Prima di Marchionne, Monti, etc...
Il senso della lotta
di Fausto Bertinotti
Liberazione,17 Settembre 2008
Sulla Stampa di ieri, Mario Deaglio, analizzando la "crisi di sistema" del capitalismo finanziario (o del capitalismo?), arriva a una conclusione tipica del pensiero neoliberista, anche quando, come nel suo caso, esso sia espresso senza furori ideologici: e cioè che la globalizzazione rende inevitabile una riduzione generalizzata dei salari e del tenore di vita dei lavoratori. Da qui, da questa sorta di nuova "legge di natura" del nostro tempo, Deaglio trae una ulteriore, e ben più generale, conclusione: quella secondo cui la vertenza sindacale "classica" non funziona più, non produce né redistribuzione del reddito né crescita economica, e quindi "bisogna inventare qualcosa di nuovo". Qualcosa che, evidentemente, non c'entri più con le lotte dei lavoratori, l'autonomia sindacale, il conflitto di classe - anzi, il conflitto tout court. Anche questo, certo, sta diventando un luogo comune e diffuso del "dibattito" , quando si parla di nuovo modello contrattuale o della crisi Alitalia o della questione salariale: la pretesa obsolescenza, arcaicità e improduttività delle lotte del lavoro e per il lavoro, da archiviare nei "detriti" dei due secoli che ci stanno alle spalle. Quante volte abbiamo sentito, o letto, o ascoltato questa "filosofia"? Ma ieri mattina essa strideva, e radicalmente, con un evento politico-culturale a cui ho avuto la fortuna di poter partecipare: la proiezione del film di Silvano Agosti, dedicato a Bruno Trentin. "Il senso della lotta" è il titolo di quest'opera struggente, emozionante, coinvolgente, che ricostruisce non solo la figura di un grandissimo dirigente del sindacato italiano, ma la straordinaria stagione del 1969 - l'autunno caldo di quasi quarant'anni fa. In questo film, sì, c'è tutto l'essenziale di quello che gli apologeti del neoliberismo non comprendono o non sono in grado di comprendere: qual è, appunto, il senso della lotta, non solo ai fini della difesa del lavoro e del posto di lavoro, ma della civiltà. Lo puoi cogliere, invece, questo senso, sui volti dei lavoratori in sciopero - lo sciopero dei trecentomila all'inizio dell'anno e quello "conclusivo", promosso dai sindacati metalmeccanici non per ragioni contrattuali, ma per protestare contro le sospensioni alla Fiat - o sulla faccia inconfondibile di Emilio Pugno. Lo percepisci nelle immagini corali che scorrono come "contrappunto" alla intelligente intervista a Bruno, realizzata una decina di anni fa. E lo vedi, fisicamente, nel finale, quando un lavoratore Fiat annuncia la vittoria - la riassunzione dei lavoratori sospesi - e lo schermo si illumina di felicità.
Giacché il senso della lotta non è soltanto quello di ottenere un risultato concreto: un aumento salariale, una conquista normativa, una riduzione d'orario o una diversa organizzazione del lavoro sono certo essenziali, ma altrettanto essenziale è la libertà che si riesce a costruire nelle lotte. La libertà degli espropriati di agire, di non ridursi a mera variabile dipendente della crescita economica, di conquistare per questa via un'identità fino ad allora negata. La libertà di esistere, come soggettività - e soggettività protagonista - e come compiuta conquista di dignità. Una dimensione, dunque, che non serve solo a coloro che la vivono, l'hanno vissuta, in prima persona, ma che fa crescere l'intera società, ne fa lievitare la qualità democratica e le speranze, ne solidifica la coesione. Tanto è vero che l'avevano ben compreso i padri costituenti, quando scrissero che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e quando codificarono il diritto, ma anche e soprattutto, la nobiltà dello sciopero - a differenza della sua forma rovesciata, la serrata.
Si può considerare tutto questo un retaggio del passato, o una nostalgia romantica? Io credo proprio di no, e questa persuasione mi si rafforza ogni giorno, in un mondo squassato da crisi e guerre, da disuguaglianze senza precedenti, da paure senza fine che erodono coscienze e generazioni. Quando il conflitto si dispiegava e vinceva, quando la classe operaia "andava in Paradiso", quando alla testa del sindacato c'erano uomini come Bruno Trentin, era la società italiana, nel suo insieme, a stare meglio, ad essere un po' più felice. Mi permetto di invitare Mario Deaglio a vedere il film di Agosti: non scuoterà le sue certezze sulla bontà della globalizzazione, ma potrebbe forse indurlo a prendere in maggiore considerazione il valore del conflitto.
Questo valore, del resto, è evidente anche all'interno di un'ottica liberale, oggi purtroppo messa in soffitta dalla Weltanschaung neoliberista. In tutto il pensiero occidentale, che da Locke in poi ha assunto il liberalismo come fondativo, vive l'idea che l'organizzazione del lavoro e la sfera produttiva sono duali, ovvero fondati su due punti di vista diversi e alternativi: tra chi possiede e chi esegue, tra chi dirige e chi è diretto, tra chi comanda e chi è subalterno. Una divisione che produce una asimetria di poteri e costi sociali alla lunga insopportabili, anche dal punto di vista della "governance": il conflitto, dunque, la difesa attiva degli interessi dei lavoratori, è l'unica strada per correggere l'eccesso di distorsioni, e lo squilibrio che tende a prodursi drammaticamente, quando esso sia assente o debole. Insomma: non occorre collocarsi, come noi ci collochiamo, fino in fondo, dalla parte del lavoro e in una visione di classe, non è necessario ritenere, come noi riteniamo, che l'unica possibile salvezza dell'umanità sta nel superamento del capitalismo, per rivendicare la necessità democratica del conflitto. Senza il quale, fuori del quale, non si danno né vittoria né sconfitta né compromessi, ma una crescente e preoccupante erosione della libertà - dei lavoratori, sì, ma delle "cittadine" e dei "cittadini" tutti.
Infatti, non fu proprio dalla cancellazione del conflitto e della soggettività dei lavoratori che il neoliberismo cominciò i suoi fastosi cammini? Fu Ronald Reagan a schiantare la lotta dei controllori di volo. Fu Margaret Thatcher a sterminare i minatori inglesi. Fu la Fiat a sconfiggere la classe operaia della grande industria nella vertenza dei 35 giorni. Tre eventi-chiave, a mio parere, di quel processo di "restaurazione rivoluzionaria" che nega sia la libertà dell'agire dei lavoratori, sia l'autonomia contrattuale del sindacato, e continua a considerare il libero mercato globale, la globalizzazione capitalistica, come il solo motore possibile della crescita economica e dello sviluppo. A me pare che sia la realtà del presente a falsificare, in tutta evidenza, questo schema. I salari, per esempio, la cui contrazione ("inevitabile") forse inquieta lo stesso Deaglio - e comunque allarma tutti, dal Governatore di Bankitalia in giù. Ma l'allarme, se non si considerano le concause che hanno portato l'Italia ad avere i salari più bassi d'Europa, rischia di essere pura ipocrisia. Non si sostenne, finita la grande stagione degli anni '70, che i salari sarebbero stati meglio difesi dalla contrattazione e che perciò era necessario abolire la scala mobile? Ma così non accadde. Non si disse, subito dopo, che soltanto attraverso la concertazione, e una sostanziale tregua sociale, le retribuzioni sarebbero tornate a crescere? Ma così non è stato. Non si dice oggi che soltanto la drastica riduzione del conflitto e la sostanziale cancellazione del contratto nazionale potranno risollevare i salari e restituire ai lavoratori una decente condizione di vita? Ma il conflitto, in questi anni, si è appunto ridotto, quasi ai minimi termini. E con esso ha proceduto l'arretramento sociale, civile, culturale. Alla fin fine, come dimostrano la vicenda dell'Alitalia o il "nuovo modello" di contratto voluto da Confindustria, la negazione della libertà dei lavoratori e la cancellazione dell'autonomia contrattuale del sindacato significano - dall'Italia alla Cina - una direzione drammaticamente precisa: la dittatura del capitale sul lavoro.
La verità, caro Deaglio, sta proprio altrove: il nostro problema non è buttare alle ortiche la tradizione o inventarsi qualcosa di nuovo. E' come riattiviamo il conflitto - non solo i singoli conflitti. E' se e come riusciamo a ricostruire, appunto, il senso della lotta. Un sincero ringraziamento a Silvano Agosti.
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