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La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

Conoscere e discutere il passato per capire meglio il presente
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La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

Messaggioda Frescobaldi » 7 giu 2011, 22:01

di Giampiero Mughini

Immagine
Una delle foto rese pubbliche a 30 anni dall'omicidio del vicebrigadiere Antonino Custra



Lo sapete tutti che non c'è niente di meglio di una foto a raccontare un'intera epoca, a riassumerla. E anche se per quelli di voi che hanno meno di quarant'anni la foto di cui sto per dire, una foto scattata a Milano a via De Amicis il 14 maggio 1977, non ha avuto l'effetto devastante che ebbe per noi ventenni o trentenni degli anni Settanta. Perché la foto di quel ragazzo che ha il volto coperto di un passamontagna e che piega le ginocchia mentre impugna con tutt'e due le mani una pistola e sta per sparare ad altezza d'uomo, fu per noi come l'esplosione di una bomba. La bomba che mandava a pezzi quel che c'era stato di euforico e vitale negli anni Sessanta, la bomba che uccideva quanto c'era stato di innocente nella nostra giovinezza e nel nostro essere stati "di sinistra".

Quel ragazzo armato di pistola era difatti uno così nettamente di sinistra, un militante dell'Autonomia operaia degli anni Settanta, gente che voleva menare le mani contro uomini e cose. Gente che nei loro cortei gridava che non era più il tempo delle parole e bensì delle armi da impugnare e usare. Erano loro che agitavano la mano destra con il gesto delle tre dita che rievocava la P38, di cu probabilmente non sapevano (idioti com'erano) che era la pistola usata dagli ufficiali nazi nella Seconda guerra mondiale.

Il ragazzo della foto si chiamava Giuseppe Memeo, aveva 21 anni. Lui e i suoi compagni erano tutti armati quel giorno, e fra loro c'era Marco Barbone, uno dei futuri assassini di Walter Tobagi. Quando videro i poliziotti che sbarravano loro la strada, a quattrocento metri di distanza, l'uno dopo l'altro cominciarono a sparare. La sequenza fotografica pubblicata in un libro appena uscito ("Storia di una foto", a cura di Sergio Bianchi, Derive e Approdi editore) è impressionante. Quel gruppo di ragazzi che corre, prende la mira, poi si ritirano. Una loro pallottola colpì a morte il vicebrigadiere Antonio Custra, che aveva 25 anni e che non ebbe il tempo di vedere nascere sua figlia Antonia. Uno a uno i partecipanti a quell'azione criminale li presero, li processarono, li condannarono.

Per un lungo tempo i magistrati rimasero convinti che era stato Memeo a uccidere Custra (poco dopo il maggio 1977, Memeo sarebbe stato a fianco di Cesare Battisti nell'uccidere il gioiellerie Torreggiani). E invece non era andata così. Il colpo mortale contro Custra era stato sparato da un altro della gang di via De Amicis, Mario Ferrandi detto "coniglio" perché aveva i denti leggermente sporgenti. Il caso vuole che il magistrato milanese che lo appurò nel 1987, Guido Salvini, fosse stato a suo tempo compagno di scuola e amico di Ferrandi (così come di Enrico Mentana, tutti e tre studenti al liceo Cattaneo).

Nei dieci anni che separano il 1977 dal 1987 Ferrandi era divenuto un terrorista di Prima linea, era stato arrestato, s'era pentito. Quando il suo ex compagno di liceo lo accusò di essere stato lui a uccidere Custra, Ferrandi collaborò lealmente con il magistrato. Più di recente Ferrandi ha accettato di incontrare Antonia, la figlia che non aveva mai conosciuto il padre. Storie degli anni Settanta, gli anni del furore più cieco e delle vittime innocenti. Anni senza ragione e senza ragioni.

A dimostrazione che i Settanta non sono mai finiti, ecco però un'ennesima tragedia. Il figlio ventiquattrenne di Mario Ferrandi è stato arrestato alcuni mesi fa perché trovato in possesso di armi ed esplosivi di cui si sarebbero serviti gruppi terroristi attivi nell'Italia di questi ultimissimi anni. Terroristi che sono la caricatura quanto di più grottesca dei loro "padri" dei Settanta.

La tragedia del Ferrandi del 1977 non ha insegnato nulla al figlio. Anzi. Lui è uno che la foto di cui ho detto probabilmente l'ha guardata e riguardata con invidia, con spirito di emulazione. Avrebbe voluto farlo lui, esserci lui nel maggio 1977 a via De Amicis, la via milanese dove abitava Guido Crepax e dove il grande disegnatore aveva fatto abitare la sua eroina, la magnifica Valentina dalle lunghe gambe. Quando i Sessanta erano stati bellissimi. Prima del furore, delle P38, delle pallottole tirate a casaccio. Voi che avete meno di quarant'anni, non dimenticatele queste storie e i nomi dei loro protagonisti.



http://notizie.tiscali.it/articoli/coll ... o-123.html
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Re: La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

Messaggioda occidentale » 15 giu 2011, 6:49

Ad essere precisi la P38 nasceva come arma d'ordinanza per le SS, che volevano qualcosa di piu' semplice e meno difficile da costruire e da gestire della Luger P08.
Pensa te come e' strana la vita. :)
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Re: La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

Messaggioda Malandrina » 15 giu 2011, 7:16

Sempre Giuseppe Memeo, nello scatto più famoso:

Immagine

Sto leggendo proprio in questi giorni il libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, e casualmente ha appena raccontato dell'incontro con la figlia di Custra e della ricostruzione dell'omicidio del padre di questa ragazza, oltre ovviamente a quella del commissario Calabresi. Molto interessante, istruttivo e angosciante.
Ero troppo piccola all'epoca per rendermi conto appieno di quello che stava succedendo.

Per la cronaca: nel libro di Calabresi si dice che Memeo nella foto avesse 18 anni, mentre 21 ne aveva Ferrandi, riconosciuto come l'omicida di Custra.
Non mi chiedermi di coniugarti i verbi, non li so. Se li avrei saputi mo' te l'imparavo.

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Re: La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

Messaggioda 232425 » 15 giu 2011, 8:17

questa foto ha pesato e pesa come un macigno su chi - in quegli anni - si batteva per il cambiamento

queste persone erano andate oltre, avevano oltrepassato ogni limite ed avevano completamente travisato il senso del "movimento" ....facendo un danno enorme ed allontanando la maggior parte di chi inizialmente si era unito a loro
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Re: La foto che racconta l'orrore degli anni di piombo

Messaggioda assurbanipal » 14 ago 2011, 8:46

Per assaporare il clima:
http://www.rodoni.ch/busoni/pasolini/pppasolini.html
PIER PAOLO PASOLINI

FRAMMENTO INEDITO

L'OPERA OMNIA

MERIDIANI - MONDADORI

FERRUCCIO BUSONI HOMEPAGE

In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza né fisica né morale. Non perché io sia fanaticamente per la non-violenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anch'essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza né fisica né morale semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura cioè alla mia cultura.
C'è una sola eccezione. E voglio ricordarla. Si tratta di una decina d'anni fa. Ero stato invitato a un dibattito alla «Casa dello studente» di Roma. Per strada - era verso sera - un gruppo di fascisti mi ha aggredito. Mi hanno gettato addosso un barattolo di biacca, e hanno cominciato a menare le mani e a insultare. C'erano con me dei giovani compagni; ed è stata soprattutto la violenza usata contro di loro che mi ha esasperato. Abbiamo risposto con altrettanta violenza, ed essi hanno battuto in ritirata. Io ho cominciato a inseguire il più scalmanato. La nostra corsa è durata per più di un chiometro attraverso il quartiere di San Lorenzo. Quando stavo per raggiungerlo, egli è salito su un tram, dove, malgrado i calci che egli mi sferrava dal predellino, son riuscito a salire anch'io. Allora egli è tornato a fuggire ed è saltato dal tram in corsa dall'uscita anteriore. Cosa che ho fatto anch'io. È ripresa la corsa forsennata attraverso San Lorenzo, finché egli è scomparso dentro un garage, dove non l'ho più trovato, visto che si era dileguato, a quanto pare, per una porticina del retro. A quel punto però, probabilmente, anche se lo avessi acciuffato, non avrei fatto più niente. La rabbia cieca mi era ormai passata. Ed era stata la prima e l'unica volta nella mia vita che, a tale rabbia cieca, avevo ceduto. Ma l'indignazione suscitata in me da quel miserabile fascista di dieci anni fa non è nulla in confronto all'indignazione che ha suscitato in me in questi giorni, un articolo di un sedicente antifascista: cioè il vicedirettore della «Stampa», Casalegno.
In un suo articolo, scritto ricorrendo a tutti i peggiori luoghi comuni «giornalistici» che sarebbero stati vecchi anche per l'ironia di Dostoevskij nel 1869 - egli polemizza contro me, Moravia, Parise e Pannella per un nostro dibattito sul film Fascista di Nico Naldini (c'era alla tavoli rotonda organizzata da «Panorama» anche Riccardo Lombardi: ma Lombardi è un politico, non è uno scrittore. Quindi Casalegno non lo tocca).
L'articolo di Casalegno è uscito sulla «Stampa» del 22 ottobre 1974. Quindi in questo momento è già vecchio. Se ci torno sopra è perché l'argomento non mi sembra esaurito.
L'attacco di Casalegno contro di me si basa su due punti:

A) Gli intellettuali sono dei «traditori» perché giocano «con le idee e i fatti per faziosità, snobismo, ricerca del successo, paura di lasciarsi distanziare dall'ultima moda».

B) Io avrei «nostalgia di un passato anche tinto di nero», e Almirante, a quella tavola rotonda, «non avrebbe saputo dir meglio di me».

Poiché il primo comma riguarda gli intellettuali in generale, mentre il secondo riguarda la mia persona, ed è quindi, almeno apparentemente, meno importante, comincerò da quest'ultimo, ma non vi dedicherò che poche righe.

Casalegno è giunto alle sue conclusioni estreme - che mi danno praticamente del parafascista - senza avere evidentemente letto nulla di quanto io ho scritto di «scandaloso» in proposito. È chiaro che egli si è attenuto alla semplificazione che dei vili e pericolosi imbecilli - tra cui, evidentemente, dei suoi amici - ne hanno fatto. Questa equivoca semplificazione - che ha, nei miei riguardi, non c'è dubbio, una matrice razzistica - aveva avuto all'inizio qualche diffusione: ma naturalmente, non poteva che restar soffocata sul nascere; e non poteva che stabilizzarsi negli ambienti e nelle teste peggiori.
Tutto ciò che io ho detto «scandalosamente» sul vecchio e nuovo fascismo è infatti quanto di più realmente antifascista si potesse dire. Questo ormai è divenuto chiaro a tutti. Ammettiamo tuttavia che qualcuno, per odio inveterato, per interesse politico o semplicemente per stupidità, continui a restare nell'equivoco. Ebbene mi chiedo se costui non dovrebbe pensarci due volte prima di gettare sulla mia persona il sospetto atroce di un sia pur stinto fascismo: se gettare oggi un simile sospetto su qualcuno significa coinvolgerlo non dico nell'atmosfera ridicola dei golpes, ma in quella delle bombe e delle stragi.
Soltanto un provocatore, una spia, un infame o un isterico può osare di gettare oggi il sospetto, anche il minimo sospetto, di «nostalgia per un passato tinto di nero» su qualcuno. Spero veramente, per lui, che Casalegno mi abbia additato al «linciaggio» per pura incoscienza; che non si sia reso conto di quello che ha fatto. Che in lui sia scattato solo il puro automatismo di un mestiere sia pur servile.
Riprenderò il discorso su questo secondo «punto» più avanti, per assumerlo a un livello più generale. È passo al primo.
Qui le osservazioni da fare sono due: a) Casalegno, per avere una così bassa opinione delle ragioni psicologiche che spingono gli intellettuali a interessarsi di problemi politici, non può conoscere le opere di quegli intellettuali; e non le può conoscere perché non le vuole conoscere; e non le vuole conoscere perché è un borghese che odia gli intellettuali. Basterebbe che egli leggesse - finalmente con un certo «amore» culturale - due pagine mie, o di Moravia, o di Parise - per avere almeno qualche esitazione sul proprio aprioristico disprezzo. b) (e di conseguenza): la «faziosità», lo «snobismo», la smaniosa «ricerca del successo» che Casalegno attribuisce a noi intellettuali, sono, tecnicamente, delle pure e semplici illazioni.
È facile screditare in limine e distruggere qualcuno attraverso delle illazioni (tanto più che l'uditorio è estremamente propenso, sempre, a trovarsi d'accordo a proposito del culturame). Su Casalegno io potrei per esempio ritorcere molto facilmente la «tecnica delle illazioni». Potrei molto logicamente cominciare col chiedermi: cosa ci sta a fare Casalegno alla «Stampa», il cui direttore è una persona rispettabile nel senso vero della parola, e a cui collaborano tanti miei amici, tra i più cari, da Soldati alla Ginzburg, da Siciliano a Pestelli? Cosa ci sta a fare Casalegno alla «Stampa» che, ormai da più di vent'anni, si è pronunciata sempre così favorevolmente sulle mie opere, che sono poi l'unica cosa che conta per stabilire le reali ragioni che spingono un autore ad intervenire anche fuori dal suo campo specifico? E a queste domande potrei rispondermi appunto con un'illazione: Casalegno sta lì alla «Stampa» a garantirne l'apertura a destra di fronte alla peggiore borghesia piemontese, e, praticamente, a fare il «guardiano» non dei finanziatori, ma dei «dipendenti dei finanziatori». Certamente questa illazione è ingiusta, come tutte le illazioni. Eppure non del tutto illogica, come non è illogico che in un intellettuale ci possa essere una certa dose di snobismo e di amore per il successo: sottoprodotti dell'ambizione, che però non hanno alcun potere di modificare quanto egli dice.
L'uomo d'ordine Casalegno (e qui giungo alle considerazioni generali) è stato travolto da due sindromi che sono quanto di peggio travolga oggi la borghesia italiana. La prima è l'odio per la cultura, che trascina a gridare ad ogni momento al «tradimento dei chierici»: cosa che fa, eternamente, dei rappresentanti del «culturame» degli «umori» additati al linciaggio. Infatti loro è la colpa delle spaventose condizioni economiche dell'Italia, loro è la colpa della minacciosa recessione in un mondo povero in cui i valori che risarcivano la povertà sono crollati, loro è la colpa della degradazione urbana e paesaggistica, loro è la colpa del mancato «sviluppo» trasformato in un disastro ecologico, loro è la colpa della politica clientelare e, al limite, della criminalità della Dc. Eh sì, perché la colpa non è certamente degli uomini di potere, queffi che Casalegno con tanto zelo difende.
L'altra sindrome, infamante, cui Casalegno non è stato capace di opporre alcuna dignitosa difesa, è la mania che ha preso gli italiani di darsi continuamente dei fascisti tra di loro. Probabilmente questa è una grande verità. Ma, nella fattispecie, caso per caso, tale accusa è criminale. Come ho detto, essa stabilisce automaticamente delle corresponsabilità in atti criminali e addirittura in stragi.
Ecco le ragioni della mia indignazione verso Casalegno, che, per la seconda volta in vita mia, mi ha fatto balenare una qualche idea di violenza.
Naturalmente non c'è da meravigliarsi che il «Popolo» sia intervenuto in difesa di Casalegno contro un rappresentante del «culturame», dando a costui, altrettanto naturalmente, del fascista. Ma - a proposito di necessaria violenza, e proprio evangelica - i finanziatori e i collaboratori del «Popolo» stiano attenti: è precisamente nel Mercato del Tempio, che essi vendono le loro merci e le loro parole.
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