Per un partito del lavoro
di Alfio Mastropaolo
Serve un partito che coaguli e rappresenti tutti i lavoratori: attuali e potenziali, stabili e flessibili, dipendenti e autonomi. E occorre battersi per la qualità del lavoro, che non è solo sicurezza e reddito
È arrivata l'austerità. Berlinguer l'aveva consigliata trent'anni or sono, ma fu sbeffeggiato. È probabile che non sia un destino solo italiano. Al di là delle colpe, assai diversamente ripartite, dei ceti dirigenti nazionali, la impongono i mutamenti economici e politici che hanno investito il pianeta, azzerando molti dei vantaggi economici, politici, tecnologici su cui l'occidente ha costruito a lungo le sue fortune. Di qui non si scappa.
Se non che, di austerità non c'è solo un modello. Possiamo immaginarla pagata dai più, che diverrebbero più poveri e insicuri, mentre i ricchi si arricchirebbero ulteriormente. E si può immaginare un'austerità che comprima i privilegi della minoranza e salvaguardi i più, pur incentivando stili di vita più sobri, più operosi, più ecologicamente compatibili. Messa in questi termini l'austerità è perfino auspicabile.
Ma quella tra l'una e l'altra di austerità non è un'astratta questione di equità. È una concretissima partita di potere. Qualcuno guadagna e qualcuno perde. E qui c'è da ragionare su come le cose si stanno mettendo.
Se austerità deve essere, le misure finora assunte dal governo potevano essere meno brutali, ma di per sé non scandalizzano. Ci sono cose che questo paese non può più permettersi, benché non si tratti di lussi, ma solo di mediocri compensazioni dei privilegi di una ristretta minoranza. A far scandalo è l'unilateralità delle misure. A confronto, la potatura toccata agli enormi lussi di cui gode la minoranza è risibile. Qualche mossa è stata fatta in materia d'evasione fiscale, imposizione sui patrimoni, tassazione del lusso. Le liberalizzazioni promettono di colpire i farmacisti e qualche altra categoria professionale (ma, per favore, non confondiamo i tassisti e i notai!). Ha però il governo cultura e forza politica per potare gli emolumenti scandalosi dei supermanager, l'impunità degli speculatori, gli immensi profitti di regime accumulati in decenni di condoni fiscali e di favori ad personam?
Gli equilibri parlamentari sono ciò che sono. E Monti per cultura si muove tra ortodossia neoliberale e Terza via. C'è il rischio pertanto che la partita continui com'è iniziata, accanendosi specificamente sul mondo del lavoro. Eppure in nessun paese d'Europa occidentale il lavoro è remunerato così poco ed è così flessibile e siamo tra i paesi in cui la percentuale di disoccupazione giovanile è più elevata. Per non parlare di quella degli scoraggiati.
Per carità, niente è tabù. C'è una rispettabile linea di pensiero secondo cui nel mondo attuale il lavoro non è più tutelabile. Globalizzazione e sviluppo tecnologico impongono di renderlo flessibile al massimo, sicché tocca rassegnarsi. Compito di una democrazia virtuosa è tutelare i lavoratori, mediante formule come il salario di cittadinanza. Ma un dettaglio sfugge a codesti compassionevoli terapeuti, abbarbicati anch'essi al loro tabù. Ammesso che la si attui, la forma protetta di flessibilità che promettono comunque comporta non lievi rischi sociali e, conseguentemente, alti costi economici.
Cosa il lavoro rappresenti lo ricorda l'art. 1 della Costituzione. Non è solo fonte di reddito. È fondamento della dignità degli esseri umani, è il nesso che li congiunge alla vita associata. Davvero possiamo ritenere che la società si gioverebbe di una folla di lavoratori che disinvoltamente surfano da una fabbrica a un ufficio, da un corso di riqualificazione a un supermercato e di lì a qualcos'altro? Siamo seri. È in gioco è la vita degli individui e la coesione sociale. Oltre alle tensioni suscitate dalla protesta, vi sono quelle prodotte dalla microcriminalità, dall'alcolismo, dalla depressione, dalle crisi familiari. Che società verrà fuori dalla precarietà, seppur protetta? E quali ne saranno i costi economici? E che democrazia sarà infine quella fondata su una società flessibile e precaria?
Nella partita di potere in atto la tragedia del lavoro è la sua debolezza politica. Cisl e Uil fanno la voce grossa, ma troppo a lungo hanno retto il sacco a Berlusconi per prenderli sul serio. Quanto alla Cgil, stenta a elaborare una linea unitaria e è sguarnita di sponde politiche. Eppure, qualche sondaggio segnala un ritorno d'attenzione per il sindacato. Che non siano maturi i tempi per un grande e agguerrito partito del lavoro? Non per l'etichetta di un partito del lavoro, ma per un partito che coaguli e rappresenti tutti i lavoratori: attuali e potenziali, stabili e flessibili, dipendenti e autonomi (tra cui molti sono lavoratori dipendenti dissimulati), perfino degli artigiani e del piccolo commercio, messo a rischio dalla grande distribuzione.
Né serve solo un partito che medi tra società e istituzioni. L'universo dei lavoratori va persuaso del suo destino comune, ne vanno mobilitate anzitutto le infinite schegge di resistenza attualmente disperse e gli vanno offerti servizi: il cielo solo sa quanto c'è bisogno di servizi collettivi. E occorre pure battersi per la qualità del lavoro, che non sta solo nelle pur cruciali questioni della sicurezza e del reddito. Vogliamo un popolo (con tutto il rispetto) di baristi e affittacamere, o aspiriamo a produrre manufatti tecnologicamente avanzati e sofisticati beni immateriali?
Nessuno concede però nulla gratis. Se si vuole un paese decente, bisogna prenderselo. Per riuscirci servono difese ben più efficaci di quelle al momento disponibili. Purtroppo non c'è più molto tempo.
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