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La sinistra è come mia zia

La destra, la sinistra e tutto il resto - le teorie della politica
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12 messaggi • Pagina 1 di 1
La sinistra è come mia zia

La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 9:48

Antropologia. A proposito di «The Artist», il film sul divo del muto che urla contro il sonoro

La sinistra è come mia zia

Indignati alla Mastrocola, neo-retrò alla Franzen: la reazione emotiva del ceto medio riflessivo


Mi sono chiesto per giorni perché tutti mi dicono che The Artist è un film bellissimo. Vince premi in tutto il mondo, e il suo protagonista raccoglie consensi e simpatia. Poi, la settimana scorsa, Jonathan Franzen ha detto con convinzione serena che l’ebook è un danno per la società, e noi siamo ostaggi dei nostri iPhone. Poiché Franzen è uno scrittore grandissimo (anche se il fatto che da qualche anno vada sulle montagne a guardare per ore gli uccelli, mi ha parecchio insospettito), e poiché dice le identiche cose che dice mia zia che ha più di ottant’anni (anche mia zia è una persona colta e intelligente), ho capito perché piace tanto The Artist, sia a mia zia sia (probabilmente) a Franzen. Vale a dire, sia al ceto medio riflessivo di sinistra, sia agli intellettuali più sostanziosi che lo rappresentano.

The Artist può essere sintetizzato in questo modo: vi racconto una storia, dice il regista, alla maniera antica, i film come si facevano una volta, che erano muti. E però la storia riguarda proprio la fine della maniera antica: il momento di passaggio dal film muto al sonoro. Un grande divo del muto reagisce così all’avvento del sonoro: urla che il nuovo porterà solo danni. Una presa di posizione radicale e a dire la verità un po’ stupida, molto velleitaria, e del tutto conservatrice: scrive, produce, gira e distribuisce un film muto. È come quel tale produttore di carrozze che guardò con disprezzo l’invenzione del motore. Il suo tentativo fallisce miseramente, intanto che i film sonori hanno un successo inarrestabile, e la nuova diva del sonoro pure. La quale però si innamora proprio di lui e vuole salvarlo, per almeno quattro caratteristiche che lo rendono irresistibile: è cocciuto, reazionario, vecchio e destinato alla sconfitta.

In un film del genere, il ceto medio riflessivo, mia zia, gli intellettuali, Franzen, dovrebbero istintivamente e senza alcuna esitazione stare dalla parte dei produttori del sonoro. Sono loro che mettono in moto il progresso, inventano il nuovo, cercano strade inesplorate, danno nuove opportunità, rendono più complessa, più viva, più vicina, una forma d’arte. Invece il film spinge a stare dalla parte del reazionario un po’ stupido che non ha nessuna intenzione di accogliere il progresso.

Ma di che cosa ci si commuove? Ecco la questione. Si può avere addirittura nostalgia del cinema muto? No. Nemmeno il pensiero reazionario arriva a questo. Ma il punto è un altro: il film produce un’adesione emotiva senza precedenti, incarna qualcosa che è nel profondo dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Lo fa nella forma e nella sostanza, e quindi immerge pienamente in uno spirito reazionario chemira al cuore. E quindi fa sciogliere. Addirittura, si può dire che non ci si commuove del dolore del personaggio, ma del fatto che rappresenta esattamente come ci sentiamo noi: il mondo va, inventa diavolerie, noi tentiamo di frenare e non ci riusciamo.

Nella sostanza, mia zia ottantenne, Franzen, il ceto medio riflessivo e gli intellettuali che lo rappresentano passano tutta la vita a difendere il cibo come si faceva una volta, le piccole librerie di quartiere con l’odore dei vecchi libri, il telefono fisso. Pierluigi Bersani e Susanna Camusso difendono l’articolo 18, altri le vecchie lire, Michel Platini e Diego Maradona, gli sceneggiati in bianco e nero, la commedia all’italiana, la bicicletta, il vedo non vedo dell’erotismo contro la sfacciataggine di oggi. C’è perfino chi rimpiange la Democrazia cristiana, era meglio Andreotti, e Cirino Pomicino non era così male; c’è chi comunica a tutti sui blog che vuole stare su un’isola deserta per non comunicare più con nessuno. Chi dice che le informazioni in Internet sono troppe, autodenunciando così la sua incapacità di saperle selezionare. E chi ti dice con arroganza che legge soltanto i classici. Chi sostiene, come Paola Mastrocola, che gli studenti di oggi sono tutti ignoranti. E se qualcuno, come Alessandro Baricco, fa uno sforzo di complessità per analizzare con partecipazione «i ragazzi di oggi» (come diceva Eros Ramazzotti), non può fare a meno di chiamarli, affettuosamente, barbari.

Tutti, tutti almeno una volta alla settimana sentono di dover comunicare al mondo di sentirsi estranei al presente. Tutti, insomma, hanno una gran voglia di sentirsi incompresi e isolati come The Artist. Ovviamente in questo elenco disordinato e parziale ci sono valori oggettivi (e non parlo solo di Platini). Però poi se si ragiona così si finisce per fare film sulla bellezza del passato, e per giunta per farli come si facevano in passato. E poi questo film fa sciogliere in lacrime chi va a vederlo. Ed è proprio questa la novità — mi sembra: finora, abbiamo assistito a una pressione logica delle idee reazionarie; più spesso, a una veste irrazionale, poco comprensibile ma di cui bisognava prendere atto. Questo film fa un passo ulteriore: è costruito per coinvolgere lo spettatore complice sul piano emotivo. È la prima opera-manifesto che seduce i reazionari emotivamente, che li fa commuovere al pensiero di se stessi e delle proprie lotte.

Tutti (o quasi tutti) quelli che pensano e riflettono e vanno ai festival culturali e scrivono libri e li leggono, in questi anni, credono sia loro dovere fare resistenza al nuovo. Il ceto medio riflessivo, sul quale abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un Paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato). Del resto, a dirla tutta, anche Franzen scrive romanzi bellissimi, il cui unico difetto sta nel fatto che tendono (consapevolmente) a sembrare dei romanzi alla Zola. Ma pare che questo sia proprio il suo pregio. Tutto bene, tranne per due cose: il fatto che il ceto medio riflessivo, gli intellettuali che lo rappresentano, mia zia e Franzen erano stati chiamati al mondo per spingerlo in avanti e non per tenere premuto il freno. E la seconda: ma noi tutti, qui, nel presente, allora, cosa ci stiamo a fare?

Francesco Piccolo

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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 9:52

Florian ha scritto:il ceto medio riflessivo, gli intellettuali che lo rappresentano, mia zia e Franzen erano stati chiamati al mondo per spingerlo in avanti e non per tenere premuto il freno


Perso che l'errore di Piccolo stia qui. Nel considerare il progresso un bene in sè e in quanto tale riferimento essenziale della sinistra politica. In realtà a me pare che la sinistra abbia cavalcato il progresso quando si opponeva al regresso del mondo capitalista-borghese. Ma che succede quando, come è successo con il neoliberalismo reaganian-thatcheriano, è la destra e il capitalismo, è l'individualismo borghese a cavalcare una diversa idea di progresso, cioè il regresso in forma altamente tecnologicizzata? Succede che alla sinistra non resta che riscoprire la lezione di Pasolini.
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 9:53

En passant questo articolo spiega anche la mia recente conversione dal "conservatorismo" alla sinistra radicale.
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 10:09

Florian ha scritto:In un film del genere, il ceto medio riflessivo, mia zia, gli intellettuali, Franzen, dovrebbero istintivamente e senza alcuna esitazione stare dalla parte dei produttori del sonoro. Sono loro che mettono in moto il progresso, inventano il nuovo, cercano strade inesplorate, danno nuove opportunità, rendono più complessa, più viva...



... più competitiva e diseguale!
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Druuna » 14 feb 2012, 10:22

mi sembrava di aver scritto una risposta, ma non c'è ... :-\
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 10:27

Druuna ha scritto:mi sembrava di aver scritto una risposta, ma non c'è ... :-\


Riscrivila, a volte il pc fa di questi scherzi...
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Druuna » 14 feb 2012, 10:38

Ho in mente il fatto che siamo in un momento di crisi totale della civiltà che ha occupato e dominato il mondo negli ultimi 60 anni (e anche nei 500 anni prima, ma più lentamente).
Il neoliberismo guarda indietro e ricerca i suoi miti originari: la fiducia tra contraenti, la libertà d'azione, e così via.
La sinistra guarda indietro e vede le grandi trasformazioni sociali degli anni '60 e '70, la partecipazione, la passione per la conquista dei diritti.

Entrambi avevano nella loro "mitologia" l'idea di trasformare il mondo, gli uni dal punto di vista materiale, gli altri dal punto di vista umano e sociale.

Ora siamo in una fase di ripiegamento, e nei ripiegamenti si diventa in qualche modo "conservatori", alla ricerca dell'antico spirito che aveva animato le varie componenti dell'occidente.

Ecco perchè TUTTI mi sembrano conservatori... anche perchè, in tutti questi campi, non si vede come potersi spingere ancora molto avanti, dato che abbiamo raggiunto degli estremi.
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 10:41

Comunque, negli ultimi anni la nostalgia è tutta a sinistra: dal ricordo delle conquiste politiche e civili degli anni settanta ad una cultura, anche bassa, che ci ha dato soddisfazioni. Penso alla fortunata trasmissione di Fazio "Anima mia", alle raccolte dei calciatori Panini offerte da L'Unità, alla riscoperta del Subbuteo e il rimpianto del calcio di ieri, fino alla polemica tra Moretti e Fonzie sull'influenza di un telefilm come Happy Days sulla classe dirigente della sinistra italiana. Persino i "filmacci" della commedia sexy all'italiana e i poliziotteschi, un tempo considerati indubitabilmente "fascisti" sono diventati un "cult" per i giovani radicali di sinistra di oggi.

In Germania c'è stato il fenomeno dell'Ostalgia, mentre il neocomunismo russo, i vari socialismi che si sono imposti nell'America Latina, per non dire dell'Islam, rappresentano tutti una visione del mondo che appare "in ritardo" rispetto a quella propugnata dalla post-modernità occidentale. Del resto anche il '68, come pure Kerouac e i beats guardavano indietro, a Thoreau e Tolstoj. Pure Gandhi, secondo i canoni d'oggi, sarebbe considerato un "reazionario". Quindi?
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Druuna » 14 feb 2012, 10:47

Quindi c'è la sensazione, da parte di chi fa silenzio e ascolta le vibrazioni di questo mondo, che dopo la post-modernità e la sur-modernità, non ci sono più suffissi per descrivere la nostra condizione di accelerazione insensata.
Stiamo andando a sbattere e ci rifiutiamo di prenderne coscienza.
CI vuole, allora qualcuno che si metta a frenare, per tentare, almeno in extremis, di andare a sbattere violentemente contro il muro dei limiti fisici della natura e dell'umanità.

In epoca moderna era "buono" in assoluto ciò che era vecchio; in età contemporanea diventa "migliore" in assoluto tutto ciò che è nuovo.
In epoca post-moderna, nemmeno il "nuovo" soddisfa più l'ansia di miglioramento, pompata all'estremo dalla logica consumista-finanziaria, ma occorre "l'oltre-nuovo".

Io voglio scendere da questo missile in corsa per esplodere.
Voglio sdraiarmi a terra come San Francesco.
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Florian » 14 feb 2012, 13:37

Se mai ci salveranno le "vecchie zie" saranno, in questo caso, zie comuniste. :D
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda Druuna » 14 feb 2012, 13:49

Bisognerebbe trovare un nuovo nome per queste zie...
mi verrebbe da dire "umaniste", ma non è questione di umanesimo o di umanità... è questione di essere consapevoli del posto dell'uomo nel mondo... forse dovremmo chiamarle "ridimensioniste"
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Re: La sinistra è come mia zia

Messaggioda assurbanipal » 18 feb 2012, 14:54

Ci sono cose che non è ancora ora di buttare.
Ce n'è da recuperare.
Ce n'è da accantonare.
E in tutto quel gigantesco immondezzaio in cui spesso gettiamo parte del nostro passato esistono magazzini che si possono visitare.
Non rifiutare il presente che incalza, e non rinnegare il passato.
Ma non deve essere una formula e neppure una risposta.
Leggerezza.
Non pensarci sarebbe ancor meglio.
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