Ecco che cosa è liberta: “Chi ha qualche utile consiglio, e vuole offrirlo alla citta?” Chi se la sente, celebre divien di colpo; e chi non se la sente, se ne sta zitto. Uguaglianza piu perfetta, esiste?
Euripide, Le supplici
Alta Corte del Parlamento! Coloro che rivolgono pubblicamente la parola ai Grandi e ai Governanti dello Stato, o che, non potendo far questo perche semplici cittadini, affidano alla scrittura le loro vedute su cio che puo promuovere il bene comune, devono sentirsi- credo io- non poco turbati e segretamente commossi, nell’accingersi ad un siffatto compito. Chi lo sara pel dubbio circa l’esito che l’attende, chi pel timore che ha del giudizio altrui; chi sara pieno di speranza, chi pieno di fiducia nelle opinioni che sta per sostenere. E forse ciascuno di questi sentimenti, a seconda del soggetto che trattavo, posso aver provato anch’io, in altre occasioni; ed ora, probabilmente, potrei anche manifestare quale di essi mi occupava di piu, incominciando a scrivere queste mie preliminari osservazioni; - senonche, il tentativo stesso di rivolgervi questo discorso, e il pensiero dell’alta assemblea a cui e diretto , hanno ispirato in me una passione ben piu forte di questi sentimenti – una passione che veramente si addice molto piu al mio stato d’animo che all’esordio d’un discorso. Ma non saro biasimato per questa mia volontaria confessione se potro provare che essa non e altro che la gioia e il compiacimento che deve sentire chiunque desideri e promuova la liberta del proprio paese: della qual liberta tutta la seguente dissertazione sara una sicura testimonianza, se non un trofeo di vittoria.
Perche, se noi non possiamo sperare in una liberta che rimuova ogni ingiustizia dallo Stato,- e nessuno deve aspettarsi tanto in questo mondo- una liberta, pero, che permetta che le lagnanze sian liberamente ascoltate e investigate a fondo, e i mali prontamente rimediati, possiamo ben augurarcela; e questo anzi e l’estremo limite di liberta che si ripromettono i saggi. Al quale limite, se noi, come apparira manifesto delle cose stesse che sto per dire, siamo gia in buona parte pervenuti (nonostante la tirannia e la superstizione radicatesi nelle nostre convinzioni – a superar le quali ci volle un vigore piu che romano) lo dobbiamo innanzitutto al valido aiuto di Dio, e poi alla vostra fedele guida e intrepida saggezza,- Lord e Comuni d’Inghilterra. Ne Iddio giudica come una diminuzione della sua gloria il bene che si dice degli uomini probi e degli onesti magistrati; e se adesso per la prima volta facessi il vostro elogio, dopo una tanto bella serie di vostri atti lodevoli e dopo tanto obbligo di gratitudine imposto su tutta la nazione per le vostre instancabili virtu, ben mi si potrebbe annoverare tra i piu lenti e riluttanti vostri elogiatori.
Nondimeno ci vogliono tre cose, senza le quali ogni lode non e che cortigianeria e adulazione. La prima, che si lodi solo cio ch’e davvero degno di lode; la seconda, che si provi che per sicuri indizi le persone a cui si ascrivono delle doti esimie, le posseggono davvero; e la terza, che colui che loda, mostrandosi fermamente persuaso della giustezza delle sue opinioni, renda manifesto che non sta adulando. Ora, di queste condizioni, alle prime due io ho gia cercato di soddisfare in altra occasione, quando mi assunsi il compito della vostra difesa, mettendola cosi in salvo da colui che, coi suoi encomi falsi e insulsi, invece di estollere, sminuiva i vostri meriti; l’adempimento della terza- poiche essa riguarda specialmente la mia propria discolpa dell’accusa fattami di avere adulato quelli che ho altamente lodati- e stato opportunamente riserbato alla presente occasione.
Giacche, chi francamente estolle cio ch’e stato nobilmente compiuto, e non teme di indicare non men francamente quello che si potrebbe compiere meglio, da in questo modo la miglior garanzia della propria lealta; e dimostra come egli, con il suo attaccamento e le sue speranze, segua e s’interessi alle vostre azioni. La sua piu alta lode non e adulazione, e il suo piu schietto consiglio e una specie di lode. E cosi, se io dovessi affermare e sostenere con buone ragioni che sarebbe un vantaggio per la verita, per gli studi e per la cosa pubblica, che un certo vostro ordine, recentemente promulgato, fosse revocato, le mie parole costituirebbero- e vero- una critica, ma allo stesso tempo la vostra equanimita nell’ascoltarle non potrebbe non ridondare a lustro del vostro indulgente e giusto governo, poiche i cittadini dovrebbero riconoscere che a voi i consigli del pubblico piacciono piu che non piacessero le pubbliche adulazioni agli uomini di Stato vostri predecessori. E si vedrebbe allora quale differenza ci corre tra la magnanimita d’un parlamento triennale e la sospettosa alterigia dei Prelati e dei Consiglieri di Gabinetto, recenti usurpatori del potere; e si dovrebbe infine notare che voi, nel mezzo delle vostre vittorie e dei vostri successi, sapete ascoltare le obbiezioni scritte contro un vostro ordine, con una tolleranza maggiore di quella mostrata, alla minima espressione di scontento per qualche inaspettato editto, da certe altre Corti, che non produssero alcuna cosa degna di ricordo, salvo la loro meschina ostentazione di ricchezza.
Se io, Lord e Comuni d’Inghilterra, profittando della vostra mitezza e della vostra nobile e benigna grandezza, dovessi andare tant’oltre da oppormi a cio che l’ordine da voi promulgato ha esplicitamente disposto, e se qualcuno mi accusasse di far cosa nuova od insolita, io potrei difendermi facilmente, facendo notare quanto e meglio imitare, come fate voi, l’antica e raffinata civilta ellenica, piuttosto che il barbaro orgoglio degli Unni e dei Norvegesi. E potrei nominare uno, vissuto in quella lontana eta alla cui colta saggezza e alle cui lettere noi andiam debitori di non esser Goti e Juti ancor oggi, il quale dalla sua casa privata scrisse al Parlamento ateniese un discorso in cui raccomandava a quell'assemblea di cambiare la forma di democrazia stabilita in quel tempo. Tanto grande era l’onore tributato in quei giorni agli uomini che professavano lo studio della saggezza e della eloquenza- non solo nel loro proprio paese, ma anche in altre terre- che le repubbliche e le tirannie li ascoltavano volentieri e con grande rispetto, sempre che essi avessero qualche avvertimento da rivolgere pubblicamente allo Stato. Dione di Prusa, per esempio, uno straniero e privato oratore, consiglio ai cittadini di Rodi di abbandonare un loro editto; e moltissimi altri casi potrei addurre simili a questo, salvo che il ricordarli qui sarebbe superfluo.
Ma se, nonostante la mia industria negli studi, cui dedicai tutta la vita, e le mie doti naturali ( non le peggiori possibili, forse, per i loro cinquantadue gradi di latitudine nord), io non posso mettermi alla pari di quegli altri oratori dell’antichita che ebbero il privilegio di dar consigli ai loro governi- purtuttavia ho fiducia che non saro giudicato di tanto inferiore a loro, di quanto voi siete superiori a quelli che accolsero i loro avvertimenti. E della vostra superiorita, Lord e Comuni d’Inghilterra, voi non potrete dar migliore prova – siatene pur certi- che riconoscendo e obbedendo, colla vostra prudenza, la voce della ragione, da qualunque parte essa si faccia sentire; e mostrandovi non men pronti ad abrogare i vostri propri decreti, che quelli dei vostri predecessori.
Se voi siete risoluti a far questo- e vi farei torto a supporre il contrario- non so perche dovrei trattenermi dall’indicarvi una eccellente opportunita per mostrare il vostro ben noto amore della verita e l’integrita del vostro giudizio, sempre imparziale verso voi stessi – e consigliarvi di riconsiderare l’Ordine che avete emanato per disciplinare la Stampa, secondo il quale, nessun libro, pamphlet, o foglio, deve essere d’ora innanzi stampato, a meno che non venga prima approvato e licenziato dalle persone o almeno da una delle persone che saranno a tale ufficio preposte.
In quanto a quella parte dell’Ordine che giustamente assicura a ciascuno la proprieta letteraria o che provvede per i poveri, io non ho alcuna obbiezione; soltanto mi auguro che tali misure non forniscano dei pretesti per danneggiare e perseguitare uomini onesti e industriosi, che non hanno trasgredito a nessuna di quelle norme. Ma le cose stan diversamente per quell’altra clausola sulla Licenza dei libri,- licenza che noi credevamo sepolta, insieme colle sue sorelle matrimoniali e quaresimali, fin dal tempo in cui sparirono i Prelati. E su questo punto io rivolgero ora la mia attenzione: soffermandoci su con un’Omelia, nella quale vi mostrero : in primo luogo, che la censura fu originalmente introdotta da uomini che voi non potete non detestare; secondariamente, qual e il giudizio da darsi della lettura dei libri in generale, quali che essi siano; poi , che il vostro Ordine non riuscira punto a sopprimere i libri scandalosi, sediziosi e diffamatori che intendeva colpire; infine, che esso Ordine finira principalmente col dissuadere gli uomini da ogni studio, e arrestera la ricerca del Vero, non solo disabituando e ottundendo le nostre facolta in cio che sappiamo, ma ostacolando bensi e troncando quelle scoperte che si potrebbero ancora fare, cosi negli studi religiosi come in quelli politici.
Io non nego che sia della massima importanza, per la Chiesa e per lo Stato, osservare con occhio vigile il modo in cui si comportano i libri- non diversamente da come si fa per gli uomini; e che essi si possan quindi condannare con rigorosa giustizia, come dei malfattori, e mandare al confine alla prigione. Poiche i libri non sono cose assolutamente morte, ma sono invece animati d’un vigor vitale, che li rende cosi attivi, come quello spirito stesso che li partori. Anzi, essi preservano, come in una fiala, la piu pura essenza e virtu di quella mente che trasfuse in loro la sua vita. Io so che son cosi pieni di vita, e cosi vigorosamente produttivi, come erano i favolosi denti del Drago; e che, disseminati qua e la, ne possono anche sorgere uomini armati. Ma d’altra parte, ci vuole estrema cautela, con i libri; perche uccidere un buon libro e quasi lo stesso che uccidere un uomo. E in un certo senso e ancor peggio: perche chi uccide un uomo, uccide una creatura dotata di ragione, fatta ad immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro, uccide la ragione stessa, distrugge – direi quasi- la pupilla di quell’Immagine Divina. Sono molti gli uomini che vivono, inutil peso della terra: ma un buon libro e il prezioso fluido vitale d’uno spirito superiore, imbalsamato e gelosamente custodito per una vita al di la della vita. E’ vero che il Tempo non potra mai restituirci una vita umana, una volta distrutta (benche questo non sia, forse, un gran danno pel mondo); ma una verita soppressa, se e pur vero che possa talvolta venir ricuperata, non lo sara che dopo lungo volgere di anni- mentre nel frattempo debbon soffrire della sua mancanza popoli interi. Dovremmo andar cauti, dunque, nell’intraprendere una persecuzione delle opere vitali degli uomini pubblici, e nel versare quella preziosa linfa- qual e il maturo spirito dell’uomo- che i libri raccolgono e preservano; poiche possiam renderci rei d’una sorta d’omicidio; d’un martirio, talvolta; e, se distruggiamo l’intera edizione d’un libro, direi quasi d’un massacro: un massacro che non annienterebbe una vita organica soltanto, ma colpirebbe quell’eterea e quinta essenza dell’umanita, che e il fiato stesso della ragione: ammazzerebbe una immortalita, piu che una vita.
Ma ad evitare il pericolo che mi si accusi d’incoraggiare la licenza umana, nel momento stesso in cui combatto la licenza censoria della stampa, volentieri mi assumo il compito di tracciare una storia dell’argomento; merce la quale mostrero quello che fu fatto nei famosi Stati dell’antichita per rimettere l’ordine in questo campo di attivita umana; e condurro la storia fino ai tempi recenti, in cui questo progetto della censura, sbucato dal seno dell’Inquisizione, fu subito afferrato dai nostri Prelati, - mentre esso stesso afferrava, a sua volta, alcuni dei nostri ministri presbiteriani.
In Atene, dove i libri e gl’ingegni furono sempre piu attivi che in qualunque altra parte della Grecia, non trovo che due specie soltanto di scritti, di cui il magistrato facesse caso: quelli empi, o ateistici, e quelli diffamatori. Percio, i libri di Protagora furono condannati alle fiamme dai giudici dell’Areopago, e lui stesso bandito dal territorio, per aver incominciato un discorso confessando di non sapere se gli Dei esistessero oppur no. In quanto alle diffamazioni, poi, fu decretato che nessuna persona dovesse essere pubblicamente calunniata, come si soleva fare nell’antica commedia; il che puo darci un’idea del modo che tenevano nel censurare gli scritti diffamatori. E Cicerone c’informa che, a giudicare dai risultati, queste misure eran sufficientemente energiche per reprimere le pubbliche diffamazioni e i temerari spiriti di altri possibili atei. Delle altre sette ed opinioni, anche quando tendevano alla lussuria e alla negazione della provvidenza divina, non si davano alcun pensiero. E percio noi non leggiamo che la giustizia sia mai intervenuta, ne per Epicuro, ne per la libertina scuola cirenaica, ne per cio che andava proferendo la cinica impudenza. Ne ci viene detto che gli scritti di quegli antichi commediografi fossero soppressi, benche ne fosse proibita la rappresentazione; mentre e ben noto che Platone raccomandava al suo real discepolo Dionigi la lettura di Aristofane, il piu sbrigliato di tutti; raccomandazione che puo ben essere scusata se il purissimo Crisostomo, secondo quanto si dice, dedico tante notti allo studi di quello stesso autore, e aveva l’arte di mondare e convertire la sua scurrile veemenza nello stile d’un ardente sermone. In quanto a Lacedemone, l’altra grande citta della Grecia, e sorprendente quanto fossero ignoranti e avversi alle letture gli Spartani, i quali non si curavano d’altro che delle gesta guerresche; tanto piu sorprendente , anzi, se si pensa che il loro grande legislatore Licurgo era cosi dedito alle raffinatezze della coltura da essere stato il primo a portare dalla Ionia gli sparsi poemi di Omero, e da aver mandato il poeta Talete da Creta a Sparta affinche, colla soavita dei suoi canti e delle sue odi, ingentilisse l’aspra indole di quel popolo, e lo preparasse cosi a meglio ricevere e leggi e civilta. Non c’era alcun bisogno della censura tra loro, dacche essi avevano in uggia tutto fuorche i loro apotegmi laconici; e colsero un leggero pretesto per espellere Archiloco dalla loro citta, forse perche aveva cantato in accenti piu nobili di quelli a cui sapessero levarsi essi colle loro ballate e coi loro rondelli guerreschi; - che se invece lo cacciarono per la licenza delle sue poesie, bisogna dire che l’accortezza che essi dimostrarono in quest’occasione non impedi loro di continuare ad essere egualmente dissoluti nei loro costumi; i quali dovevano essere tali che Euripide pote affermare nell’Andromaca che le loro donne erano tutte impudiche.
Quello che ho detto fin qui basta a mostrarci che sorta di libri erano proibiti presso i Greci. I romani, la cui rude educazione esclusivamente militare fu per molti secoli assai simile a quella dei Lacedemoni, avevano ben poca coltura, oltre alle nozioni che, in materia di Legge e di Religione, poteano apprendere dalle loro Dodici Tavole e dal Collegio dei Pontefici, coi suoi auguri e i suoi flamini; ed eran cosi ignoranti di tutto il resto che quando Carneade e Critolao, con Dionigi lo stoico, vennero ambasciatori a Roma, e cercarono di profittare di quell’occasione per dare alla citta un’idea della loro filosofia, misero in sospetto nientemeno che un uomo come Catone il Censore; il quale, stimandoli dei corruttori, propose in Senato che si mandassero subito via, e che si bandisse dall’Italia questa genia di cianciatori ateniesi. Ma Scipione, ed altri fra i piu nobili senatori, s’opposero a lui e alla sua antica austerita sabina, ed ammirarono ed onorarono quegli uomini; e infine Catone stesso, nella sua vecchiaia, si diede allo studio di cio che una volta gli aveva messo nell’animo tanti scrupoli. Eppure, proprio in quei tempi, Nevio e Plauto, i piu antichi poeti comici latini, avean riempito la citta delle loro commedie, scritte ad imitazione di Menandro e Filemone! Ma poi subito si comincio a pensare anche li alle misure da prendere contro i libri diffamatori e i loro autori; e Nevio fu presto gettato in prigione per via della sua penna sbrigliata, e dove ritrattarsi per ottenere che i Tribuni lo liberassero; e leggiamo pure che, sotto Augusto, i libelli venivan bruciati, e puniti i loro autori. Egual rigore si usava, senza dubbio, contro chiunque avesse scritto empiamente contro le loro divinita riconosciute.
All’infuori di questi due casi, i magistrati non si curavan punto del mondo dei libri. Onde a Lucrezio fu permesso di descrivere impunemente il suo epicureismo nel suo poema indirizzato a Memmio- poema che ebbe l’onore d’esser curato e pubblicato per la seconda volta da quel gran padre della patria, Cicerone- sebbene questi, nei suoi propri scritti, contrastasse quelle dottrine. Ne la pungente satira, o la nuda franchezza di Lucilio, o di Catullo, o di Orazio, fu proibita mai da alcuna ingiunzione. E nel campo della politica, la storia di Tito Livio, sebbene esaltasse il partito di Pompeo, non fu per questo soppressa da Cesare Ottaviano, della fazione opposta. Se questi bandi Ovidio, gia vecchio, da Roma, a motivo dei suoi lascivi poemi giovanili, questo non fu che un mero pretesto politico scelto a nascondere qualche segreta ragione; e i libri, d’altronde, non furon banditi e neppure ritirati dalla circolazione.
A partire da quest’epoca noi non troveremo quasi altro che tirannia nell’Impero Romano; sicche non e da sorprendere che si facessero tacere i libri buoni anche piu spesso dei cattivi. Ed io percio stimo d’essermi gia indugiato abbastanza nel mostrare quali fossero gli argomenti proibiti presso gli antichi; - all’infuori di essi, qualunque altro soggetto poteva essere liberamente trattato.
Venne poi il tempo in cui gli imperatori si fecero cristiani; ma io non trovo che la disciplina da essi stabilita per queste cose fosse piu severa di quella ch’era gia in uso. I libri di quelli che eran ritenuti dei grandi eretici venivano esaminati, confutati e condannati nei Concili generali; e solo dopo questa severa prova, essi venivan proibiti o bruciati per ordine dell’imperatore. In quanto agli scritti dei Pagani, a meno che non fossero delle aperte invettive contro il Cristianesimo, come quelli di Porfirio e di Proclo, non si puo citare il caso di alcun interdetto a loro riguardo fino all’anno 400 d.C. o giu di li; cioe fino al tempo in cui, in un Concilio tenuto a Cartagine si proibi agli stessi vescovi di leggere gli scritti dei Gentili, benche fosse lasciata loro la facolta di leggere quelli degli eretici; mentre invece i loro predecessori avevan molto prima sentito maggiori scrupoli per gli scritti degli eretici che per quelli dei Gentili. E che i piu antichi Concili e i primi vescovi, fin dopo l’anno 800, si restringessero solamente a dichiarare quali libri non fossero raccomandabili, lasciando poi che ciascuno decidesse secondo la propria coscienza se dovesse leggerli o no, e cosa che e gia stata osservata da padre Paolo, il grande smascheratore del Concilio di Trento. Dopo l’ottavo secolo i Papi di Roma, accaparrandosi quanta parte volevano del governo politico, estesero il loro dominio sugli occhi, oltreche sui giudizi degli uomini, bruciando e proibendo qualunque scritto non fosse di lor gusto. Pure, fino al regno di Martino V, furono parchi nelle loro censure, e i libri da loro riprovati, non furon molti. Martino V, con la sua bolla, non soltanto proibi, ma fu il primo a minacciar di scomunica chiunque leggesse dei libri eretici. La Corte papale, infatti, era spinta a una piu rigorosa politica proibitiva dalla terribile influenza che in quel tempo venivano assumendo Wyclif e Huss.
Questa politica fu seguita da Leone X e dai suoi successori, finche la lega suggellata fra il Concilio di Trento e l’Inquisizione spagnola produsse o perfeziono quegli Elenchi e Indici espurgatori che, frugando dentro le viscere di molti antichi e ottimi autori, perpetrano una violazione peggiore di qualunque altra mai possa commettersi della loro sepoltura. Ne si restringevano alle questioni d’eresia; ma qualsiasi soggetto non andasse loro a genio, essi, o lo colpivano con una proibizione, o lo mandavan senz’altro in quel loro nuovo Purgatorio dell’Indice. Ed a colmar la misura di queste usurpazioni, la loro ultima invenzione fu quella d’ordinare che nessun libro, opuscolo o foglio dovesse essere stampato (come se san Pietro avesse lasciato loro le chiavi della Stampa anche fuori del Paradiso!) a meno che non fosse approvato, licenziato e sottoscritto da due o tre frati ghiottoni. Eccone un esempio:
Il sig. Can. Cini si compiaccia di vedere se nella presente opera si contenga cosa che repugni allo stamparla, e ref.il di 12 giugno 1636.
Vinc. Rabatta, Vic. Di Fior
Ho veduto le presenti operette del S.Bernardo Davanzati, cioe lo Scisma d’Inghilterra, il Discorso de’Cambi, l’Orazione fatta in morte del Sereniss. G. D. Cosimo I e la Coltivazione Toscana: e non ci ho trovato cosa che sia contro la Fede Cattolica, o buoni costumi, e in fede ho fatto la presente questo di 2 di luglio 1636 in Firenze.
Niccolo Cini, Can. Fior. m. pr.
Attesa la pred. Relazione concedesi, che le presenti operette si stampino con che si osservi le cose solite da osservarsi. D. il di 3 di Lug. 1636.
Vinc. Rabatta, Vic. Di Fior
Si puo stampare il 15 luglio 1636.
Fra Simone Monpei d’Amelia, Cancelliere del Sant’Uffitio di Fiorenza.
Alessandro Vettori, Senatore Auditor di S.A.S.
Certamente questi inquisitori devono essere convinti che, se lo Spirito delle Tenebre non se ne fosse gia da un pezzo scappato dalla sua prigione, questo quadruplice esorcismo riuscirebbe a tenerlo ben incatenato laggiu. Io temo che il loro prossimo disegno sara quello di voler essere investiti dell’autorita di licenziare perfino quello che Claudio, secondo quanto si dice, voleva si lasciasse uscir liberamente – sebbene poi non realizzasse mai il suo desiderio. Eccovi, se vi piace leggerlo, un altro di questi permessi, questa volta con il timbro di Roma:
Imprimatur, se sembra buono al reverendo Maestro del Sacro Palazzo.
Belcastro, Vicegerente.
Imprimatur
Fra Nicolo Rodolfi, Maestro del Sacro Palazzo
Qualche volta si posson trovare fino a cinque imprimatur su di un solo frontispizio, stampati come si stampa un dialogo; sicche par di vedere quei cinque frati far gruppo in qualche piazza pubblica, e inchinarsi l’un l’altro con grandi cerimonie e con chiercute riverenze, e discutere se l’autore del libro (che ci par di vedere li presso in timorosa aspettativa, proprio come vediamo l’umile sua firma a pie della sua epistola) debba esser mandato alla stampa, o alla spugna. Questi sono i graziosi responsori, queste le care antifone, che tanto ammaliarono, colla loro eco armoniosa, i nostri Prelati e i loro Cappellani, in questi ultimi tempi; e che ci infatuarono tanto, da farci desiderare una amena imitazione di queste patronali licenze, e procurarci anche noi due imprimatur, uno da Lambeth House, e l’altro da quel quartiere li, ad ovest di san Paolo. E a tal segno scimmiottarono la Corte Romana, da dare la loro parola d’ordine ancora in latino, - come se le dotte e grammatiche penne che la vergavano non potessero stillare inchiostro senza il latino; o forse, come credevan loro, perche nessuna lingua volgare era degna d’esprimere il puro concetto d’un imprimatur; - o piuttosto, come spero io, perche il nostro inglese – idioma di uomini di fama immortale e primissimi nelle vittorie della liberta- non si piega facilmente a trovar lettere abbastanza servili da sillabare un simile presuntuoso e dittatoriale linguaggio.
Cosi, dunque, vi ho pienamente esposto l’origine della Censura della stampa, e ve ne ho ricordato gl’inventori, tracciandovi, per cosi dire, il loro albero genealogico.
Noi non l’abbiam ricevuta da nessuno Stato antico, di cui si possa trovar notizia nella storia; ne da alcun governo o chiesa; ne da nessuno statuto lasciatoci dai nostri antenati, remoti o prossimi; ne dall’uso moderno di alcuna citta o chiesa estera riformata; ma dal piu anticristiano concilio, e dalla piu tirannica inquisizione ch’abbia mai inquisito. Prima di quel Concilio, era stato sempre permesso, ai libri, di venire alla luce cosi liberamente come qualunque altra cosa creata: i parti dello spirito non venivan soffocati piu che non lo fossero quelli del seno materno; nessuna invidia Giunone presiedeva, incrociate le gambe, al parto spirituale d’un uomo. Solo se dopo la nascita si trovava trattarsi di un mostro, allora soltanto veniva dato – e con tutta giustizia- alle fiamme, o gettato alle onde.
Ma che un libro debba essere trattato anche peggio d’un delinquente, e che debba apparire, prima che venga al mondo, davanti ad un giuri, e subire, quando ancor nelle tenebre, il giudizio d’un Radamanto e dei suoi colleghi prima che possa traghettare il fiume a ritroso ed emerger nella luce- una siffatta cosa non s’era mai sentita fino a che quell’enorme iniquita, provocata e turbata al primo apparire della Riforma, non invento nuovi limbi e nuovi inferni, ove si potessero imprigionare anche i nostri libri insieme colle anime dei loro dannati. E questo fu il prelibato bocconcino cosi avidamente afferrato e cosi sgraziatamente imitato dai nostri Vescovi avidi d’inquisizione e dai loro aiutanti minoriti, i Cappellani.
Ora, che voi non abbiate alcuna simpatia per costoro, ai quali indubbiamente si deve quest’ordine della censura; e che non vi fosse neppur l’ombra d’una cattiva intenzione in voi quando, spinti dall’altrui insistenza, approvaste quel decreto, - cio sara prontamente ammesso da chiunque conosca l’integrita delle vostre azioni ed il vostro rispetto per la verita.
Ma alcuni forse diranno: che importa che gli inventori fossero cattivi, se la cosa in se stessa e buona? Potrebbe anch’esser cosi. Ma se, al contrario, noi possiamo dimostrare che essa non e buona, e non e il frutto d’una profonda meditazione, ma una trovata ovvia e facile a presentarsi alla mente di chiunque; e se e vero che i migliori e piu saggi governi, in tutte le eta e in tutte le circostanze, nonostante la facilita con cui avrebbero potuta adottarla, se ne astenessero, invece, - e che viceversa i peggiori corruttori ed oppressori dell’umanita furono i primi ad avvalersene, ed a non altro scopo che per ostacolare e ritardare l’avvicinarsi della Riforma, - allora anche quell’argomento riesce vano; e ben si potra credere, come credo io, che ci vorra un’alchimia piu efficace di quella di Lullo stesso per sublimare alcuna utilita da siffatta invenzione.
Purtuttavia, tutto quello che voglio aggiungere per il momento, finche non possa intraprendere una piu minuta analisi della censura, e che essa puo esser giudicata, anzi dev’esserlo, come un frutto pericoloso, a motivo dell’albero che lo ha prodotto. Per ora diro soltanto, secondo quanto mi sono proposto piu su, qual e il giudizio da darsi in generale sui libri, di qualunque sorta essi siano, e se essi faccian piu bene o piu male.
Non insistero sugli esempi di Mose, di Daniele e di Paolo, i quali avevan grande familiarita, rispettivamente, colle letterature egiziana, caldea, e greca; familiarita che non potean probabilmente ottenere senza leggere ogni sorta di libri: Paolo, in ispecie, che non giudico una contaminazione l’introdurre nella Santa Scrittura le citazioni di tre poeti greci, di cui uno era un poeta tragico. Ciononostante, la questione della legittimita e utilita di leggere le opere dei Gentili fu discussa talvolta fra i dottori della Chiesa primitiva; ma nella controversia il vantaggio l’ebbero, e grande, quelli che eran per l’affermativa, come si vide chiaramente quando Giuliano l’Apostata, il piu scaltro nemico della nostra fede, emise un decreto con cui proibiva ai Cristiani lo studio della letteratura pagana, - perche, diceva lui, essi ci feriscono con le nostre proprie armi, e ci vincon colle nostre proprie arti e scienze. Ed infatti, i Cristiani videro le loro risorse ridotte a tali estremi, in seguito a questa astuta politica, e in tal pericolo di cadere nella piu crassa ignoranza, che i due Apollinari formarono il progetto di coniare, per cosi dire, tutt’e sette le arti liberali colla materia loro offerta dalla Bibbia, riducendo quest’ultima in varie forme, - in orazioni, poesie e dialoghi,- e riuscendo perfino a ricavarne una grammatica cristiana. Ma, come osservava Socrate lo Storico, la Provvidenza Divina provvide anche meglio che non facesse l’industria d’Apollinare e di suo figlio, annientando quella rozza legge insieme colla vita di colui che l’aveva concepita. Tanto dannoso sembro allora l’esser privati degli studi greci! E si ritenne che quel decreto di Giuliano minasse e insidiasse la Chiesa piu che non facesse l’aperta crudelta di Decio e di Diocleziano. E forse fu per un simile accorgimento politico che il diavolo frusto San Gerolamo- come questi si sogno una volta in Quaresima- perche il Santo aveva letto Cicerone; a meno che non si tratti d’una visione generata dalla febbre che lo aveva assalito. Perche, se fosse stato davvero un angelo a batterlo, e se il motivo della punizione fosse stata la lettura di Cicerone, e non la vanita mostrata dal Santo nell’insistere un po’ troppo nel ciceronianismo, sarebbe stato ingiusto castigarlo per quel grave scrittore, e non per lo scurrile Plauto, che il Santo confessa d’aver letto non molto tempo prima; e ingiusto anche castigar lui soltanto, e lasciare che tanti altri antichi Padri invecchiassero in quegli adorni e piacevoli studi senza che li colpisse la sferza d’un simile spettro ammonitore. Basilio, per esempio, c’insegna come si puo trarre del profitto dalla lettura del Margite, un poema eroicomico di Omero, ch’e andato perduto; e se questo e vero del Margite, perche non puo dirsi lo stesso del Morgante, un poema italiano d’un tipo non molto diverso? Ma dato che si debba decidere la questione alla stregua delle visioni, ce n’e una, ricordata da Eusebio, ben piu antica di quella che Gerolamo racconto alla monaca Eustochio, e meno sospetta, perche in essa la febbre non c’entra. Verso il 240 d.C. Dionisio d’Alessandria godeva grande fama nella Chiesa per la sua devozione e la sua dottrina, e soleva trarre gran profitto, nelle sue controversie contro gli eretici, dalla familiarita che aveva coi loro libri; finche un certo prete venne a turbargli la coscienza con alcuni suoi scrupoli, domandandogli come osasse avventurarsi tra quelle opere contaminate. Il degno uomo, cui ripugnava il pensiero di dare un cattivo esempio, comincio a discutere tra se e se la questione; quando ad un tratto (come egli afferma nella sua propria epistola) Iddio gli mando una visione, ed una voce lo rassicuro cosi: “ Leggi qualunque libro ti venga per le mani, perche tu sei in grado, e di giudicare con giustizia, e di esaminare ogni cosa”. A questa rivelazione egli tanto piu volentieri acconsenti in quanto che, come lui stesso confessa, s’accordava col consiglio dell’Apostolo ai Tessalonicesi: “ Provate ogni cosa, ritenete il bene”. E avrebbe potuto aggiungere un altro notevole detto dello stesso autore: “ Ben e ogni cosa pura a’puri” ogni cosa, dice Paolo, e non solamente cibi e bevande, ma ogni specie di conoscenza, sia del bene, sia del male. La conoscenza non puo contaminare, ( e neanche i libri, conseguentemente) se non sono contaminate la volonta e la coscienza. Giacche i libri sono come la carne e gli alimenti, alcuni buoni, altri cattivi; eppure Dio, in quella non apocrifa visione avuta da san Pietro, non fece alcuna distinzione, e disse soltanto: “Levati, Pietro, ammazza e mangia”; lasciando cosi la scelta alla discrezione di ciascuno. Per uno stomaco guasto non corre quasi differenza tra cibi sani e malsani; e parimenti i migliori libri, da uno spirito abbietto, possono esser rivolti a fini perversi. Gli alimenti, se cattivi, posson fornire ben poco nutrimento, anche dove la digestione e eccellente; ma essi differiscono in questo dai libri cattivi, i quali, invece, posson riuscire utili in vari modi ad un lettore cauto e giudizioso, perche lo mettono in grado di scoprire, o confutare, prevenire ed illustrare gli errori. Ed a riprova di questo, quale esempio posso io addurvi migliore di quello offertoci dal signor Selden, che in questo momento siede in mezzo a voi in Parlamento, e che e, fra tutti i dotti del nostro paese, il piu reputato?
Il suo gran lavoro sul diritto naturale e sul diritto delle genti prova, non solo attraverso il gran numero di giudizi autorevolissimi da lui raccolti, ma con finissime ragioni e con dimostrazioni di quasi matematica evidenza, che tutte le opinioni, anzi gli errori stessi, quando vengon letti, conosciuti, paragonati, sono di grande ausilio in una rapida conquista del vero. Io opino percio che quando Iddio permise all’uomo di mangiare ogni sorta di cibo (salve sempre le regole della temperanza), Egli parimenti lascio al nostro arbitrio la dieta della spirito; essendo questa una cosa in cui ogni uomo di maturo giudizio puo esercitare il proprio discernimento.
Che gran virtu e la temperanza, e quale grande importanza ha essa in tutta la vita umana! Eppure Iddio non ha prescritto nessuna legge o regola speciale a suo riguardo, affidando l’uso di questa si grande facolta interamente alla discrezione di ciascun uomo maturo. Onde, quando Egli stesso nutri gli Ebrei dal Cielo, li forni di manna in cosi grande abbondanza che si stima che l’Omer, cioe la porzione quotidiano di ciascun individuo, fosse tanto grande che poteva bastare per piu di tre giorni anche ad uno dotato del piu vigoroso appetito. Giacche in tutte quelle azioni, che, anziche uscirne, entran nell’uomo, e non posson quindi contaminarlo, - Iddio non ha voluto sottoporci a norme definite e tenerci in una perpetua minorita, ma ci ha invece affidato il dono della ragione, affinche potessimo scegliere da per noi stessi. Ci sarebbe poco bisogno, infatti, delle prediche, se le leggi e la coercizione dovessero pesare anche su quelle cose che finora furon governate dalla esortazione soltanto. Salomone ci dice che “molto studiare e fatica alla carne”; ma ne lui, ne alcun altro ispirato scrittore, ci dice che tale o tal altra lettura sia illecita; eppure, se Dio avesse creduto utile imporci delle restrizioni, sarebbe stato certamente meglio se ci avessero detto quello che era illecito, anziche quello che era faticoso a leggersi.
In quanto poi al bruciamento di quei libri efesini, operato dai neofiti di san Paolo, se qualcuno me l’adducesse a mo’ di obbiezione, risponderei che quelli eran libri di magia, come vien detto espressamente nella versione siriaca. Fu un atto volontario e privato, e ci lascia liberi di imitarlo o no. I neofiti in uno slancio di pentimento bruciarono i loro propri libri; ma un fatto simile non giustifica l’elezione d’un magistrato. Quegli uomini esercitavano la magia contenuta in quei libri; altri, forse, avrebbero potuto leggerli e derivarne un qualche vantaggio.
Il bene e il male, noi lo sappiamo, crescono insieme inseparabilmente in questo gran campo, ch’e il Mondo; e la conoscenza del bene e cosi commista e intrecciata a quella del male, e per molte altre somiglianze cosi difficilmente distinguibile da essa, che al paragone non dovevan sembrare piu confusi quei semi che, mischiati insieme, Psiche doveva, come suo incessante lavoro, scegliere e separare. Fu da un solo pomo mangiato dai nostri primi parenti che la conoscenza del bene e del male, avviticchiati insieme come due gemelli, irruppe nel mondo. E forse la punizione che colpi Adamo, di conoscere il bene ed il male, in questo appunto consiste: nel conoscere il bene, cioe, per mezzo del male.
Poiche questo, dunque, e lo stato attuale dell’uomo, che saggezza ci puo essere nel sapere scegliere, e che merito nel sapere contenersi, senza la conoscenza del male? Colui che sa afferrare il Vizio, e sa considerarlo in tutte le sue lusinghe e le sue fallaci delizie, eppure sa astenersene, sa distinguere, sa preferire cio che e veramente migliore,- quegli e il vero agguerrito Cristiano. Io non so lodare una virtu pavida e romita, non operosa e non cimentata, che mai si slancia fuori ad affrontare il nemico, ma che a mezza corsa svigna dall’arringo- da quell’arringo, ove la incorruttibile corona non si puo vincere senza polvere e sudore. Sicuramente noi non portiamo l’innocenza nel mondo, - vi portiamo l’impurita, piuttosto; quello che ci purifica e la prova, e la prova consiste nel volere il contrario di quel che ci piace. Quella virtu, dunque, che e tuttora novizia nella contemplazione del male, e che ignora le piu grandi promesse con cui il vizio alletta i suoi seguaci, e che percio le respinge, non e che una vacua virtu, non quella vera; e il suo biancore non e che un biancore di epidermide. Ed e per questa ragione che il nostro profondo e saggio poeta Spenser ( ch’io oso chiamar piu grande maestro di Scoto e dell’Aquinate), quando descrive la vera temperanza, fa passare sir Guyon (che personifica appunto questa virtu) insieme col pellegrino, per la caverna di Mammone e per il giardino delle felicita terrestri, affinche egli possa vedere e conoscere – eppure astenersi dal male. Poiche, dunque, la conoscenza e l’osservazione del vizio sono in questo mondo cosi necessarie per la formazione dell’umana virtu, e l’indagine dell’errore indispensabile per la conferma della verita, in qual altro modo possiamo, senza pericolo, esplorare le ragioni del peccato e della menzogna, se non leggendo ed ascoltando ogni sorta di libri e di ragioni?
Tale e, dunque, il profitto che possiamo derivare dalle lettura promiscua dei libri.
Passando ora ai danni che posson risultare da essi, tre specie di pericoli vengono generalmente indicati.
Primo: si ha paura del contagio del vizio, che si po’ comunicare coi libri cattivi. Ma per evitare questo dovremo rimuovere dal mondo tutta l’umana scienza e tutte le controversie religiose. Anzi la Bibbia stessa! Poiche la Bibbia spesso riferisce la bestemmia senza veli, e descrive la peccaminosa sensualita non senza una qualche eleganza; ed alcuni dei suoi piu santi personaggi, li fa brontolare e fremere contro la Provvidenza divina, e adoperare ragioni che si direbbero proferite da Epicuro; - mentre che per le alte e vitali questioni risponde dubitosa ed oscura alle domande del comune lettore, e mostra tanto poco pudore in certe sue parti che i Talmudisti le han sostituite con eufemiche versioni marginali, si che neanche Mose e tutt’i Profeti messi insieme saprebbero persuaderli a leggere le parole testuali. Per tutte queste ragioni la Bibbia stessa, come ben sappiamo, e stata posta dai papisti in cima alla lista dei libri proibiti.
E poi, dopo la Bibbia, verrebbe la volta dei piu antichi Padri della Chiesa, che anche dovrebbero essere interdetti: come Clemente d’Alessandria; e quel libro d’Eusebio sulla preparazione evangelica, in cui egli ha difeso la verita del Vangelo servendosi d’un cumulo di aberrazioni pagane. Chi non vede che son piu le eresie esposte da Ireneo, Epifanio e Gerolamo, che quelle che essi riescono a confutare? E che spesse volte essi prendono per eresia quella che in realta e l’opinione corretta? Ne giova il dire che questi, e tutti gli scrittori pagani piu contagiosi, (dato che si debbano giudicare cosi, nonostante che ad essi sia legata la vita stessa degli studi umani) scrissero libri in una lingua sconosciuta, se poi questa lingua puo esser nota anche ai peggiori fra gli uomini - a uomini che sono ad un tempo abilissimi e solleciti nell’instillare il veleno, da loro stessi assorbito, negli animi altrui, - e anzitutto in quelli dei principi e dei cortigiani, ai quali fan conoscere i piu squisiti piaceri e tutte le raffinatezze del vizio.
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