La sinistra è senza parole? Gliele diamo noi!
di Ritanna Armeni
Alla sinistra mancano le parole. C’è chi dice che anche il termine “sinistra” non abbia più molto senso, ma, se questa seconda affermazione è vera, non è altro che la conseguenza della prima. Un organismo afasico stenta a dimostrare presenza ed esistenza. Ed è esattamente quello che sta avvenendo oggi. La conclusione dell’esperienza governativa di Silvio Berlusconi ha reso più che mai evidente questa mancanza di parole fino a ieri coperta dall’invettiva antiberlusconiana e dall’odio antropologico per lo schieramento politico avverso.
L’avvento di un governo di tecnici ha mandato a dire, neppure tanto implicitamente, che di parole di sinistra si poteva fare a meno. Sono stati apprezzati, del nuovo premier, termini come “equità” e “crescita” che per i ceti popolari sono sicuramente più rassicuranti di “tagli” o “licenziamenti” usati dal precedente governo, ma che non appartengono ad una tradizione politica di sinistra della quale farebbero se mai parte “eguaglianza” o “sviluppo”.
Oggi sulle parole “della sinistra” proprio “a sinistra” c’è una grande confusione. Alcune sono del tutto superate, altre hanno acquistato un senso diverso, altre vengono pronunciate con circospezione, altre ancora vengono acriticamente acquisite da altri patrimoni culturali. Una dinamica evoluzione sarebbe abbastanza ovvia se accanto ai cambiamenti ci fosse anche la ricerca di parole nuove, se se ne avvertisse il bisogno, se ci fosse la consapevolezza che un linguaggio antico o incerto è indicatore di una arretratezza di contenuti e di analisi. Ma così non è.
Allora avviene che si mette in soffitta il vocabolo “rivoluzione” ma non si fornisce una spiegazione del perché abbia perduto di senso. E non perché non ci sia bisogno di cambiamenti profondi, ma perché quella parola indica o ha indicato un progetto, un percorso ed una conclusione coerente col progetto del cambiamento. A sinistra essa si contrapponeva a “rivolta” e a “riforma”. Oggi il termine rivoluzione non può essere usato perché un progetto, percorso e conclusione appaiono inscindibili. I cambiamenti, perché siano credibili, si devono vivere nel presente o almeno prefigurare, i mezzi sono inscindibili dai fini, e le persone contano più dei progetti.
Ma anche “la riforma” ha perso di senso, anzi ha capovolto il suo senso. Oggi i progetti di riforma coincidono con quelli di restaurazione (parola quest’ultima che si evita di pronunciare perché evidentemente troppo urticante, la sinistra preferisce dire se mai “conservazione”) e non di cambiamento, un cambiamento più lento di quello rivoluzionario, ma non per questo meno radicale. Mentre della parola “rivolta” si preferisce ricordare il senso antico, tendenzialmente perdente e non quello più moderno, non necessariamente vincente, ma sicuramente annunciatore di diverse soggettività. La primavera araba docet.
Ci sono poi parole che si fa fatica a pronunciare semplicemente perché nell’accezione antica non sono più riproponibili e non si riesce a dare loro un senso nuovo. “Eguaglianza” è una di queste. Dovrebbe essere usata in un mondo che – studi e statistiche alla mano – diventa sempre più diseguale. Dovrebbe essere almeno pronunciata in una vicenda come quella della Fiat, nella quale – solo per fare un esempio – si scopre che l’amministratore delegato ha una remunerazione 535 volte maggiore di quella di un suo dipendente. Invece nessuno osa.
A sinistra quando si affronta il rapporto nella società fra i più deboli e più forti o fra i più poveri o i più ricchi si preferiscono le più neutre “equità” o “diritto”. È questo un indizio di moderazione? Può darsi, ma non solo. Il punto è che questa parola non è stata aggiornata, è stata privata del suo aspetto dinamico, evolutivo, associata all’appiattimento, non alla valorizzazione, disgiunta dalla promozione della persona. Ed ha perso efficacia. Mentre ne ha acquistata parecchio la parola “merito”, molto usata anche a sinistra. Ma fino a che punto è una parola “di sinistra”? Personalmente non la demonizzo, ma ne ritengo sospetto l’uso eccessivo, indebito e illusorio.
Gli esempi di parole inadeguate, superate o carenti potrebbe continuare. Ma sarebbe interessante anche esaminare quelle che, sia pur faticosamente, fanno capolino in una sinistra sommersa, ma ancora esigente. La “narrazione” ad esempio, parola relativamente nuova, importata nel linguaggio politico da Nichi Vendola e che ha avuto una sua fortuna. Se ne dovrebbe esaminare il motivo. Esso sta, a mio parere, nel fatto che indica la complessità di una realtà. Il berlusconismo ad esempio, non è stato solo fenomeno politico, sociale, culturale, ma tutte e tre le cose insieme ed altre ancora. È stato anche una visione del mondo, ha sconfinato nella ideologia, ha convinto per la sua complessità e non per un obiettivo o una proposta. Per questo si può definire una “narrazione”. Come di una “narrazione”, cioè di una ispirazione complessiva, di una capacità creativa completamente nuova, avrebbe bisogno una sinistra che si rimette in gioco.
Ed è emersa in questi anni di afasia la parola “speranza”, di tradizione cristiana, poco presente fino a qualche tempo fa nel linguaggio della sinistra ed oggi indispensabile più della “rivoluzione” e prima del “cambiamento”. Non c’è nessun discorso della politica di sinistra che di questa parola importata da un’altra cultura possa fare a meno.
Ha avuto fortuna – e ne dovremmo capire bene il motivo – il termine “dignità”, che fino a qualche tempo fa aveva un sapore moderato e che contiene addirittura qualcosa di retrivo, (la dignità è stata per lungo tempo accostata al perbenismo, all’ipocrisia, al conformismo) e che invece oggi indica la necessità di un cambiamento radicale, nomina un movimento planetario, segnala più di altre una crisi profonda che arriva a ledere l’identità e la persona e provoca perciò “indignazione”.
http://www.glialtrionline.it/home/2011/ ... diamo-noi/


