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Lucio Magri, una vita di passioni e argomenti per il Comunismo

Conoscere e discutere il passato per capire meglio il presente
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Lucio Magri, una vita di passioni e argomenti per il Comunismo

Lucio Magri, una vita di passioni e argomenti per il Comunismo

Messaggioda Florian » 7 feb 2012, 21:28

Lucio Magri
Una vita di passioni e argomenti per il Comunismo



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Questi ultimi cinque anni, chiusa la rivista del manifesto, Lucio Magri li ha spesi perlopiù a pensare e scrivere un libro (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, il Saggiatore, 454 pp., € 21) che giunge in questi giorni in libreria. Anzi, è probabile che a questo libro Magri abbia cominciato a pensare molto prima, già nei giorni della «svolta» di Occhetto che condusse alla liquidazione del Pci.

Di che si tratta? In prima battuta, della storia del comunismo (idee e pratica politica) in Italia e nel mondo (con particolare attenzione al Pci e all’Unione sovietica) nella seconda metà del Novecento (non senza tuttavia affrontare le pagine più cupe del terrore staliniano). È una vicenda che lo spirito del tempo e la storiografia dei vincitori (con l’attiva complicità di tanta parte della sinistra post-comunista) rappresentano come un gigantesco fallimento. E che invece Magri ricostruisce – lui dice: «restaura» – con ammirevole pazienza e autonomia di giudizio, nel suo complicato chiaroscuro. Errori («omissioni, reticenze, bugie»), ma anche successi nella difesa dei diritti del lavoro. Colpe gravi, ma anche grandi meriti nella costruzione della democrazia. È curioso, ed è anche questo un segno ironico dei tempi: ci voleva uno che dal Pci venne addirittura radiato (sorte toccata non a molti) per avere un racconto serio di questa storia, scevro dalle miserie e dalle banalità che ci sommergono.

Non è solo questione di intenzioni. Leggendo si resta impressionati dalla mole di conoscenze, dall’ampiezza del quadro (la ricostruzione tiene insieme, gramscianamente, teatro nazionale e contesto mondiale), dalla precisione del dettaglio. Il fatto è che Magri ha lavorato con la tenacia e la modestia dello storico di razza. Ha consultato archivi, riletto documenti e diari, digerito biblioteche. Soprattutto – poiché doveva fare i conti anche con se stesso – ha riflettuto, ripensato, riconsiderato anche autocriticamente giudizi e scelte. Ne è venuto fuori un vero libro di storia (al quale il sottotitolo non rende piena giustizia). Ricco di fatti, documentatissimo, puntuale nella confutazione di errori recepiti. Sorretto da un pensiero forte (per cui il racconto scorre fluido senza strettoie), ma aperto alla complessità dei contesti: attento alla molteplicità delle piste e delle concrete possibilità. Qui veniamo all’altra caratteristica di questo libro, per tanti versi straordinario.

Magri parla ripetutamente di storia «controfattuale». È convinto che fare storia non significhi soltanto ricostruire i fatti accaduti, ma anche immaginarne altri concretamente possibili, indicare gli snodi che – in passaggi e su terreni cruciali – schiudevano strade poi rimaste deserte, percorsi disponibili ma scartati. Che le cose siano andate come sono andate non implica che non vi fossero alternative, cogliere le quali serve a comprendere a fondo gli eventi. Può sembrare un sofisma, è l’unico antidoto al fatalismo.

Passaggi e terreni cruciali: quali? Chi leggerà, vedrà. Qui possiamo – per spiegarci – evocarne qualcuno: dal bivio che si profilò dinanzi a Stalin quando, morto Roosevelt, Truman riaprì la guerra fredda (l’Urss rispose dando vita al Cominform, nella logica dei blocchi; avrebbe potuto invece investire sulla competizione pacifica e sull’iniziativa politica e sociale, ponendo le premesse per l’autoriforma del sistema), alla Perestrojka gorbacëviana, dipanatasi tra progetti ambiziosi ed errori marchiani, cui contribuì anche la miopia politica dell’Europa; dalle scelte di Togliatti al tempo dell’unità nazionale (Magri indica con cura limiti e possibilità trascurate dalle politiche economiche e istituzionali), alla grande questione del partito (potenza dell’organizzazione ma rigidità dei gruppi dirigenti; coraggio nella ricerca teorica, ma distanza dai luoghi di lavoro e perdita di radicamento).

Ma il cuore del racconto, va da sé, riguarda l’agonia e la fine del Pci. Magri non pensa che tutto fosse già pregiudicato dieci, quindici anni prima. Gli ultimi anni Ottanta gli sembrano una «linea di demarcazione». I primi di quel decennio – gli anni dell’«altro Berlinguer» che, prendendo distanza dal compromesso storico, va ai cancelli di Mirafiori a sostenere la lotta operaia contro i licenziamenti di massa decisi dalla Fiat, apre lo scontro sulla scala mobile e sui missili di Comiso, e mette con forza all’ordine del giorno la «questione morale» in tutta la sua portata politica, di crisi regressiva della democrazia – gli appaiono una formidabile occasione. Bruciata dalla sfortuna della sua morte prematura e dall’opposizione di chi volle chiudere quella parentesi e rinverdire la linea del compromesso storico. Non tutto, ma molto era dunque ancora possibile. Ne segue che le scelte di Occhetto, di quanti lo sostennero e di chi rinunciò a contrastarlo (Magri dice di sé di avere allora peccato di viltà) furono in diversa misura decisive. Niente affatto obbligate. Al contrario, largamente responsabili della drammatica deriva degli anni di poi.

Del fatto che scelte diverse erano concretamente possibili Magri offre, del resto, una prova inconfutabile. Un suo scritto dell’87, destinato ad essere la base del «fronte del no» al 18° Congresso del Pci (e ripreso nell’appendice conclusiva del libro), mostra con nettezza come fosse allora possibile uno sviluppo nel segno del rinnovamento e della coerenza. Si poteva reagire alla ristrutturazione neoliberista, che la maggioranza del partito ignorava e subiva. E si poteva riformare il partito comunista, mantenendone (recuperandone appieno) il connotato di classe, l’orientamento anticapitalistico, il radicamento nel conflitto di lavoro e la capacità di collegarlo alle lotte per l’ambiente, la pace e la democrazia.

Sappiamo, invece, com’è andata. Magri si ferma al ’91, ma che cosa pensi del dopo è chiaro e lo dice, del resto, espressamente. Ricostruire questa storia, ripensarla daccapo, non è archeologia: serve a ritrovare se stessi per ricominciare, a tenere vivi «passioni e argomenti» per affrontare i problemi nuovi e quelli antichi che si ripresentano. «Rifondazione» proprio questo significa: ed è una parola che Magri pronuncia già in quel drammatico 1987.

Alberto Burgio - Liberazione


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Re: Lucio Magri, una vita di passioni e argomenti per il Comunismo

Messaggioda Florian » 7 feb 2012, 21:43

Il ritratto Nel 1984 rientrò nel partito comunista per una scommessa politica sull' ultimo Enrico Berlinguer

Il ribelle del «manifesto» che seppe raccontare la sinistra

Gli esordi nella Dc, poi il Pci e la contestazione del ' 68 Con Togliatti Il quadro Scrisse il documento per un congresso. Il «Migliore» prima di cestinarlo gli disse che gli ricordava Trotsky Alla federazione comunista, negli anni 60, aveva provocatoriamente un ritratto di Stalin sulla scrivania

di Paolo Franchi


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Chi negli ultimi mesi ha avuto modo di incontrare Lucio Magri, (dunque non solo le sue compagne e i suoi compagni più cari, che lo sapevano) in qualche modo poteva presagire che sarebbe finita, anzi, che l' avrebbe fatta finita così: andandosene di sua volontà. In quella specie di vivente museo degli orrori che è diventato il nostro dibattito pubblico, non manca qualche polemica indecente: da un lato i sostenitori del «lucido gesto di coraggio», dall' altro (peggio) i teorici del suicidio assistito come estremo atto di viltà o esercizio di un diritto che Dio non ci ha dato, in mezzo ma non troppo Rocco Buttiglione che manifesta, ci mancherebbe, la sua pietà, ma avverte pure che vita, famiglia e morte sono affari di pertinenza dello Stato. Meglio tenersene rigorosamente alla larga. Di certo c' è che Magri, dopo la morte dell' amatissima Mara, era un uomo come spezzato, depresso: non faceva mistero di aver faticosamente finito di scrivere per il Saggiatore il suo «Sarto di Ulm» soprattutto per rispettare il desiderio di lei. Sul resto, la regola d' oro è, o dovrebbe essere, quella del silenzio: nessuno, né la persona più vicina né tanto meno un magistrato o un poliziotto, può arrogarsi il diritto di stabilire che cosa passi nella mente e nel cuore di una persona che, dopo aver tanto vissuto, ha deciso di morire. Meglio, molto meglio dunque scrivere di Magri vivo, della sua biografia politica e intellettuale così complessa. Nasce, Lucio, democristiano, seppure di un tipo particolarissimo, e lo resta sin quasi alla fine degli anni Cinquanta, quando, dopo un percorso tormentato, approda con un nutrito gruppo di giovani (valgano per tutti i nomi di Beppe Chiarante e di Ugo Baduel) al Pci. Che accoglie Lucio e i suoi compagni a braccia (relativamente) aperte, non tanto, comunque, da dare subito loro un ruolo nazionale. E così Magri se ne torna in Lombardia, prima a guidare la federazione di Bergamo, poi nel comitato regionale. Siamo agli inizi dei Sessanta, si avvertono i primi segni del disgelo politico e culturale: anni interessanti, ma pure contraddittori. Sulla scrivania dell' ex democristiano Magri, in federazione, campeggia provocatoriamente un grande ritratto di Stalin; il suo compagno di stanza, il cremonese Renzo Bardelli, quando può lo tira giù, lui lo riappende. Ma quando Magri decide (da solo) di buttare giù lui il documento politico in vista di un congresso regionale, Palmiro Togliatti, prima di cestinarlo, trova il modo di dirgli che molte delle cose che ha scritto le sosteneva, orrore, Leone Trotsky. Anche se, quando arriva a Botteghe Oscure, lavora con Giorgio Amendola alla commissione economica, Magri è, si capisce, ingraiano. Molto ingraiano. Così ingraiano che, quando scoppia il Sessantotto, non si capacita della prudenza e dello spirito di partito di Ingrao. Vola nella Parigi della contestazione studentesca e operaia, appena tornato scrive un libro, «Considerazioni sui fatti di maggio» che ha grandi fortune soprattutto, ma non soltanto, nella sinistra comunista e dintorni: «Ho cominciato a capire e ad apprezzare la sinistra italiana leggendolo», mi disse non troppi anni fa Kastern Voigt, un apprezzato dirigente della socialdemocrazia tedesca. Ma lui, Magri, non è certo un socialdemocratico, e nemmeno un riformista. Con Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Luciana Castellina e Massimo Caprara è tra i fondatori de il manifesto , che esce per la prima volta, come mensile, nel giugno del 1969: un atto di aperta insubordinazione nei confronti dei canoni consolidati del centralismo democratico. Non è vero che il Pci, e in particolare Enrico Berlinguer, decidano immediatamente di cacciar via i reprobi. In ottobre, il comitato centrale comunista si conclude evitando rotture definitive, solo a novembre il parlamentino del Pci provvederà alle «radiazioni» del caso. Tra la prima e la seconda riunione la rivista ha pubblicato un editoriale, «Praga è sola», in cui si contesta al Pci di aver abbandonato al loro destino Alexander Dubcek e i suoi compagni. È il casus belli. Quell' editoriale lo ha scritto Magri. Poi, la storia è abbastanza nota: il manifesto che da mensile diventa, e con grande successo, quotidiano, gli anni Settanta, la contestazione da sinistra al Pci, il Pdup di cui Magri è segretario e, nel 1984, un rientro nel partito che non è un addio alle armi, ma una scommessa politica sull' ultimo Berlinguer che si rifiuta al riformismo, apre ai movimenti, insegue la Terza Via. Di tutto questo e di altro ancora Magri disse nel «Sarto di Ulm», a mio giudizio la più seria lettura «da sinistra» delle vicende del comunismo italiano, e di una possibile storia diversa sua e della stessa democrazia italiana. In questi termini, seppure non condividendola, ne scrissi sul Corriere . Mi ringraziò, ci incontrammo, discutemmo. Una bella discussione come quelle di un tempo. Sono contento, ora che Lucio non c' è più, che tra noi sia andata così, l' ultima volta.

Franchi Paolo

http://archiviostorico.corriere.it/2011 ... 0036.shtml
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Re: Lucio Magri, una vita di passioni e argomenti per il Comunismo

Messaggioda Florian » 10 feb 2012, 14:51



Lucio Magri, l'addio della politica tra cordoglio e polemiche 30 novembre 2011
Lo ricordano Corradino Mineo e Luca Telese
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