Perché la sinistra ha sposato il liberismo
di Piero Sansonetti
gli Altri, 20 gen 2012
“Liberal” in America vuol dire “di sinistra”. Talvolta i conservatori usano la parola persino come offesa: “Clinton è un liberal!”, “Obama è un liberal!”, un po’ come quando da noi Berlusconi ti accusa di essere “comunista”. I “liberal” sono favorevoli all’intervento dello Stato in economia. I “liberal” chiedono più welfare. I “liberal” vogliono che sia lo Stato e non il mercato a decidere quale debba essere il salario minimo. I “liberal” vogliono la sanità per tutti, cioè chiedono che il servizio sanitario sia tolto al mercato. I “liberal” si oppongono agli eccessi delle riduzioni fiscali.
I “liberal” in America sono keynesiani, fortissimamente keynesiani. Cioè si ispirano al pensiero di John Maynard Keynes che è sempre stato l’alternativa al liberismo e al pensiero di von Hayek e di Milton Friedman. Von Hayek e Friedman credevano che la democrazia fosse il mercato. E che la libertà, cioè il motore della democrazia, fosse la libertà economica e l’antistatalismo. Il liberismo portò alla crisi tragica del ’29, al crollo di Wall Street e alla depressione. L’America reagì con Roosevelt e con il suo New Del interamente costruito sul keynesismo e sull’intervento dello Stato in economia.
La contrapposizione tra la parola “liberal” e il liberismo è chiarissima. Non si tratta affatto di due versioni dello stesso concetto. Il liberismo e il pensiero “liberal” hanno un solo fattore in comune, ovviamente molto grande: il culto della libertà. Ma tra loro c’è una enorme distanza che è data dal modo di vedere la libertà. La sinistra e la destra americana – che non si sono mai chiamate destra e sinistra – misurano la loro distanza, grandissima, con questo metro: l’idea di libertà. I “liberal” assegnano al potere politico il compito di governare e distribuire la libertà. I liberisti assegnano lo stesso compito al potere economico. I “liberal” legano l’idea della libertà all’idea di equità sociale. I liberisti legano l’idea di libertà all’idea di produzione di ricchezza.
Perché da noi non è così? Perché in Italia esiste solo il liberismo? Perché se si parla di liberalizzazioni, ad esempio, si immagina soltanto un processo di “privatizzazione” e cioè di riduzione drastica dei poteri dello Stato e della comunità, e si pensa semplicemente ad una operazione politica economica che avvantaggi le “Corporation” e per questa via dia ossigeno all’economia? È normale che sia così? Nessuno pensa che liberalizzazione, ad esempio, potrebbe voler dire compiere uno sforzo per sbloccare l’immobilità sociale che da almeno trent’anni paralizza l’Italia, avendola congelata nelle sue caste, nelle classi sociali così come sono, nei mestieri, nei privilegi? Vi siete accorti che la mobilità sociale che negli anni Sessanta e Settanta aveva scosso il paese – rimescolando la composizione delle classi, e dunque anche i loro punti di vista, le loro culture, i loro stessi interessi – si è del tutto bloccata dagli anni Ottanta in poi? Non è forse questa la causa principale del declino del nostro paese? Cioè, la ragione della decadenza dell’Italia non risiede esattamente in questi due fattori: la fine della lotta di classe e la fine della mobilità sociale (che è un corollario, una conseguenza o forse una alternativa alla lotta di classe)?
Ebbene, se è vero che le cose stanno così, si potrebbe pensare che liberalizzare serva a sbloccare la società: a rimetterla in movimento, a rompere le corporazioni, ad aiutare la mobilità sociale, a non ostacolare i conflitti sociali, la lotta, l’insorgenza di classe. Invece no. Le liberalizzazioni puntano solo a una cosa: ridurre il patrimonio pubblico, vendere i colossi dell’economia di Stato, favorire i grandi capitalisti e le multinazionali. Il contrario della lotta per la mobilità: si tratta di ingessare gli attuali domini e di rendere sempre più forte il distacco tra dominanti e dominati.
Qual è il motivo? Perché non esiste nemmeno l’ombra di una spinta “da sinistra” che cambi la natura delle liberalizzazioni? Probabilmente perché la sinistra italiana non conosce la cultura “liberal”. Non ha mai saputo mettere la parola “libertà” al centro del suo essere, mischiarla al proprio Dna, trasformarla in idolo. Ha sempre pensato – esattamente come Friedman e von Hayek – che la libertà fosse “il mercato”. E siccome, fino a qualche anno fa, non amava il mercato, non amava neppure la libertà. È un paradosso ma è esattamente così: non c’è masi stata una vera differenza “filosofica” tra la sinistra italiana e la destra liberista. E quando la sinistra italiana ha deciso di “moderarsi”, perché ha pensato che la fine del comunismo imponesse una “moderazione”, e che la modernità fosse “moderazione” e che dunque andasse accolto qualcuno dei valori degli avversari, non ha scelto “la libertà”, ma ha scelto esattamente il “mercato”. All’unisono con von Hayek ha pensato che prendendosi il mercato potesse anche risolvere i suoi conti secolari con la mancata libertà.
Tutto qui. Per questo è impensabile liberalizzare da sinistra. La sinistra italiana, a differenza di quella americana, non ha un suo punto di vista sulla libertà. Perché non la conosce, non l’ha mai conosciuta. E non gli interessa.
http://www.glialtrionline.it/home/2012/ ... liberismo/



