Oggi ho riflettuto su dei concetti che, per la loro complessità, spesse volte ho maneggiato con una certa approssimazione. Individualismo, comunitarismo, globalizzazione, Nuova Destra... Cercherò di fare chiarezza, a me stesso prima ancora che a voi.
La globalizzazione quale fenomeno di omologazione verso una realtà materialista e schiava dell'economia è qualcosa a mio avviso da condannare. Ma forse, anzi sicuramente, è sbagliato ridurre questo processo di interrelazioni all'aspetto economico. C'è infatti alla base una spinta dell'intelletto umano che, ragionandoci bene, io reputo positiva: ed è cioè quello di concepire l'uomo come persona al di là delle caratteristiche ereditate dalla sua nascita. Thomas Jefferson da buon intellettuale settecentesco poteva ben dire che "ogni uomo ha due patrie: la propria e la Francia", intendendo per quest'ultima quello che allora poteva considerarsi il regno per eccellenza della cultura. Nulla di strano che uno spirito, per certi versi antitetico, quale Federico il Grande parlasse nella sua Prussia in francese e non si curasse affatto di quello che oggi potremmo chiamare il "problema immigratorio". C'è questo aspetto fondamentale dell'Illuminismo, che è quello di trascendere l'appartenenza originaria per mirare all'universale, che non può essere nè minimizzato nè tanto meno dimenticato da quanti per altri versi pure denunciano altri limiti dell'Illuminismo stesso (scientismo, industrialismo, positivismo, progressismo...).
Con questo voglio dire che pure la concezione di "comunitarismo" non è scevra di rischi, come tutto ciò che ha a che fare con l'identità. Per quanto Alain de Benoist ci tenga a sottolineare che per lui il concetto di comunità vada inteso come una "finestra sul mondo", e dunque non debba intendersi come una chiusura identitaria, è onestamente difficile stabilire i perimetri di questa finestra. E allo stesso tempo non si capisce bene perchè un uomo aperto ed illuminato debba forzatamente guardare il mondo dal chiuso del suo interno piuttosto che visitarlo coi suoi piedi, come fece Goethe quando soggiornò per un certo tempo in Italia scoprendovi la classicità. La critica dell'individualismo (liberale) non può spingersi infatti col negare l'individualità.
Oltretutto i comunitaristi della "Nuova Destra" si rifanno a Schmitt e attraverso di lui a Hobbes. Considerano cioè centrale due cose: l'idea del "nemico" quale base del politico e la consapevolezza che solo un nemico "esterno" possa salvare una comunità dalla guerra civile (considerando, sulla scia dell'autore del Leviatano, l'uomo il lupo dell'uomo). A tal riguardo io sono arrivato a pensare che forse non è il caso di essere così pessimisti sulla natura umana, così come non c'è motivo di considerare l'essere umano "buono per natura" (e guastato dalla società). Ogni uomo è mosso da simpatie ed antipatie ed una buona politica dovrebbe essere volta a favorire le prime senza negare frettolosamente le seconde.
Ora la ND mi pare sia intenzionata a delimitare la fraternitè a coloro che fanno parte di una comunità data, muovendo Rousseau contro l'internazionalismo della sinistra "liberal". In questo contrasto io vedo qualche opportunità ma anche molti rischi. Tra cui quello più lampante riguarda l'eventualità di conflitti con comunità diverse o, come nella situazione attuale, con i "nemici della comunità" (società aperta). Ma di cui quello più grave risulta in fondo il relativismo culturale che impedisce di inseguire una verità "una" (universale) costringendo il singolo alla verità del suo gruppo.
In tal senso, anche l'appellarsi al "popolo", nella concezione di una democrazia diretta (populismo) opposta a quella rappresentativa (liberalismo), comporta a mio avviso il rischio grave di deificare un sentimento d'appartenenza che finisce ancora una volta col risolversi nel binomio "sangue e suolo" di infausta memoria. Binomio che non può identificare gli spiriti liberi e veramente grandi che storicamente mai hanno guardato al particolare (regione, nazione, razza, etc.) quanto all'universale (umanità).
Queste considerazioni non spostano ovviamente di un millimetro i problemi generati da una globalizzazione fondata sul primato dell'utile e dell'economico, così come sullo sfruttamento delle risorse naturali e delle genti. Tutti aspetti propri già della rivoluzione illuminista, ma non identificabili con l'illuminismo tout court. Altrimenti dovremmo sovrapporre Mozart e Goethe ai vari banchieri di Eurolandia, un paragone evidentemente improponibile.
Alla fine rivoluzione e reazione, nella loro speculare rigidità, rappresentano le due facce della stessa medaglia.


