A proposito del libro di Cesare Salvi
di Rossana Rossanda
Cesare Salvi ha scritto un libro chiaro e senza reticenze sulla crisi dei Democratici di sinistra e da dove ricominciare per mettervi fine (”La rosa rossa”, Mondadori, Milano 2000, pagg.142, L.24.000). La crisi - egli scrive - è clamorosa fra gli iscritti e i votanti, in caduta verticale proprio quando l’allargamento ad area del vecchio partito avrebbe dovuto farli crescere. Le cifre dei Ds restano di tutto rispetto: seicentomila sarebbero gli iscritti (anche se si stenta a vederli, nella chiusura della maggior parte delle sedi e dell’Unità) e 5.400.000 sono stati i voti alle europee del 1999. Ma erano già due milioni mezzo di meno rispetto al 21 aprile del 1996, e non recuperati da Rifondazione Comunista. E poi nelle regionali del Duemila i ds, dove si presentano in lista separata perdono ancora 1.600.000 voti; in Lombardia, dove si presentano con Martinazzoli, prendono meno voti che nel 1996 da soli. A questo calo corrisponde un astensionismo mai raggiunto in Italia: sono i voti di sinistra che hanno disertato.
Salvi esamina i voti in un tempo ravvicinato, perché ritiene che fino alla prova del 1996 - sconfiggere Berlusconi e andare per la prima volta al governo - l’elettorato dell’ex Pci, pur turbato dal cambiamento del nome e dalla scissione, abbia rinnovato una fiducia. Sono i quattro anni dei ds nella maggioranza del governo che mettono fine alla delega. E così oggi i Ds sono fra i “socialisti” europei una forza minore. Non solo, ma avvelenati dalla persuasione che, differentemente da Francia, Germania e Gran Bretagna, e per lungo tempo la Spagna, in Italia una forza che si richiami sia pur vagamente al socialismo non ce la farà mai a portare una coalizione alla maggioranza dei voti, non mettono più freno alla rincorsa al centro, contendendo al Polo l’opinione moderata con argomenti moderati.
Ma la deriva è iniziata da tempo. Salvi la denuncia solo ora - qualcuno dice “Fuori tempo massimo” - come se anch’egli avesse concesso un tempo d’appello al partito scombussolato dal 1989 e dall’oscillazione del gruppo dirigente sulle prospettive di lungo termine. Sa che la prospettiva liberista è stata scelta almeno da quando l’euro è stato raggiunto e la “fase due” non si è aperta, donde la crisi del governo Prodi. Ma se brucia i vascelli soltanto ora, è perché non vede neppure ammessa dalla leadership del suo partito la sconfitta alle regionali del 2000, che segnano oltre al rovescio elettorale la sua scomparsa dalle regioni storiche del nord, come è stata un segnale funesto la perdita di Bologna, roccaforte che pareva dover restare rossa o almeno rosa. Veltroni e d’Alema rifiutano di parlare di sconfitta, o se incidentalmente la ammettono, la attribuiscono a un essere gli italiani fondamentalmente di destra, quindi da catturare con argomenti sempre più moderati.
E nel medesimo tempo rifiutano qualsiasi discussione e consultazione del partito. La proposta ancora vagamente lumeggiata al Lingotto di essere una forte socialdemocrazia lascia il posto alla scelta, non esplicita ma perseguita un passo dopo l’altro, di diventare un partito democratico sul modello americano. Né le perdite del New Labour né le proprie frenano la dirigenza ds dal puntare a un bipolarismo fra il centrodestra, somigliante ai repubblicani, e un centrosinistra diventato partito dei democratici.
Distinzioni di classe non ce ne sarebbero più e quelle di “valori”, che Veltroni peraltro ha cercato fuori da una genealogia socialista, stingono ogni volta che si presenta una spinta di destra. I ds le vanno incontro, sulle questioni sociali, sulla sicurezza, sulla scuola, sulle pretese vaticane. Molto oltre i limiti d’una moderna democrazia repubblicana.
Per questo Salvi parla. Egli pensa che l’errore viene dall’89: non si era opposto alla svolta e la considera necessaria ancora oggi, ma ritiene che essa sia andata di molto oltre il segno. Non ha cancellato quanto del Partito comunista era o pareva subalterno all’Urss, ne ha cancellato l’identità sociale. E lo ha fatto sia nel cambiare il nome - abiura cui altri partiti in Europa non si sono piegati - e senza aprire un onesto esame della propria storia, valori e limiti, liquidando del tutto quel ruolo democratico e progressista del Pci nel quale Salvi - venuto alla politica nel ‘68, giusto a venti anni - aveva creduto di trovare una gestione antiestremista ma coerente della spinta di quegli anni. Così facendo si sono perduti militanti ed elettori, devastati nelle ragioni della propria vita.
E non più rappresentati nei loro interessi e fini, a partire dai diritti del lavoro. Questo è l’argomento centrale de “La rosa rossa”. La scelta preliminare caratterizzante d’un partito socialista è rappresentare il lavoro e i suoi diritti. E’ l’unica vera ragion d’essere dei comunisti o socialisti o socialdemocratici: rappresentare la classe di coloro che non hanno mezzi di produzione, dipendenti o eterodiretti, nel dominio planetario del capitale globalizzato. Giurista di formazione Salvi espone la tesi come un’ovvietà giuridica, dalla quale deriva l’intera teoria sociale: il lavoro non è assimilabile ai contratti retti dal diritto civile. Essi presuppongono una parità fra contraenti che nel rapporto di lavoro non è data: è l’antica critica di Marx sul limite che la struttura sociale mette alla libertà.
Di questo oggi è sommamente eretico. Significa non solo che il lavoro è pagato sempre meno di quel che rende (è sfruttato, ammette la coscienza comune) ma che un contratto di lavoro non è come gli altri, che hanno per oggetto una cosa - una terra, un edificio, una vettura, un prodotto o un servizio - ma intelligenza, forza fisica e psichica, competenza moltiplicate per il tempo. Che non sono “cose”, sono inerenti all’io, alla persona, alla sua sopravvivenza e realizzazione. Non possono perciò essere valutate dal mercato, come non lo è il corpo dallo schiavismo in poi. Nessuno può possedere il corpo e la mente dell’altro, che sono un’unica cosa e sono lo strumento della umana libertà. Tutto quel che di essa è messo a diposizione o utilizzato ha dei limiti, va dunque regolata in altro modo che lo scambio fra cose, tenendo fermo e invalicabile un essenzialmente umano, cui ordinare la società e in essa i rapporti di proprietà, di produzione, di servizi e di mercato. Tirate le somme, l’idea del socialismo, dalla prima alla terza internazionale, è riducibile a questo.
Il lavoro dell’uomo non è riducibile a merce: questo è un approdo della modernità, che va oltre, e a dire il vero contro la spinta naturale all’appropriazione dell’altro (per non parlare dell’altra), da dominare o mettere a frutto per la propria sopravvivenza. Ma su questo principio è nata la sinistra, non solo sull’equilibrio fra libertà e uguaglianza, che Norberto Bobbio ricorda sempre. E con questo si rivendica non solo il diritto al lavoro in quanto accesso a una sia pur inuguale distribuzione del reddito - richiesta minima del disoccupato e garanzia per l’occupato di poter almeno parzialmente progettare la propria esistenza. Si sottolinea la peculiarità dei diritti del lavoro, che non può essere acquistato o venduto a qualsiasi condizione, fungibile, usa e getta, separato dalla persona che lo eroga. E’ per questo che il contratto di lavoro non è riducibile al resto dei contrati civili.
Affermandolo, Cesare Salvi mette il dito sull’ingranaggio del discorso spesso vago del liberismo o dell’antiliberismo. Il problema non è tanto e soltanto se il capitale si sposta o si scambia, ma quali esiti ne derivano per il lavoro dal quale dipende la sua riproduzione. Se questo è l’orizzonte, la sfera politica gli impone dei limiti - percepisce una tassa sugli spostamenti finanziari, stabilisce l’obbligo del contratto e i suoi livelli minimi salariali e normativi, dall’orario alle condizioni di lavoro, vieta lo scioglimento unilaterale del rapporto da parte dell’impresa. Implica insomma un’iniziativa autonoma del politico rispetto ai meccanismi puri del mercato, e una serie di interventi in settori strategici per lo sviluppo. Sono dunque lo stato o i governi locali, dove si esprime una volontà collettiva o il rapporto di forza fra volontà conflittuali, a garantire un campo che il mercato non può né ignorare né scompaginare oltre un certo limite.
Tener ferma questa “inflessibilità” implica ordinare le priorità politiche, valutare in termini non puramente monetari la spesa sociale, iscrivere in essa i diritti delle parti. Ad essa inerisce il costo del Welfare, cioè l’accesso a prestazioni che non riguardano solo i lavoratori ma tendono a essere universali, beni in sé, anch’essi diritti non acquistabili né vendibili. Ne deriva un ruolo del “pubblico” che si è tentato di azzerare, come dipanando una matassa, dai diritti del lavoro - ragion d’essere d’un partito socialista, o comunista o socialdemocratico, è nel come arrivarci che si è delineata una differenza - discende una diversa architettura della società. Quando una formazione politica vi rinuncia non è più né socialdemocratica né comunista né socialista - è liberista.
Ed è questo passo che ha compiuto o sta compiendo il partito dei ds, smentendo anche quel minimo di ispirazione che egli vede nella mozione conclusiva del congresso del Lingotto. Ma se sulla periodizzazione di questo processo si potrebbe discutere, è un fatto che con la sua uscita il problema è posto dall’interno di quel partito, da un suo ministro al governo. Che D’Alema, esplicitamente liberista, non registri, che Veltroni, intento a rutellizzare le truppe, non apra bocca si può capire: che la sinistra dei ds non lo discuta e faccia suo e non lo presenti alla base è sorprendente. E sarebbe sorprendente che non facesse lo stesso la Cgil, investita ormai nella sua ragion d’essere.
Ma è tema decisivo anche per Rifondazione e per le forze della cosiddetta sinistra critica. Esso rimette infatti in discussione un tema sul quale è sceso un non innocente silenzio, il peso del lavoro nella valorizzazione del capitale, troppo presto, e con un uso discutibile dei Grundrisse, gettato nel nulla. E verrebbe al duqnue il discorso sul riformismo e la socialdemocrazia quando una rivoluzione non è - e non è detto che più sia - all’ordine del giorno. Viene al dunque un confronto con le pratiche antagoniste radicali ma parziali ed eminentemente simboliche. O su un conflitto ridotto al solo terreno sociale. Su tutto questo sarebbe interessante verificare accordi e dissensi, riaprendo un dialogo che con l’attuale dirigenza dei ds è finito.
(la rivista del manifesto, ottobre 2000)
http://www.socialismo2000.org/blog/?p=17


