• Home
    • Redazionale
    • Users Blog
    •    
    • About
    • Contatti
  • Forum
      Galleria
  • Iscriviti
  • Login
  • FAQ

Passa al contenuto

Indice » Filosofia Politica
  • Modifica dimensione carattere
Oggi è 21 mag 2012, 15:04
Ti piacciono queste discussioni ?
Ci interessa anche la tua opinione, entra a far parte della nostra community !.
  • 15:19 Brembo: si aggiudica premio Iveco Parts amp amp Services
  • 15:16 Crisi: Diliberto da governo tedesco solo veti nessuna soluzione
  • 15:14 Tv ascolti: ieri record per Sky TG24
  • 15:12 Roma Mafia: a Palazzo Incontro mostra fotografica e Lezioni Civili
  • 15:10 Incidenti stradali: 13 morti nel weekend Ritirate 720 patenti
  • 15:09 Chiesa: don Ciotti e don Albanesi Monti salvi lo Stato sociale

Torna di moda Toni Negri

La destra, la sinistra e tutto il resto - le teorie della politica
Rispondi al messaggio
2 messaggi • Pagina 1 di 1
Torna di moda Toni Negri

Torna di moda Toni Negri

Messaggioda Florian » 19 feb 2012, 18:57

Torna di moda Toni Negri

12 febbraio 2012


Quanto sta avvenendo in Grecia, dove il parlamento sta, nonostante le dimissioni dal governo di pezzi di partiti, sta cercando di approvare il piano di tagli per salvare i conti pubblici, va tenuto molto in considerazione e guardato con attenzione.

A prescindere da come andrà stanotte lo scontro tra il tentativo di rinsavire amministrativamente (e politicamente) dei greci e gli scontri in piazza tra black blok e polizia, si sta realizzando quanto contenuto nel saggio di Toni Negri e Michael Hardt, ‘Impero’. Per chi non l’avesse letto basta una giratina su internet.

Ecco solo Wikipedia:

Il mondo sorto dopo il crollo del blocco sovietico è il mondo del libero mercato che ha travolto le frontiere dei vecchi Stati-nazione. La sovranità è passata a una nuova entità, l’Impero, a cui partecipano i vertici degli Stati Uniti e il G8, agenzie militari come la Nato, gli organismi di controllo dei flussi finanziari come la Banca mondiale o il Fondo monetario, e infine le multinazionali che organizzano la produzione e la distribuzione dei beni. L’Impero vuole porsi come fonte della pace e della giustizia. Ma porta dentro di sé gli stessi elementi che potrebbero condurlo alla rovina: la moltitudine degli individui che nelle opportunità offerte dalla globalizzazione possono trovare gli spazi per una rivoluzione dell’ordine mondiale.
Nel dicembre del 2001 – a pochi mesi dagli attentati al WTC di New York e all’inizio della cosiddetta “Guerra al terrorismo” – il settimanale Time inserì Antonio Negri tra “le sette personalità che stanno sviluppando idee innovative in diversi campi della vita moderna”.La motivazione di questa scelta risiedeva nell’enorme successo mondiale del saggio di Negri Impero e dalle recensioni di molte testate giornalistiche mondiali che segnalarono il libro come un testo fondamentale nell’analisi della globalizzazione e della storia economica e sociale contemporanea.Definito da alcuni il nuovo “libretto rosso” di diversi movimenti no-global, no-war o altermondialisti nati a partire dalla rivolta di Seattle del 1999, questo testo ha suscitato un grande dibattito teorico: Fredric Jameson, docente emerito di letteratura comparata alla Duke University, citato da Le Monde definì Impero “la prima grande sintesi teorica del nuovo millennio”.A “Impero” fece seguito nel 2004 la pubblicazione di Moltitudine dove, dopo lo studio delle dinamiche globali affrontate in Impero si passa all’analisi dei soggetti sociali in grado di costruire una “democrazia gobale” in alternativa alla catastrofe, anche ecologica, causata dal dominio economico e bellico dell’Impero. Infine nel 2006 lo studio di tali dinamiche venne integrato da un nuovo saggio, ‘Movimenti nell’impero. Paesaggi di passaggio’.In questi studi gli autori delineano lo svilupparsi di nuova forma di sovranità globale, derivante dalla crisi degli stati-nazione moderni, e che chiamano, appunto, Impero, sottolineandone la differenza con l’imperialismo visto come una delle fasi storiche dello sviluppo e del passaggio della sovranità degli stati-nazione al “nuovo ordine globale”. L’Impero è l’entità sovranazionale caratterizzata e fondata su uno stato di perenne crisi, in cui i conflitti interni – tra gli stessi soggetti multinazionali capitalistici – sono regolati dalla guerra che è anche meccanismo produttivo e normativo.L’Impero serve a garantire la sopravvivenza dell’economia neoliberista, fondata sulla sussunzione delle risorse umane e materiali del pianeta e sulla espropriazione della ricchezza socialmente prodotta, produzione di tipo postfordista in cui l’egemonia produttiva è delle forze lavoro intellettuali e immateriali, a differenza del ciclo fordista precedente in cui erano predominanti quelle materiali. In questo contesto la categoria marxista di proletariato non coincide più con la sola classe operaia, ma si estende a tutte le fasce sociali soggette alle forze dominanti dell’Impero e della nuova “produzione bio-politica”. Solo la “moltitudine” – termine con cui gli autori definiscono la miriade di soggetti sociali sottoposti alle forze dominanti -, in quanto “globale” al pari delle forze agenti nell’Impero, sarebbe in grado di abbatterlo sostituendo una reale democrazia globale alle sue forme di governo, sì globali ma organizzate in una forma costituzionale piramidale, formata da matrici e strati di cui fanno parte gli stati-nazione riuniti nel G8, la WTO, la Banca Mondiale, i club di Parigi, Davos, Londra, le multinazionali, ma anche altri stati-nazione e molte ONG.In questo scenario la guerra stessa si trasforma: non più conflitto dichiarato tra differenti stati-nazione e strumento per la salvaguardia e l’estensione di interessi imperialistici di una sola nazione, ma guerra globale permanente, caratterizzata dall’ossimoro dell’emergenza come norma necessaria a gestire globalmente i flussi di materie prime, delle merci, dei capitali e, ovviamente, delle persone. Quindi gestione policentrica di conflitti regionali, guerra asimmetrica, attività di repressione poliziesca, controllo delle frontiere, guerra al terrorismo: tutte attività considerate specificazioni del medesimo conflitto globale permanente.

E mi fermo qui.

Gcs


http://www.santalmassiaschienadritta.it ... negri.html
Avatar utente
Florian
 
Messaggi: 12049
Iscritto il: 26 mag 2010, 18:13
Top
 

Re: Torna di moda Toni Negri

Messaggioda Florian » 19 feb 2012, 19:07

Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica

Toni Negri


Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento.



L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: «il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente». Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.


1) I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.

Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente dominata dal capitale da rendere questa assunzione ineffettuale e inverificabile. Ma coloro che dicono questo dimenticano che il capitale è sempre un rapporto di forza. Può organizzare una massiccia, pesante egemonia ma essa rappresenta pur sempre un dominio particolare dentro un rapporto di forza. Non esisterebbe il concetto di capitale, e tanto meno la sua realtà nelle sue storiche variazioni, se non ci fosse sempre un proletariato che il capitale sfrutta ma che è, nello stesso tempo, lavoro vivo produttore di capitale. La lotta di classe è il rapporto di forza che si esprime fra il padrone e il proletario: questo rapporto si distende fra sfruttamento e dominio capitalistico, e si instaura in istituzioni che organizzano la produzione del profitto e la sua circolazione.

Taluni, nel sostenere che la storia non può essere semplicemente ricondotta alla lotta di classe assumono che all’interno di questa permane la consistenza di un «valore d’uso». Lo qualificano come il valore della forza lavoro oppure come valore della natura e dei contorni ecologici del lavoro umano. Ma anche questa affermazione, quando non sia radicalmente insufficiente a spiegare lo sviluppo capitalistico, è senz’altro scorretta nel descriverne l’attuale figura. Il capitale ha infatti conquistato ed ha avvolto dentro di sé l’intero mondo della vita, la sua egemonia è globale. Non c’è davvero più posto per i narodniki! È in questa attualità, e non in altre condizioni, che si svolge la lotta di classe: il rapporto di classe si costruisce fra queste determinazioni storiche (il determinismo storico) e nuova produzione di soggettività (egualmente del padrone e del proletario). Quello che qui interessa prima di tutto sottolineare è che non c’è più alcun «fuori» da questo contesto, che la lotta (non solo la lotta ma la consistenza dei soggetti nella lotta) si dà ormai totalmente nel «dentro», che dunque qui non c’è più alcuna rimembranza né alcun riflesso del «valore d’uso». Siamo completamente immersi nel mondo del «valore di scambio», nella sua brutale e feroce realtà.

Il materialismo storico ci spiega come e perché il valore di scambio si presenti come realtà centrale della lotta di classe: «nella società borghese il lavoratore non ha più un’esistenza oggettiva, esiste solo soggettivamente [nel rapporto di capitale]; ma la cosa che gli si contrappone [l’accumulazione del valore di scambio] è ora diventata la vera comunità, das wahre Gemeinwesen» dice Marx (Grundrisse, trad. it. Grillo, vol.II pp.123-124). Qui, il proletario «cerca di far sua questa Gemeinwesen ma ne viene invece ingoiato.» Certo: ma è in questa alternativa di appropriazione – quella capitalista contro quella operaia – che il capitale definitivamente si mostra come un rapporto. Il comunismo comincia a configurarsi quando il proletario si pone l’obiettivo di riappropriare il Gemeinwesen per trasformarlo in ordine di una nuova società.

Il valore di scambio è dunque una cosa molto importante. È la realtà sociale comune: costruita e consolidata in maniera che non può più essere ricondotta alla circolazione semplice del lavoro, della moneta, del capitale stesso. Plusvalore trasformato in profitto, profitto accumulato, rendita fondiaria e immobiliare, capitale fisso, finanza, accumulazione di materie prime, macchine e congegni produttivi qui in terra e lanciati nello spazio, reti di comunicazione... e poi, infine e soprattutto, il denaro, il grande paradigma comune: «esso stesso, il denaro, è la comunità (Gemeinwesen), né può sopportarne una superiore» (Marx, Grundrisse vol. I p.183). Ecco la determinazione storica. Il valore di scambio si dà dunque in forma comune. Gemeinwesen. È qui. È il mondo. Non c’è altro, non c’è fuori.

Considerate ad esempio il mondo della finanza: chi può pensare di fare a meno del denaro nella forma della finanza? Esso è ormai come quella terra comune, sulla quale un tempo era fissato l’Heimat, la consistenza delle popolazioni al termine dell’ «età gotica», quando il possesso era organizzato nei commons. Ora quei commons, quella terra, sono diventati valore di scambio, nelle mani dei capitalisti. Se noi vogliamo riprenderci quella terra, la troveremo così com’è stata trasformata, al culmine della appropriazione capitalista, sporca del valore di scambio: abbiamo perduto ogni illusione di possedere una realtà pura e ingenua.

Quando Spinoza ci racconta che nel Giubileo ebraico tutti i debiti erano tolti e l’uguaglianza dei cittadini era restaurata; quando Machiavelli insiste sul fatto che le «leggi agrarie» rinnovano continuamente la Repubblica romana perché la riappropriazione plebea della terra ne rinnova anche il processo democratico – bene, essi potevano illudersi di ritornare alla natura e alla democrazia. Per noi, determinare liberazione della forza lavoro, essere comunisti, significherà invece riappropriarsi di quella realtà comune che non è più originaria, che non è più democraticamente desiderabile ma che abbiamo riprodotto con fatica e sangue e che ci si oppone come potere.

Non dobbiamo tuttavia scoraggiarci. Come Gramsci ci ha insegnato (nella la sua lettura della lotta di classe), il materialismo storico suggerisce di cogliere, attraverso le varie esperienze di uso proletario delle tecnologie e dell’organizzazione sociale capitalistica, la metamorfosi continua della figura, meglio dell’antropologia stessa, del lavoratore. Eccoci così a un nuovo punto. Perché qui si tratta di una vera e propria metamorfosi che continuamente il lavoratore impone al capitale, nello stesso tempo in cui, lottando, trasforma sé stesso. Se si danno epoche o cicli della lotta di classe, essi misurano la propria consistenza ontologica su questa base antropologica. Non c’è dunque più natura, non c’è identità, né genere né razza, che possa resistere a questo movimento di trasformazione, a questa metamorfosi storica del rapporto fra capitale e lavoratori. Le moltitudini sono formate e sempre riqualificate da questa dinamica.

Questo vale anche per la definizione del tempo della lotta di classe. Quando infatti la lotta di classe si mostra come produzione e trasformazione di soggettività, il processo rivoluzionario è caratterizzato da una temporalità lunga, dall’accumulazione ontologica di contropotere, dall’ «ottimismo» della forza materiale «della ragione» proletaria – quel desiderio che, spinozianamente, si fa solidarietà, quell’amore che è sempre razionale (e da un analogo «pessimismo della volontà»: «caute!», raccomandava Spinoza, quando le passioni si muovevano per costruire strutture politiche della libertà). Perciò, a guidarci, non sono le emergenze aleatorie della ribellione, quelle scintille divine della speranza che possono tracciare percorsi di luce nella notte. Sono piuttosto la fatica e il lavoro dell’organizzazione, lo sforzo critico continuo, il rischio calcolato dell’insurrezione. L’immaginazione filosofica può dar colore al reale ma non sostituire la fatica del fare-storia: l’evento è sempre un risultato e non un’origine.


2) Essere comunisti è essere contro lo Stato.

Lo Stato è infatti la forza che organizza, in maniera sempre normale e sempre eccezionale, i rapporti che costituiscono il capitale e che disciplinano i conflitti che si danno tra capitalisti e forza lavoro proletaria. Questo essere contro lo Stato si rivolge contro le forme nelle quali si organizzano la proprietà privata e il possesso privato dei mezzi di produzione, nonchè contro lo sfruttamento privato della forza lavoro e il controllo privato della circolazione dei capitali. Ma anche, contro le forme pubbliche, ovvero nazionali, ovvero statali, nelle quali tutte queste operazioni di alienazione della potenza del lavoro si configurano. Essere comunisti è quindi riconoscere che il pubblico è una forma di alienazione e di sfruttamento del lavoro – del lavoro comune, nella fattispecie. Che cos’è il pubblico infatti? È come dice il grande Rousseau, nemico della proprietà privata, quello che «non appartiene a nessuno». Ma ciò è un sofisma per attribuire quello che appartiene a tutti allo Stato. Il comune, ci dice lo Stato, non vi appartiene, anche se voi lo avete prodotto, anche se voi lo avete prodotto in comune e lo avete inventato e organizzato come comune. La manomissione statale del comune, di quello che tutti noi abbiamo prodotto e che ci appartiene, si chiamerà gestione, delega e rappresentanza... implacabile bellezza del pragmatismo pubblico.

Il comunismo è perciò nemico del socialismo, poiché il socialismo è la forma classica di questo secondo modello di alienazione della potenza del proletariato, che implica anche un’organizzazione distorta della produzione della sua soggettività. Le perversioni del «socialismo reale» hanno neutralizzato un secolo di lotta di classe e tolto ogni illusione sulla filosofia della storia. È curioso inoltre sottolineare come il «socialismo reale» non abbia, pur sulla base di processi di collettivizzazione massicci, messo in dubbio le discipline del comando, né quelle giuridiche né quelle politiche né quelle delle scienze umane: le strutturazioni istituzionali del socialismo e le sue polarizzazioni politiche sono state il prodotto di un’ideologia che arbitrariamente opponeva il privato e il pubblico quando questi, rousseauia-namente si ricoprono, invece, l’un l’altro; e la santificazione di una classe dirigente le cui funzioni di comando ripetevano quelle delle elite capitaliste... e si volevano «avanguardia»!

Essere contro lo Stato significa quindi, innanzi tutto, esprimere il desiderio e la forza di gestire in maniera radicalmente democratica – una «democrazia di tutti» – l’insieme del sistema produttivo, sia per quanto riguarda divisione del lavoro che per l’accumulazione e la redistribuzione della ricchezza.

Val qui la pena, conseguentemente, di aprire un nuovo fronte di definizione. Il materialismo storico è anche un «immanentismo della soggettività». Esso cioè dichiara non solo che non vi è «fuori» rispetto al mondo in cui viviamo, ma che «dal di dentro» di questo mondo i lavoratori, i cittadini, tutti i soggetti si propongono sempre come elementi di resistenza singolare e come momenti di costruzione di un’altra forma del vivere comune.

Sempre - anche quando ci soffoca la bonaccia storica più greve e uggiosa. Le singolarità che compongono la moltitudine (moltitudine è concetto di classe) – queste singolarità infatti sono nuclei di resistenza, sempre, nel rapporto di soggezione che il capitale impone. Il singolo obbedisce perché è costretto a farlo, perché non può farne a meno, ma è sempre lì, dentro il rapporto di potere, come una resistenza. La rottura del rapporto è sempre possibile, almeno quanto è possibile il mantenimento del rapporto di dominio. È qui, allora, che percepiamo quanto, fuori da ogni filosofia della storia, dentro la fenomenologia comune, l’eventuale indignazione contro il potere, il suo ordine e i suoi soprusi, e il rifiuto del lavoro salariato (e/o di un lavoro comunque soggetto al fine di riprodurre la società capitalistica) costituiscano elementi essenziali nella costruzione del modello di un’altra società e indichino la virtualità presente di un altro ordine, di un’altra prospettiva di vita. Essi spingono verso la rottura. Lo possono fare perché la rottura, che è sempre possibile, può qui divenire reale, meglio, necessaria (e sulle caratteristiche di questa rottura torneremo presto). Ci può essere rivoluzione.

Quest’insistenza sull’indignazione, sul rifiuto e la ribellione debbono sapersi tradurre in potenza costituente. Vale a dire che la lotta contro lo Stato, e contro tutte le costituzioni che lo organizzano e lo rappresentano, deve contenere in sé la capacità di produrre, con un nuovo sapere, un nuovo potere. Il fulmine non lo si afferra mai a mani nude, solo la moltitudine, la storia della lotta di classe ribelle, possono farlo. Ma il rapporto fra condizioni storiche e produzione di soggettività si modifica continuamente. Come prima avevamo detto, è questo uno dei terreni sui quali la metamorfosi continua dell’antropologia del lavoratore si svolge. La composizione tecnica della forza lavoro è sempre in movimento e a essa corrisponde una produzione di soggettività ogni volta adeguata. E diversa. Una composizione politica che deve ritrovare, nelle sue condizioni storiche, forme concrete di espressione e desiderio di rivoluzione.

Ora, la produzione di soggettività, la nuova composizione politica possono anche anticipare le condizioni storiche e sociali dentro le quali il processo rivoluzionario si costruisce. Ma c’è sempre un nesso dialettico, che collega la determinazione materiale e la tensione rivoluzionaria del desiderio collettivo: un elastico che può sempre spezzarsi ma non è perciò meno essenziale. Come diceva Lenin, il doppio potere ha sempre un’esistenza breve, il potere ribelle deve stringere il tempo della storia nell’anticipazione soggettiva. Il potere costituente è la chiave che ci può permettere di anticipare e di realizzare la volontà rivoluzionaria contro lo Stato.

Nella teoria tradizionale dello Stato, anarchia e dittatura sono poste ai limiti estremi delle possibilità di dare forma al comando sovrano. Ma quando si parla di democrazia comunista contro lo Stato, non si assume un’eventuale mediazione fra anarchia e dittatura ma si propone il superamento stesso dell’alternativa, perché la lotta rivoluzionaria non solo non ha più fuori ma quel dentro che essa definisce, conosce una potenza sovversiva, ovvero ha un «basso» che si oppone all’ «alto» della sovranità. È da questo basso, dalla trasformazione dei desideri costituenti in espressione di forza e di contenuti alternativi che si realizza, dunque, in secondo luogo, l’essere comunisti. Così la rivoluzione può farsi, come Gramsci insegnava, anche «contro Das Kapital». [...]


http://www.sinistrainrete.info/marxismo ... negri.html
Avatar utente
Florian
 
Messaggi: 12049
Iscritto il: 26 mag 2010, 18:13
Top
 
 

Rispondi al messaggio
2 messaggi • Pagina 1 di 1

Torna a Filosofia Politica

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite

Indice
 
  • Staff | Cancella cookie | Tutti gli orari sono UTC + 1 ora [ ora legale ]
Design by Fulvia based on frozen_phoenix theme.Powered by phpBB © 2000 ~ 2010 phpBB Group