all’odio contro il dispotismo che vuole dominare il pensiero.
Togliete all’opinione pubblica questa motivazione e quegli scritti saranno giudicati con severa imparzialita; quanto agli scrittori che dell’opinione pubblica vivono, cercheranno i suoi favori con dei lavori utili. Non abbiate dunque paura della liberta: ad essa seguiranno tutte le virtu e gli scritti che la stampa pubblichera saranno puri, autorevoli e sani come i vostri costumi.
Ma perche prendersi tante precauzioni per alterare l’ordine che la natura ha stabilito di per se da sola? Non vedete che, per il corso naturale delle cose, il tempo porta alla proscrizione dell’errore e al trionfo della verita? Lasciate alle opinioni buone e a quelle cattive un corso egualmente libero, perche soltanto le prime sono destinate a restare.
Avete piu fiducia nell’autorita, nel valore di alcuni uomini interessati a frenare il cammino dello spirito umano che nella stessa natura? Essa, da sola, ha provveduto ad eliminare gli inconvenienti che temete; sono gli uomini che li fanno nascere.
L’opinione pubblica, ecco il solo giudice competente sulle opinioni personali, il solo censore legittimo degli scritti. Se essa li approva, con quale diritto, voi, uomini di potere, volete condannarli? E se essa li condanna che bisogno c’e che voi li perseguiate? E se essa, dopo averli, all’inizio, disapprovati, finira, aiutata dal tempo e dalla riflessione, con l’adottarli, perche volete opporvi al progresso dei lumi? Come osate arrestare lo scambio di pensieri che ogni uomo ha diritto di intrattenere con il pensiero di tutti, con l’intero genere umano? Il dominio dell’opinione pubblica sulle opinioni particolari e dolce, benefico, naturale, inarrestabile; quello dell’autorita e della forza e necessariamente tirannico, odioso, assurdo, mostruoso.
A questi principi eterni, che sofismi oppongono i nemici della liberta? La sottomissione alle leggi: non si deve permettere che si scriva contro le leggi. Obbedire alle leggi e il dovere di tutti i cittadini: pubblicare liberamente il proprio pensiero sui vizi o sulla bonta delle leggi e il diritto di tutti gli uomini e l’interesse della societa intera. E’ l’uso piu degno e piu salutare che l’uomo possa fare della sua ragione; e il piu sacro dei doveri che chi e dotato dei talenti necessari possa adempiere verso gli altri uomini per illuminarli.
Che cosa sono le leggi? La libera espressione della volonta generale piu o meno conforme ai diritti e all’interesse delle nazioni, secondo il grado di conformita con le leggi eterne della ragione, della giustizia e della natura. Ogni cittadino ha la sua parte e il suo interesse in questa volonta generale; egli puo, dunque, o meglio deve, impiegare tutto quello che ha di intelligenza e di energia, per chiarirla, modificarla, perfezionarla. Come in una societa privata ogni socio ha il diritto di stimolare i consoci a modificare i patti stabiliti e i provvedimenti che sono stati adottati per la prosperita della loro impresa, cosi, nella grande societa politica, ciascun membro puo fare tutto quanto sta in lui per indurre gli altri membri della comunita ad adottare i provvedimenti che gli sembrano piu conformi al vantaggio comune.
E se le cose stanno cosi per le leggi che scaturiscono dalla societa stessa, che pensare di quelle volute da qualche singolo individuo ed opera del dispotismo? Non fu il dispotismo ad inventare questa massima che si osa ripetere ancora oggi per consacrare i suoi delitti? Che dico? Anche prima della rivoluzione noi godevamo, entro certi limiti, della liberta di dissertare e di scrivere sulle leggi. Sicuro del suo potere, pieno di fiducia nelle sue forze, il dispotismo non osava contestare questo diritto alla filosofia cosi apertamente come i nostri moderni Macchiavelli che tremano di continuo alla paura di vedere il loro ciarlatanismo anticivico smascherato dalla piena liberta delle opinioni. Essi dovranno, quanto meno, convenire che, se i loro principi fossero stati seguiti, le leggi sarebbero ancora, per noi, solo delle catene destinate a legare i popoli al giogo dei loro tiranni e che, nel momento in cui io sto parlando, non avremmo neppure il diritto di sollevare la questione.
Ma per ottenere questa legge tanto desiderata contro la liberta, l’idea che ho teste respinta, viene presentata nei termini piu adatti a risvegliare i pregiudizi e rendere inquieto lo zelo pusillanime e scarsamente illuminato; infatti, dato che una simile legge e necessariamente arbitraria nella esecuzione e dato che la liberta di opinione non esiste se non e completa, ai nemici della liberta bastera ottenere una legge limitativa qualsiasi, non importa quale. Vi parleranno di scritti che eccitano i popoli alla rivolta, che consigliano la disobbedienza alle leggi, vi chiederanno una legge penale per quegli scritti. Non cambiate discorso: restiamo attenti ai fatti senza lasciarci sedurre dalle parole. Credete, innanzitutto, che uno scritto pieno di buon senso e di efficacia, capace di dimostrare che una legge e funesta alla liberta, non produrrebbe un’impressione piu profonda di un altro scritto che contenesse delle esagerate declamazioni contro quella legge o addirittura il consiglio di non rispettarla, ma che fosse privo di forza e di ragione? Certo, senza dubbio. Se pero si potessero stabilire delle pene contro il secondo scritto, una ragione piu imperiosa imporrebbe di stabilirne anche contro il primo e il risultato di questi sistema sarebbe, in ultima analisi, l’annientamento della liberta di stampa, non di alcune sue sole forme. Ma guardiamo le cose come sono, con gli occhi della ragione e non con quelli dei pregiudizi inculcati dal dispotismo. Noi non crediamo che in uno stato libero o neppure in nessun tipo di stato, degli scritti siano in grado di sollevare i cittadini con tanta facilita e di spingerli a rovesciare un ordine di cose cementato dall’abitudine, da tutti i rapporti sociali e protetto dalla forza pubblica. In genere essi influiscono sulla condotta degli uomini con un’azione lenta e progressiva. La loro influenza e determinata dal tempo e dalla ragione. Se essi sono contrari all’opinione e all’interesse della maggioranza, si riveleranno impotenti, susciteranno anzi il biasimo e il disprezzo pubblico e tutto restera tranquillo. Se, invece, esprimono il voto generale non faranno che risvegliare l’opinione pubblica: e chi oserebbe in questo caso considerarli dei delitti? Analizzate bene tutti i pretesti, tutte le argomentazioni contro quelli che alcuni chiamano scritti incendiari e vedrete che nascondono il disegno di calunniare il popolo per opprimerlo e per annientare la liberta di cui e il solo sostegno, vedrete che presuppongono, da un lato, una profonda ignoranza degli uomini, dall’altro un profondo disprezzo per la parte piu numerosa e meno corrotta della nazione.
Tuttavia, siccome occorre assolutamente un pretesto per perseguitare la stampa, ci dicono: ma se uno scritto ha provocato dei delitti, ad esempio una sommossa, non si dovra punirlo? Dateci almeno una legge per un caso come questo. E’ facile, senza dubbio, presentare un’ipotesi particolare capace di colpire l’immaginazione, ma bisogna vedere la cosa in un contesto piu vasto. Considerate quanto sarebbe semplice riferire una sommossa, un delitto qualunque a uno scritto che non ne sarebbe la vera causa; quanto e difficile invece stabilire se gli eventi verificatesi in un tempo successivo alla data di uno scritto ne sono stati realmente l’effetto; come sarebbe facile per le autorita perseguire con questori coloro che avessero esercitato con energia il diritto di dare alle stampe la loro opinione sulla cosa pubblica o sugli uomini che governano.
Osservate soprattutto che l’ordine sociale non puo essere compromesso in nessun caso dall’impunita di uno scritto che avesse suggerito un delitto.
Perche questo scritto provochi qualche danno bisogna trovare un uomo che il delitto lo commetta. Ora le pene stabilite in merito dalla legge sono un freno per chiunque fosse tentato di rendersene colpevole e, in questo caso, come in altri, la sicurezza pubblica e sufficientemente garantita senza che sia necessario cercare altre vie. Dato che lo scopo e la misura delle pene riguardano l’interesse della societa, se alla societa interessa soprattutto non offrire alcun pretesto per attentati arbitrari alla liberta di stampa, e opportuno rinunciare a un atto di rigore verso uno scrittore reprensibile anche se coinvolto in una azione colpevole pur di conservare in tutta la sua integrita un principio che e la prima base della felicita sociale.
Se poi risultera che l’autore di quello scritto era stato complice, bisognera punirlo come tale, in relazione alla pena infima al delitto in questione, ma non per perseguirlo come autore di uno scritto, in base a nessuna legge sulla stampa.
Ho dimostrato sino ad ora che la liberta di scrivere sui problemi generali deve essere illimitata; occupiamoci ora di quella relativa alle singole persone.
Distinguo a questo riguardo le persone che ricoprono cariche pubbliche e privati cittadini e mi pongo questo problema: gli scritti che accusano persone pubbliche possono essere puniti dalla leggi? Lo deve decidere l’interesse pubblico. Confrontiamo dunque i vantaggi e gli inconvenienti dei due sistemi opposti.
Si presenta subito una considerazione importante, forse decisiva: qual e il principale vantaggio, lo scopo essenziale della liberta di stampa? E’ di frenare l’ambizione e il dispotismo di coloro cui il popolo ha delegato la sua autorita richiamando puntualmente la sua attenzione sugli attentati che essi possono commettere contro i suoi diritti. Ora se voi lasciate loro il potere di perseguire con il pretesto della calunnia quanti osano biasimare la loro condotta, non e chiaro che questo freno diviene assolutamente impotente e nullo? Chi non vede quanto e ineguale la lotta tra un cittadino debole, isolato e un avversario armato delle immense risorse fornite da un grande credito e una grande autorita? Chi vorra dispiacere agli uomini potenti per servire il popolo se, oltre alla rinuncia dei loro favori e al pericolo delle loro persecuzioni segrete, si aggiungera la sventura, quasi inevitabile, di una condanna rovinosa e umiliante? E ancora: chi giudichera gli stessi giudici? Perche, infine, bisogna pure che le loro prevaricazioni o i loro errori compaiano come quegli degli altri funzionari davanti al tribunale della censura pubblica. A chi spettera l’ultimo giudizio, chi decidera queste contestazioni? Perche e pur necessario che si arrivi a un giudizio definitivo e che questo giudizio sia sottoposto alla liberta delle opinioni. Concludiamo che bisogna sempre tener fermo il principio che i cittadini debbono avere la facolta di esprimersi e di scrivere sulla condotta degli uomini pubblici senza essere esposti ad alcuna condanna legale.
Aspettero delle prove con valore giuridico della congiura di Catilina e non osero ancora denunciarla quando dovrebbe essere gia stata soffocata? Come oserei rivelare i perfidi disegni di tutti quei capi partito che meditano di lacerare il seno della repubblica mascherandosi dietro il pretesto del bene pubblico e dell’interesse del popolo mentre cercano solo di asservirlo e venderlo al dispotismo? Come potrei chiarirvi la politica tenebrosa di Tiberio? Come vi avvertirei che i pomposi simulacri di virtu, di cui si e improvvisamente rivestito, nascondono il disegno di consumare con maggiore sicurezza la terribile cospirazione che, da tempo, egli trama contro la salvezza di Roma? E davanti a quale tribunale volete che io lotti contro di lui? Forse davanti al pretore? Ma se fosse incatenato dalla paura o sedotto dall’interesse? Forse davanti agli edili? Ma se sono sottoposti alla sua autorita, se sono i suoi schiavi e i suoi complici? Forse davanti al Senato? Ma se il Senato stesso e ingannato o asservito? Insomma se la salvezza della patria esige che io apra gli occhi dei miei concittadini sulla condotta del Senato, del Pretore e degli Edili, chi giudichera tra loro e me?
Ma un'altra ragione inconfutabile sembra chiarire del tutto questa verita. Rendere i cittadini responsabili di cio che possono scrivere contro le persone che ricoprono cariche pubbliche ci fa supporre che non sarebbe loro permesso di biasimarli senza appoggiare le loro accuse con prove di valore legale. Ora, chi non vede come una simile condizione ripugni alla natura della stessa cosa e ai principi fondamentali dell’interesse sociale? Chi non sa quanto e difficile procurarsi simili prove, quanto e facile invece a quelli che governano di avvolgere i loro progetti ambiziosi con veli misteriosi, di coprirli addirittura con lo specioso pretesto del bene pubblico? Non e questa la politica abituale dei piu pericolosi nemici della patria? In questo modo sfuggirebbero alla sorveglianza dei loro concittadini proprio quelli che sarebbe piu importante sorvegliare. Mentre si perdera il tempo nel cercare le prove richieste per denunciare le loro funeste macchinazioni quelle saranno gia compiute e lo Stato perirebbe prima che si fosse osato dire che era in pericolo. No! In uno stato libero ogni cittadino e una sentinella della liberta che deve dare l’allarme al minimo rumore, al minimo sospetto di pericolo che la minacci.
Del resto gli uomini incorruttibili, animati solo dalla passione di contribuire alla felicita e alla gioia del loro paese, non temono la manifestazione pubblica dei sentimenti dei loro concittadini. Sentono bene che non e poi cosi facile perdere la loro stima quando si possono opporre alla calunnia una vita irreprensibile e le prove di uno zelo puro e disinteressato. Gli attacchi passeggeri che qualche volta subiscono non sono che il sigillo della loro gloria e la testimonianza luminosa della loro virtu. Essi riposeranno con fiducia sul conforto di una coscienza pura e sulla forza della verita che riportera loro ben presto l’approvazione dei loro concittadini.
Chi sono invece quelli che continuano a declamare contro la liberta della stampa e che chiedono delle leggi per imprigionarla? Sono dei personaggi equivoci la cui reputazione effimera, fondata sul successo della ciarlataneria, e scossa dal piu modesto contraddittorio; sono quelli che, volendo contemporaneamente piacere al popolo e servire i tiranni, combattuti tra il desiderio di conservare la gloria meritata della difesa della causa pubblica e i vergognosi vantaggi che l’ambizione puo ottenere abbandonandola, che, sostituendo la falsita al coraggio, l’intrigo al genio, i piccoli maneggi delle corti alle grandi forze delle rivoluzioni, vivono nel terrore che la voce di un uomo libero riveli il segreto della loro nullita o della loro corruzione; sono quelli che capiscono che per ingannare e asservire la patria bisogna, prima di ogni altra cosa, ridurre al silenzio gli scrittori coraggiosi in grado di risvegliarla dal funesto letargo, pressappoco come occorre sgozzare le sentinelle avanzate per sorprendere il campo nemico; sono tutti quelli, infine, che vogliono essere, impunemente, deboli, ignoranti, traditori, o corrotti. La storia mi insegna che a Roma i decemviri fecero delle leggi durissime contro i libelli, ma non ho mai sentito dire che Catone, trascinato cento volte in giudizio, abbia perseguito i suoi accusatori.
In realta solo gli uomini che ho descritto temono la liberta di stampa e sarebbe un grande errore pensare che in un ordine di cose pacifico dove essa fosse solidamente istituita tutte le reputazioni sarebbero preda del primo che le vuole distruggere.
Non c’e da stupirsi che sotto la sferza del dispotismo, dove vengono di continuo considerati i libelli i giusti reclami dell’innocenza oltraggiata e i piu moderati lamenti dell’umanita oppressa, venga preso in considerazione con sollecitudine e creduto con facilita anche un libello degno di questo nome. I crimini del dispotismo, la corruzione dei costumi rendono talmente verosimili tutte le accuse!
E’ talmente naturale accogliere come verita uno scritto che vi giunge sfuggendo alla censura dei tiranni! Ma in un regime di liberta credete che l’opinione pubblica, abituata a vederla esercitata in tutti i sensi, decida in ultima istanza di vederla esercitata sull’onore dei cittadini in base a un solo scritto, senza valutare ne le circostanze, ne i fatti, ne il carattere dell’accusatore, ne quello dell’accusato? Essa giudica in generale e giudichera soprattutto allora secondo equita, i libelli saranno spesso allora titoli di merito per quelli che ne saranno il bersaglio mentre certi titoli di gloria non saranno ai loro occhi che una vergogna e, sulla lunga, la liberta di stampa si rivelera il flagello del vizio e della falsita e il trionfo della verita e della virtu. Infine debbo dirlo! Sono i nostri pregiudizi, e la nostra corruzione a ingigantire gli inconvenienti di questo sistema che abbiamo il dovere di istituire. Presso un popolo dove ha sempre regnato l’egoismo, dove i governanti e la maggior parte dei cittadini che hanno usurpato una specie di considerazione o di credito sono costretti a confessare a se stessi che hanno bisogno non solo dell’indulgenza, ma della clemenza pubblica, e naturale che la liberta di stampa ispiri addirittura terrore e ogni sistema che tende a frenarla trovi subito una folla di partigiani che non mancano di presentarlo sotto l’aspetto specioso del buon ordine e dell’interesse pubblico.
A chi spetta, se non a voi, legislatori, di trionfare su questo fatale pregiudizio che disonorerebbe e rovinerebbe insieme la vostra opera? Fate che tutti i libelli diffusi contro di voi dalle fazioni nemiche del popolo non vi spingano a sacrificare alle circostanze del momento i principi eterni sui quali deve riposare la liberta delle nazioni. Considerate che una legge sulla stampa non arresterebbe ne riparerebbe il male ed eliminerebbe invece il rimedio. Lasciate passare questo torrente fangoso, di cui ben presto non restera alcuna traccia, e conservate invece questa sorgente immensa ed eterna di lumi che deve diffondere sul mondo politico e morale il calore, la forza, la felicita e la vita. Non avete gia notato che la maggior parte delle denunce sinora erano dirette, non contro gli scritti sacrileghi dove sono attaccati i diritti dell’umanita, dove viene oltraggiata la maesta del popolo in nome dei despoti ad opera di servi sporcamente audaci, ma contro quanti sono accusati di difendere la causa della liberta con uno zelo esagerato e di essere irrispettosi verso i despoti? Non avete notato che quelle denunce vi sono state fatte da degli uomini che si ritengono amaramente calunniati da notizie che la voce pubblica ritiene siano delle verita e che tacciono sulle bestemmie sediziose che i loro partigiani non cessano di vomitare contro la nazione e i suoi rappresentanti? Che tutti i miei concittadini mi accusino e mi puniscano come traditore della patria se mai io denuncero a voi alcun libello, compresi quelli nei quali, coprendo il mio nome con le piu infami calunnie, i nemici della rivoluzione mi consegnano al furore dei faziosi come una delle vittime che essa deve colpire! Eh! Che c’importa di questi spregevoli scritti? I casi sono due: o la nazione approvera gli sforzi che noi abbiamo fatto per consolidare la sua liberta o li condannera. Nel primo caso gli attacchi dei nostri nemici saranno solo risibili; nel secondo noi dovremo espiare la colpa di aver pensato che i francesi fossero degni di essere liberi e per parte mia mi rassegno volentieri a questo destino.
Facciamo, infine, delle leggi non per il presente ma per i secoli futuri; non per noi, ma per l’universo intero; mostriamoci degni di porre le fondamenta della liberta rimanendo stabilmente attaccati a questo grande principio che essa non puo esistere la dove non si possa esercitare con una estensione illimitata sopra coloro che il popolo ha armato della sua autorita. Che davanti ad esso spariscano tutti gli inconvenienti legati anche alle migliori istituzioni, tutti i sofismi inventati dall’orgoglio e dalla furberia dei tiranni. Bisogna, vi dicono, mettere quelli che governano al riparo dalle calunnie; e importante, per la salvezza del popolo, tutelare il rispetto che e loro dovuto. Cosi avrebbero ragionato i Guisa contro quanti avessero denunciato i preparativi della Notte di S. Bartolomeo; cosi ragioneranno tutti i loro simili perche sanno bene che, fin che saranno onnipotenti, le verita sgradevoli saranno sempre per loro delle calunnie, perche sanno bene che il rispetto superstizioso che reclamano per i loro errori e i loro fallimenti, gli garantisce il potere di violare impunemente il rispetto che essi devono al loro sovrano, il popolo, che merita senza dubbio tanto riguardo quanto i suoi delegati e i suoi oppressori. Ma a questo prezzo, chi vorra, osano ancora dire, essere re, magistrato, tenere le redini del governo? Chi? Gli uomini virtuosi capaci di amare la patria e la vera gloria, quanti sanno bene che il tribunale dell’opinione pubblica e temibile solo per i malvagi. Chi ancora? Gli stessi ambiziosi anche se e piaciuto a Dio che vi fosse sulla terra un modo per fargli perdere il desiderio e la speranza di ingannare o di asservire i popoli!
In due parole: bisogna o rinunciare alla liberta o permettere la liberta illimitata della stampa. In riferimento alle persone che occupano cariche pubbliche il problema e dunque risolto.
Non ci resta che considerare il problema in rapporto alle persone private. E’ chiaro che questo problema coincide con quello di una migliore legislazione sulla calunnia sia verbale che scritta e quindi non riguarda esclusivamente la stampa.
E’ senz’altro giusto che i privati attaccati dalla calunnia possano chiedere la riparazione del torto che gli e stato fatto; ma e utile fare qualche osservazione sull’argomento.
Bisogna prima di tutto considerare che le vecchie leggi sono, su questo punto, troppo severe e che il loro rigore e il frutto del sistema tirannico che abbiamo gia esaminato e dall’eccessivo terrore che l’opinione pubblica incute al dispotismo che le ha promulgate. Se noi consideriamo le cose con maggior sangue freddo consentiremo volentieri a mitigare il codice penale che esso dispotismo ci ha lasciato in eredita; mi sembra, quanto meno, che la pena per gli autori di un’accusa calunniosa debba limitarsi alla pubblicazione della sentenza che la dichiara tale e alla riparazione pecuniaria del danno provocato a chi ne e stato l’oggetto. Si deve ben capire che non comprendo in questa categoria la falsa testimonianza contro un imputato perche qui non si tratta piu di una semplice calunnia, una semplice offesa a un privato, bensi di un inganno ordito contro la legge per perdere un innocente, un vero delitto contro lo stato. In generale per i calunniatori comuni vi sono due specie di tribunali, quello dei magistrati e quello dell’opinione pubblica. Il piu naturale, il piu giusto, il piu competente, il piu potente e, senz’ombra di dubbio, il secondo. Percio sara questo l’oggetto preferito degli attacchi dell’odio e dell’infamia; vediamo infatti che l’impotenza della calunnia varia in ragione dell’onesta e della virtu di chi ne e attaccato e che tanto piu un uomo puo contare sull’opinione pubblica, tanto meno ha bisogno di invocare la protezione del giudice. Non si indurra quindi facilmente a far risuonare per i tribunali le ingiurie che gli saranno state indirizzate e li ingombrera con le sue lamentele solo in situazioni particolarmente gravi quando la calunnia sara legata a una trama colpevole ordita per provocagli un gran male e capace di rovinare anche la reputazione piu solidamente affermata. Se si segue questo principio vi saranno meno processi ridicoli, meno declamazioni sull’onore, ma piu onore, soprattutto piu onesta e piu virtu.
Limito qui le mie riflessioni su questo terzo problema che non e l’oggetto fondamentale di questa discussione e vi propongo di cementare il primo fondamento della liberta con il seguente decreto:

L’Assemblea nazionale dichiara:

1. Che ogni uomo ha il diritto di manifestare pubblicamente i suoi pensieri con qualunque mezzo e che la liberta di stampa non puo essere ostacolata ne limitata in alcuna maniera.
2. Che chiunque attentera a questo diritto dovra essere considerato un nemico della liberta e punito con la piu grave delle pene che saranno stabilite dall’Assemblea nazionale.
3. I privati che siano calunniati potranno tuttavia ricorrere alla giustizia per ottenere il risarcimento del danno che la calunnia avra loro provocato con i mezzi che verranno indicati dall’Assemblea Nazionale.

Traduzione da: Discours sur la liberte de la presse - 11 mai 1791, in Oeuvres de Maximilien Robespierre, a cura di M. Bouloiseau, G. Lefebvre, A. Soboul - Paris P.U.F. 1952 - Tome VII pag. 320
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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 17 feb 2012, 19:10

Il discorso fondamentale del Capo del Governo...

Ai settanta direttori dei quotidiani del Regime

Una lezione di vita.

L'adunata dei direttori di giornali a Palazzo Chigi deve esser considerata come uno degli atti e dei fatti fondamentali del Regime. Crediamo sia la prima volta, non solo nella vita italiana, ma nella storia politica europea, che un Capo di Governo riunisce attorno a se i dirigenti responsabili dell'opinione pubblica, non per chiedere alla stampa appoggi o soccorsi durante una di quelle difficili situazioni parlamentari che i paesi elettoralistici conoscono per triste esperienza, non per mendicare difese o incensamenti sull'opera di un Ministero dubbioso di non avere salde radici nella coscienza pubblica ma per esaminare, in armonia di spiriti, in comunanza di fede, con austerita di propositi il cammino percorso in sei anni; per preparare gli strumenti necessari a compiere il rinnovamento politico, economico, sociale del Paese.
Il giornalismo italiano, con questo atto di eccezionale significato e di grande portata morale, e stato chiamato a collaborare direttamente al divenire e all'avvenire della Nazione. Il Duce ha fatto sentire alla stampa italiana che in regime fascista, essa ha una funzione, una responsabilita, e un valore formativo molto superiori a quelli che il giornalismo, in generale, puo vantare nel modo moderno.
Alla stampa italiana e affidato un compito direttivo e ideale, educativo e reale, che neppure i Parlamenti, in altri paesi, dominati da influenze d'affari e da egoismi di classi o di partiti, possono ne potrebbero utilmente esercitare.
E' questo un onore altissimo che il Fascismo conferisce ai giornali, perche li chiama a cooperare in modo diretto all'organizzazione del Paese, alla discussione ed alla soluzione dei problemi piu vitali, alla formazione del pensiero nazionale; ma e anche una piu vasta e libera responsabilita. E percio il Duce, insieme al riconoscimento politico della funzione giornalistica, ha voluto tenere una "lezione" di incisiva chiarezza, che e stata accolta dai settanta direttori convocati attorno al suo tavolo da lavoro come un programma lapidario d'ogni loro maggiore attivita, per il presente immediato, per l'anno venturo, per l'avvenire.
Il giornalismo italiano, che e oggi veramente il piu libero del mondo perche non puo essere asservito a nessun interesse particolaristico, e non obbedisce che a un grande interesse generale e ideale, quello della Nazione, ha compreso perfettamente che i limiti della propria liberta sono unicamente quelli della sua coscienza, della sua intelligenza, della sua devozione alla Patria. Ha compreso che ogni gregario, in quest'opera complessa e delicata d'educazione e di preparazione , deve trovare in se stesso il controllo delle proprie azioni e delle proprie idee, prima di diffonderne al paese il chiarimento illustrativo, il consiglio persuasivo, l'incitamento animatore.
Il Duce non ha dunque impartito teoremi scolastici, ne elencato "istruzioni"; ma ha dato una lezione di vita, che tanto piu profondamente si e inserita nell'animo degli ascoltatori, quanto piu direttamente costoro si sono sentiti designare artefici non trascurabili dell'opera gigantesca cui si e accinto il Regime. L'esercizio della stampa non e piu soltanto quello di una professione, ma diventa una missione; e non una missione convenzionale e generica, ma diuturna, specifica, precisa. L'attivita del giornalista non e piu circoscritta dentro la frontiera d'un dovere quotidiano: il dovere dell'informazione; ma la oltrepassa di una enorme distanza: la distanza che intercede tra un determinato compito materiale, per quanto nobile possa essere, ed un alto fine ideale, che si confonde e si identifica con quello di tutta la collettivita italiana.
Nessun popolo, nessun regime ha mai avuto della stampa un cosi elevato concetto, ne le ha assegnato una cosi ampia liberta morale, ne le ha conferito una cosi attiva dignita. Il giornalismo italiano ascrivera a suo grande onore, se potra, di fronte al Duce, di fronte al Paese, di fronte alle insidiose calunnie dei trusts giornalistici della plutocrazia internazionale, dimostrare coi fatti d'essere stato degno di questo riconoscimento e di si alta importanza di responsabilita e di funzione.
Le stesse critiche che il Duce gli ha fatto, non soltanto con l'autorita di un Capo del Governo, ma anche e sopra tutto, con l'esperienza del giornalista di grande statura, hanno servito a far sentire ad ognuno come anche le penombre dell'attenzione, anche gli inevitabili momenti d'incertezza e di stanchezza in una attivita cosi spossante e febbrile, hanno da essere il piu possibile rari, perche a chi deve dare al mondo una parola d'ordine nuova nel campo politico e sociale non sono consentiti ne errori, ne deviazioni, ne smarrimenti.
Uno dei punti piu salienti del discorso del Duce e stato a questo proposito la riaffermazione che le discussioni, anche critiche e persino polemiche, non sono affatto escluse dall'attivita giornalistica del Regime, come all'estero troppe volte si ripete ed anche all'interno da qualcuno si crede senza alcun logico fondamento; naturalmente, sono fuori di discussione i principi fondamentali dello Stato e del Regime, e sarebbe assurdo che cosi non fosse; ma per tutti i problemi che non intaccano ne le basi della rivoluzione, ne le questioni politiche di competenza del Duce, ne l'autorita statale, c'e liberta completa, assoluta, illimitata di esame e dibattito. Sta nel giornalista di coscienza, di buona fede e di intelligenza vigilare se stesso e il suo giornale, affinche l'esercizio di quella liberta non porti danno al Paese, sia divulgando notizie fantastiche o infondate, sia diffondendo inutilmente sciocchezze ed immoralita, sia distogliendo l'attenzione pubblica dai fatti importanti, dai problemi fondamentali della vita nazionale per rivolgerla alle cose frivole o malsane. Ma questo freno e questo limite non sono imposti per legge dal Fascismo: sono affidati al buon senso, all'intelligenza, alla responsabilita di chi compila e controlla il giornale. E non e degno d'essere fascista chi non abbia vigile, fermo, disinteressato questo senso di responsabilita. Potra sbagliare; ma non gli e permesso di sbagliare intenzionalmente, per speculazione, per partigianeria o per secondi fini.
Ben puo, dunque, proclamare il Capo del Governo che nessuna stampa e cosi libera come la stampa italiana; e nessuno e chiamato ad esercitare cosi nobilmente, come i giornalisti, la propria missione.


L'adunata a Palazzo Chigi
Roma, 10 ottobre, notte

Oggi, a Palazzo Chigi, nel salone della Vittoria, il Capo del Governo ha presieduto la riunione dei settanta direttori dei quotidiani del Regime. Erano anche presenti l'on. Turati col Direttorio del Partito, il sottosegretario alla presidenza on. Giunta, il sottosegretario agli Interni on. Bianchi e il Capo dell'ufficio stampa del Capo del Governo on. Ferretti.

Il discorso del Capo del Governo.

Il duce, accolto da vibranti ovazioni, ha pronunciato il seguente discorso:
Camerati! Signori! Questa importante riunione dei giornalisti del Regime avviene soltanto alla fine dell'anno VI. Voi vi rendete conto che non poteva avvenire prima, perche solo dal gennaio 1925, e piu specialmente in questi ultimi due anni, e stato affrontato e risolto quasi completamente il problema della stampa fascista. In un regime totalitario, come dev'essere necessariamente un regime sorto da una rivoluzione trionfante, la stampa e un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime; in un regime unitario la stampa non puo essere estranea a questa unita. Ecco perche tutta la stampa italiana e fascista e deve sentirsi fiera di militare compatta sotto le insegne del Littorio.
Partendo da questo incontrovertibile dato di fatto si ha immediatamente una bussola di orientamento per quanto concerne l'attivita pratica del giornalismo fascista. Cio che e nocivo si evita e cio che e utile al Regime si fa. Ne consegue che, sopra tutto, e potrebbe dirsi esclusivamente in Italia, a differenza di altri paesi, il giornalismo, piu che professione o mestiere, diventa missione di una importanza grande e delicata, poiche nell'eta contemporanea, dopo la scuola che istruisce le generazioni che montano, e il giornale che circola tra le masse e vi svolge la sua opera d'informazione e di formazione.
Non e quindi affatto assurdo che, trattandosi di continuare l'educazione formativa delle moltitudini, i giornalisti debbano essere moralmente e tecnicamente preparati. E' evidente che nelle scuole non si fa "il giornalista" come non si fa "il poeta". Cio nondimeno, nessuno vorra negare l'utilita delle scuole stesse.

La liberta della stampa italiana

Questa prima adunata dei giornalisti del Regime, vuole essere premio e riconoscimento. Le vecchie accuse sulla soffocazione della liberta di stampa, da parte della tirannia fascista, non hanno credito alcuno. La stampa piu libera del mondo intero e la stampa italiana. Altrove i giornali sono agli ordini di gruppi plutocratici, di partiti, di individui; altrove sono ridotti al compito gramo della compravendita di notizie eccitanti ,la cui lettura reiterata finisce per determinare nel pubblico una specie di stupefatta saturazione, con sintomi di atonia e di imbeccillita; altrove i giornali sono ormai raggruppati nelle mani di pochissimi individui, che considerano il giornale come un'industria vera e propria, tale e quale come l'industria del ferro e del cuoio.
Il giornalismo italiano e libero perche serve soltanto una causa e un regime; e libero perche, nell'ambito delle leggi del Regime, puo esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione. Io contesto nella maniera piu assoluta che la stampa italiana sia il regno della noia e dell'uniformita. Coloro che leggono i giornali stranieri di tutti i paesi del mondo sanno quanto sia grigia, uniforme, stereotipata fin nei dettagli la loro stampa. A questo punto, io affermo che il giornalismo italiano fascista deve sempre piu nettamente differenziarsi dal giornalismo degli altri Paesi, fino a costituire, non soltanto per la bandiera che difende, la risoluta, visibile e radicalissima antitesi.
Questa differenziazione non ne esclude una seconda non meno importante. Permettetemi qui di impiegare un paragone musicale. Io considero il giornalismo italiano fascista come un'orchestra. Il "la" e comune. E questo "la" non e dato dal Governo attraverso i suoi uffici stampa, sotto la specie dell'ispirazione e della suggestione davanti alle contingenze quotidiane; e un "la" che il giornalismo fascista da a se stesso. Egli sa come deve servire il Regime. La parola d'ordine egli non l'attende giorno per giorno. Egli l'ha nella sua coscienza. Ma dato il "la" c'e la diversita degli strumenti, ed e appunto dalle loro diversita che si evita la cacofonia e si fa prorompere invece la piena e divina armonia; oltre agli strumenti c'e poi la diversita dei temperamenti degli artisti; diversita necessaria, perche si aggiunge, elemento imponderabile ma vitale, a rendere sempre piu perfetta l'esecuzione. Ogni giornale deve diventare uno strumento definito, cioe individualizzato, cioe riconoscibile nella grande orchestra. I classici archi non escludono, nelle moderne orchestre, i "flauti" nelle forme inconsuete. Ci puo essere, cioe, il giornale fascista dall'aria seria, con tinta magari di ufficiosita, e il giornale d'assalto, battagliante e temerario. Ci possono essere giornali che prediligono determinati problemi, quelli che hanno la statura per essere nazionali e altri, invece, che devono rassegnarsi a essere degli ottimi fogli regionali o provinciali.
E' per esempio, assurdo che un giornali di circolazione provinciale voglia imbibire i suoi lettori con pagine intere di politica estera mondiale. La differenziazione di cui parlavo e legata quindi a una vera e propria divisione del lavoro, affidata, piu che a misure dall'alto, al buon senso dei giornali fascisti.
Cio precisato, la stampa nazionale, regionale e provinciale serve il Regime illustrandone l'opera quotidiana, creando e mantenendo un ambiente di consenso attorno a quest'opera.

Una grande ventura

E' una grande ventura per voi vivere in questo primo, straordinario, quarto di secolo: e una grande ventura per voi di poter seguire la rivoluzione fascista nelle sue progredienti tappe. Il destino e stato particolarmente benigno con voi, cui ha concesso di essere giornalisti durante una guerra e una rivoluzione, eventi entrambi rari e memorabili nella storia delle Nazioni.
Ora tutti coloro che credono di servire il Fascismo ed il Regime lo servono effettivamente e utilmente? Non sempre. Non rendono un servizio al Regime coloro, i quali abbondano di aggettivi laudativi e cantano a rime obbligate, e quindi alla fine convenzionali, ogni atto e fatto, anche se di piccola portata, ogni uomo, anche se di modesta levatura. Bisogna deflazionare e saper tenere le distanze. Sei anni di fatti della rivoluzione fascista sono piu grandi di ogni parola, e sopra tutto di molte parole. I sostantivi rendono superflui gli aggettivi.
Non rendono un servizio al Regime coloro, i quali danno spazio eccessivo alla cronaca nera e la "sensibilizzano" ai fini dello smercio di copie, o coloro, i quali trascurano la formazione materiale del giornale, che deve essere attentamente vigilata nei titoli e nel testo, sopra tutto nei titoli. Ho letto, ad esempio, riportata la notizia di un premio dato a uno scrittore che fa la spoletta tra il carcere e l'ospedale, con questo titolo: " Genio e follia", come se il genio fosse irremissibilmente domiciliato nei manicomi; un infortunio sul lavoro diventa una terrificante catastrofe, si sente il bisogno di far sapere che "un giovane professore ha sparato sulla moglie", come se cio interessasse particolarmente il genere umano, oltre il portinaio e i piu prossimi parenti; si ricucina per la milionesima volta il mistero di Rodolfo a Mayerling, e si ristampa, sino alla noia la storia della Baker, o sedicente "venere nera". Tutto cio e diseducativo. Tutto cio e giornalismo vecchio regime. E' necessario che il giornalismo nuovo regime, cioe fascista, si disincagli da queste posizioni mentali e muova alla ricerca e all'illustrazione di tutti gli altri vari e grandi aspetti e problemi della vita degli individui e della vita di un popolo.
La cronaca nera deve essere lasciata ai commissari verbalizzanti delle Questure, salvo casi speciali, nei quali l'interesse umano o sociale, o politico, sia prevalente.

Come non si serve il regime

Non servono il Regime coloro i quali non tengono la misura della dignita di fronte agli stranieri, sia quando sono ospiti dell'Italia sia quando esprimono giudizi sul Regime o su Mussolini. Ripetero dunque che i dieci in condotta con lode o senza che mi vengono rilasciati talora da illustri personaggi, mi lasciano perfettamente indifferente. Bisogna esaltare i grandi uomini, quelli che rendono veri servizi alla Patria e all'umanita, non i vanitosi che vogliono vedersi sul giornale fotografati nell'atto in cui salutano romanamente il Fante Ignoto. Non servono il Regime coloro che mancano di discrezione, specie in materia di politica estera e di finanze, che sono inesatti nei riferimenti, che fanno del "barzinismo" in ritardo, che si autoincensano e che nella polemica scendono al personalismo diffamatorio e cannibalesco.
Non servono il Regime coloro, i quali si abbandonano al lusso del catonismo generico, del moralismo irresponsabile, che riguarda tutti e nessuno, mentre in siffatta materia, per vie pubbliche o coperte, bisogna precisare fatti e nomi, onde sia possibile provvedere in tempo. Non servono il regime coloro, i quali, non controllandosi negli articoli, nelle informazioni, nelle notizie, nei giudizi sugli uomini, forniscono alimento alla causa degli avversari.
L'elenco dei "casi" nei quali, volutamente o no, non si serve il Regime, potrebbe allungarsi, ma voi mi avrete gia inteso e avete anche inteso, per la necessaria antitesi, come si "serve" il Regime.
Qui voglio affermare che, tolte le questioni strettamente politiche, o quelle che sono fondamentali nella rivoluzione, per tutte le altre questioni la critica puo limitatamente esercitarsi. Io stesso, prima della riforma monetaria, non ho vietato la polemica tra i rivalutasti e svalutatori, non solo nelle cattedre, ma nelle riviste e nei quotidiani.

L'esercizio della critica

Nel campo dell'arte, della scienza, della filosofia, la tessera non puo creare una situazione di privilegio o di immunita. Come deve essere permesso di dire che Mussolini, come suonatore di violino, e un dilettante molto modesto, cosi deve essere permesso di obbiettivamente giudicare l'arte, la prosa, la poesia, il teatro, senza che ci sia un "veto" per via di una tessera piu o meno retrodatata. La disciplina di partito qui non gioca. La rivoluzione qui non c'entra. Quando uno chiede di essere giudicato come poeta, drammaturgo, pittore, romanziere, non ha il diritto poi di richiamarsi alla tessera se il giudizio gli e sfavorevole.
Un Tizio puo essere un valoroso fascista e anche della prima ora, ma come poeta puo essere un deficiente. Non si deve mettere il pubblico nell'alternativa di passare per antifascista fischiando, o di passare per stupido o vile plaudendo a tutti gli aborti letterari, a tutti i centoni poetici, a tutti i quadri degli imbianchini. La tessera non da l'ingegno a chi non lo possiede.
Non vi ho detto tutto quanto potrei dire, ma ritengo di avervi detto alcune cose essenziali. La maggiore di tutte e questa: il vostro compito diventera sempre piu importante e ai fini interni e a quelli internazionali. Ai fini interni, perche, tra l'altro, tra pochi mesi il popolo italiano sara chiamato ai comizi plebiscitari, attraverso i quali esso dovra documentare, in faccia al mondo, il suo effettivo consenso al Regime. Bisogna preparare questa grande manifestazione, e voi avete, coi vostri giornali, il mezzo per farlo degnamente.
Nel mondo internazionale noi non andiamo verso tempi facili. Piu l'Italia aumentera la sua statura politica, economica e morale, piu l'Italia fascista "durera", e maggiori saranno le inevitabili reazioni nel mondo antifascista, che sembra quasi offeso di dover constatare che ancora una volta e l'Italia che da una parola d'ordine nuova nel campo politico e sociale. Occorre, per questo, che la stampa sia vigile, pronta, modernamente attrezzata; con uomini, che sappiano polemizzare con gli avversari di oltre frontiera, con uomini, sopra tutto, che siano mossi, non da obbiettivi materiali, ma da fini ideali.
Mi auguro che, quando vi convochero nuovamente, io sia in grado di constatare che avete sempre piu fermamente e fieramente servito la causa della rivoluzione. Con questa speranza, accogliete il mio cordiale saluto, nel quale v'e una punta di ricordi e nostalgie.
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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda eric draven » 17 feb 2012, 19:16

esticazzi....... :-o
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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 17 feb 2012, 19:25

eric draven ha scritto:esticazzi....... :-o

lo sto studiando è molto interessante
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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda eric draven » 17 feb 2012, 19:41

Che fosse un capitolo del tuo libro l'avevo capito ;)

gli è che devo prendere ogni post e dividerlo in gruppi di 5 righe,sennò mi si incrociano gli occhi..... :-B
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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda assurbanipal » 20 feb 2012, 22:59

Davvero interessante grazie.
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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda fulvia » 20 feb 2012, 23:02

assurbanipal ha scritto:Davvero interessante grazie.

vero che lo è? mi piace molto lo studio di questo esame.
Non si vede bene che con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi.

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Re: Areopagitica - Discorso per la liberta della stampa

Messaggioda Druuna » 20 feb 2012, 23:40

molto bello... ma non ho finito di leggerlo :ymblushing:

quel che ho postato io ne Il libro ritrovato....sa di coincidenza.

Solo... il mio è molto più breve :p
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