Qualche giorno fa, per caso, ho visto su La7 uno spezzone di Italialand, la trasmissione satirica di Maurizio Crozza. E la fortuna ha voluto che mi godessi uno sketch davvero esilarante che riproponeva in termini attuali il vecchio scontro tra Don Camillo e Peppone. Quest'ultimo (Crozza) chiede, piuttosto sconsolatamente, al curato (Favino) di far suonare tramite i ripetitori della chiesa il nuovo inno del partito, che non è più l'Internazionale ma il famoso brano dei Village People "YMCA". In quel mentre sopravviene il "figlio del Brusco" che chiede ad un Peppone-Crozza sempre più desolato se può usare le vecchie bandiere rosse riposte in soffitta per farne un modernissimo "red carpet" in occasione del gay-pride.
Questo sketch molto divertente - Crozza si conferma bravissimo - è uno dei rari, ma autentici, momenti di autocritica di una classe politica passata nel corso degli anni dalla critica dell'establishment alla personificazione di un nuovo establishment (non meno ipocrita, conformistico e oppressivo da parte di chi scrive) senza particolari segni di disorientamento.
Oggi leggevo su Repubblica un'analisi, altrettanto sconsolata, sul fatto che il rock sia scomparso dalla scena musicale, lasciando il passo ad un pop/rap danzereccio e a suo modo "trasgressivo", cosicchè i nuovi movimenti di protesta per la prima volta non hanno una colonna sonora di riferimento. Impossibile non ricollegarsi al Sessantotto e al ruolo che a quei tempi invece giocò una musica che intendeva proporsi quale coscienza delle nuove sensibilità sociali.
Avrei altro da dire, ma al momento mi fermo qui perchè piuttosto che giudicare mi interesserebbe capire. Capire come si sia arrivati dalla bandiera rossa al red carpet. Se esiste una correlazione, un sovvertimento o cos'altro.


