• Home
    • Redazionale
    • Users Blog
    •    
    • About
    • Contatti
  • Forum
      Galleria
  • Iscriviti
  • Login
  • FAQ

Passa al contenuto

Indice » Il libro ritrovato
  • Modifica dimensione carattere
Oggi è 21 mag 2012, 15:13
Ti piacciono queste discussioni ?
Ci interessa anche la tua opinione, entra a far parte della nostra community !.
  • 15:28 Terremoto: Pdl sospensione pagamento Imu zone colpite dal sisma
  • 15:27 Roma: tenta furto in una scuola 51enne arrestato dai carabinieri
  • 15:26 Milano: Comune piove da 24 ore ma Seveso sotto controllo
  • 15:26 Terremoto: dalla Toscana 140 volontari nel modenese
  • 15:25 Terremoto: Catricala' riferisce domani in Aula Senato
  • 15:24 Farmaci: direttore Aifa Rasi a Seminario su Regolamentazione sanitaria

Ercole Patti, un romano di Catania

Recensioni i libri da segnalare
Rispondi al messaggio
5 messaggi • Pagina 1 di 1
Ercole Patti, un romano di Catania

Ercole Patti, un romano di Catania

Messaggioda Frescobaldi » 1 mag 2011, 14:32

di Fulvio Abbate

Da siciliano, sia pure inurbato in città da un quarto di secolo, mi sono sempre confessato il rimpianto di non aver conosciuto il mio conterraneo Ercole Patti, uno scrittore, siciliano appunto, anzi catanese, che fece della Capitale la sua città d'elezione. Un siciliano a Roma, è forse il termine più giusto per definirlo. E questo perché Patti, che gli amici chiamavano affettuosamente Ercolino, al nostro luogo ha dedicato vita, lavoro e pagine, davvero innumerevoli. Scegliendo perfino di morirvi, nel 1976, a settantatré anni. Non l'ho mai conosciuto, è vero, ma quando nei mesi scorsi la casa editrice Bompiani ha raccolto in volume una selezione dei suoi scritti, delle sue memorie e narrazioni 'romane', un'opera apparsa già nel 1972, mi sono precipitato a leggerlo. Innanzitutto per saperne di più di una straordinaria epopea fra le due guerre che vedeva artisti e scrittori assiepati nella terza saletta del caffè 'Aragno', in via del Corso. Dove adesso si trova, se ricordo bene, una tavola calda chiamata 'Spizzico'. Il libro di Patti ha un titolo appropriato, 'Roma amara e dolce' ed è curato da Sarah Zappulla Muscarà, una studiosa catanese come l'autore. Fin dal cognome accentato. C'è di mezzo il fascismo e c'è di mezzo il suo opposto, c'è di mezzo la guerra, e poi il Patti giornalista inviato in giro per il mondo. Ma c'è soprattutto un racconto autobiografico firmato, dimenticavo di dirlo, dall'autore del romanzo 'Un amore a Roma', e questo per dire che Roma e Patti, Sicilia a parte, sono perfino sinonimi. Patti, in verità, fu molte cose insieme: sceneggiatore (con Zavattini, Ivo Perilli, Mario Camerini e Mario Soldati), critico cinematografico e poi, su tutto, 'flaneur', cioè uno che cammina per strada e osserva, prende nota delle cose che vede, cui assiste, per passione del vivere, per curiosità letteraria, filosofica. E questo insieme ai suoi amici scrittori, tanto per citare i più espliciti, Sandro De Feo e Vincenzo Talarico (quello che fa l'avvocato in molte commedie all'italiana degli anni Cinquanta!), Ennio Flaiano, e molti altri. E vai con i suoi graffiti tratti dal libro: «Un giorno in occasione della stomachevole Festa de Noantri apparvero sui muri di Trastevere questi versetti dovuti alla penna di un vecchio cronista romano: 'Trestevere Trestevere - sprenni de nuova luce - ci hai la Madonna e er Duce - che vejano su te'. Ma per fortuna il giorno dopo sotto quelli apparvero appiccicati nottetempo questi altri versi: 'La luce non c'importa - volemo sta' all'oscuro - valla a pija in der culo - duce fascismo e re». Qualche anno dopo, a liberazione avvenuta, in pieno set di 'Roma città aperta', racconta ancora Patti, due comparse vestite da soldati tedeschi uscite un istante per comprare una caciotta di via del Lavatore rischieranno d'essere linciati da passanti. «L'avvenire - conclude lo scrittore - appariva pieno di speranza». Ercole Patti, dato non trascurabile dal punto di vista 'antropologico', abitava in lungotevere Flaminio


http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/22500 ... ir&dbt=arc
Il mio stile è vecchio, come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...
Avatar utente
Frescobaldi
 
Messaggi: 1289
Iscritto il: 12 mag 2010, 22:11
Località: Palermo - Catania
Top
 

Re: Ercole Patti, un romano di Catania

Messaggioda Frescobaldi » 3 mag 2011, 20:48

Dalla nota introduttiva a Roma amara e dolce di S. Zappulla Muscarà


« (…) In Roma amara e dolce, silloge di sedici racconti apparsa nel 1972, quattro anni prima della scomparsa dello scrittore, sono confluite gran parte delle Cronache romane del 1962. Emblematico il titolo del racconto di apertura, Il sapore della libertà. Come molti rampolli della borghesia e della nobiltà catanesi, Patti trascorre la prima fanciullezza al Collegio Pennisi di Acireale, "triste luogo", "una prigione" da cui è obbligo evadere. Nel rammemorare quei giorni "di grande sconforto", lo scrittore adulto passando "per la tortuosa stradetta" del Pennisi prova "la gioia" di non dovervi più rientrare. È l’archetipo del paradiso perduto, della cacciata dall’Eden, al quale Patti ritorna con toni di malinconica nostalgia. Interazione fra passato e presente, secondo Roy Pascal tra i più intricati casi di fenomenologia della "elusività del vero" o, freudianamente, "rielaborazione del lutto" attraverso la recita del dolore. Per lo stesso terapeutico motivo sono in doglianza Giovannino Calì del romanzo Giovannino e Giuseppe Laganà del romanzo Graziella. Patti che scrive, però, non è lo stesso Patti che ha vissuto e rivive quell’esperienza.

I motivi della fuga, del νóστος, della sensualità debordante, propri dell’universo pattiano, sono costruzioni mitiche, scelte tra molteplici frammenti di vissuto. Non esistono al di fuori della scrittura. Se è il giovane Patti a scoprirli e formalizzarli in coincidenza con l’apprendistato letterario nell’ambìto approdo romano ("la mia più grande aspirazione era quella di andare a vivere a Roma, ma urtavo contro lo scoglio insormontabile di mio padre"), sarà il Patti maturo della proustiana rimembranza, della narrazione retrodatata, del diaristico resoconto di sé, ormai "scrittore laureato", a darne una visione epica, certamente differente da quella iniziale, guardando al passato dall’alto della conquistata notorietà. Il cumulo dei ricordi dipanando per redigere, talora con qualche moto di legittimo compiacimento, il cursus di una vocazione convinta e coerente. Per lo scrittore girovago ulteriore tentativo di sviare "gli occhio calmi della morte". Ma senza illusioni o cedimenti.

Scrive Michail Bachtin: "La memoria nelle memorie e nelle autobiografie ha un particolare carattere; è memoria della propria età contemporanea e di se stesso. È una memoria non eroicizzante; in essa c’è un momento di meccanicità e registrazione (non monumentale). È una memoria personale senza continuità, limitata dai confini della vita personale. Non ci sono né padri né generazioni". Tale la condizione in Roma amara e dolce. Gli avvenimenti narrati scorrono celermente, senza pausa, né retorica. Con amletica leggerezza come si addice all’arte che se troppo palese diviene artificio. Rapide le notizie sulla famiglia, sull’infanzia, sulla giovinezza, sugli studi intrapresi. Fitte invece le informazioni circa il precoce esordio con la vigile guida dello zio, lo scrittore Giuseppe Villaroel ("fu nel vecchio e luminoso suo appartamento di via del Teatro Massimo a Catania che io conobbi i primi libri, ebbi cognizione dell’esistenza di una società letteraria e dei rapporti che corrono con gli scrittori, vidi le prime bozze di stampa della mia vita, i primi autografi di scrittori celebri"), dettagliato il ragguaglio delle giovanili letture (Manzoni, Flaubert, Verga), delle acerbe pubblicazioni. Mentre cresce l’ansia di evasione. Per accedere però alla terra promessa, alla società delle lettere, bisogna che Patti si sottometta a una prova. Il padre gli concederà di vivere sei mesi all’anno a Roma purché sostenga regolarmente gli esami alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania: "Andavo vagando per le strade giornate intere, non mi stancavo di respirare l’aria di Roma a tutte le ore. I sedili del Pincio erano le mie soste preferite nella tarda mattinata e nelle prime ore del pomeriggio. Con un giornale in mano mi sedevo accanto a qualche busto di marmo e il mio cervello partiva in quarta sognando libri da scrivere, novelle da pubblicare sui giornali romani dove non conoscevo nessuno. Risento gli odori di Roma nel 1921; rappresentavano la libertà".

Roma è la città di "vecchie camere ammobiliate e trattoriole a prezzo fisso", di osterie povere, di feconde giornate di scrittura ai caffè Esperia, Aragno, Greco, dell’accendersi dei sensi ("il desiderio che ci spingeva l’uno contro l’altro era spontaneo e travolgente, le nostre mani premevano contro la parete nella voglia struggente di unirsi"). È sede delle testate giornalistiche che contano ("Il Messaggero", "Il Tempo", "La Tribuna", L’Idea Nazionale", "Il Tevere", "Il Popolo di Roma", "Il Giornale di Roma", "Il Giornale d’Italia"), "con le firme degli scrittori famosi". È centro culturale di prestigio. Nella terza saletta del celebre caffè Aragno si ritrovano de Chirico, Bartoli, Spadini, Cardarelli, Broglio, Barilli, Soffici, Baldini, d’Amico, personaggi politici di rilievo, alcuni dei quali fuggevolmente intravisti ("Facta presidente del consiglio prendeva in un angolo due uova al burro prima di rientrare a Montecitorio"). Roma vanta il Teatro degli Indipendenti di Bragaglia, "il più famoso e discusso teatro sperimentale d’Italia", nella cui "aura" si muovevano Bontempelli, Cecchi, Vergani: "Fu lì che vidi per la prima volta Luigi Pirandello col suo pizzetto bianco e quelle sue speciali camicie che all’altezza della cintura invece di entrare nei pantaloni si trasformavano in panciotto". Il drammaturgo fulmineamente traeva l’atto unico L’uomo dal fiore in bocca dalla novella Caffè notturno, segnando "con una matita rossa negli stretti margini delle pagine stampate qualche brevissima didascalia e una o due mezze battute". Il 21 febbraio 1923 la messa in scena. Poco tempo dopo, il 9 aprile, sarà la volta di Il carosello di Patti, atto unico ricavato dalla novella La giostra su sollecitazione di Ardengo Soffici, lodato da Alberto Savinio sul "Nuovo Paese".

Ma non basta a placare il disappunto del padre. Per dimostrargli la serietà delle sue intenzioni e della carriera che voleva intraprendere occorreva dimostrargli che era in grado di vivere con il suo lavoro anche facendo il giornalista. Quell’attività giornalistica che, iniziata nei verdi anni catanesi, sparsamente condotta su molteplici testate, registra una svolta decisiva allorché viene inviato da "Il Tevere" in India: "I resoconti del mio servizio vennero presi anche dal ‘Resto del Carlino’ di Missiroli e dalla ‘Gazzetta del Popolo’ di Amicucci; gli articoli uscivano nello stesso giorno sui tre giornali. Ultimato il servizio passai alla ‘Gazzetta del Popolo’ che mi inviò in Giappone". In dieci anni di vagabondaggio visita "la Russia, la Turchia, la Polonia, la Cina, l’Egitto e tutti i paesi europei". Da tali esperienze scaturirà nel 1934 Ragazze di Tokio (Viaggio da Tokio a Bombay), dedicato ad Ermanno Amicucci (poi riedito nel 1975 col titolo Un lungo viaggio lontano). Altro archetipo, il viaggio, metafora della ricerca di sé, della peregrinazione come affrancamento dal mondo e dalla storia, insidiosi e incontrollabili. Non risolvibile schillerianamente nell’immediatezza della fruizione istintiva e panica della natura in virtù della più matura e rinnovata disponibilità dello scrittore ad ascoltarne le voci, dalle fioche alle assordanti, a percepirne i profumi, dai delicati agli intensi, a rubarne la luce e tradurla in incanto. Spontanea corrispondenza che s’inscrive in un appagante bisogno di totalità, distante ormai dal sentimentalismo romantico del drammaturgo tedesco cui Patti aveva intonato pagine di vibrante elegia: "Presso di noi la natura è sparita, non la troviamo, non la incontriamo se non al di fuori dell’umanità. E perciò il sentimento con cui aderiamo alla natura è strettamente legato al sentimento col quale lamentiamo la fuggita età della fanciullezza e della fanciullesca innocenza". Una sorta d’intimo idillio. Così Patti ricordando Gibuti: "L’oceano indiano veniva piano a morire sulla sponda deserta ingombra di erbe marine secche tra granchiolini rossi che correvano veloci per traverso solitari davanti all’oceano tra frammenti di scheletri di cammelli biancheggianti nella sabbia tra le gambe candide delle mogli dei funzionari francesi che facevano il bagno al calar del sole in un’acqua piena di molluschi torbida e tiepida che sapeva di pescecane". Malinconica testimonianza d’irredimibile caducità. Si è conclusa la guerra di Abissinia, Mussolini proclama l’Impero. Il Negus Hailè Sellasiè fugge dal suo paese "cacciato da un esercito molto più potente del suo, che senza ragione valendosi soltanto del diritto del più forte gli aveva invaso il paese". In tanta levità di stile il viaggio si configura come incisivo segno di aristocratica riservatezza ed estraneità alla dittatura: "L’imbecillità ci prendeva tutti alla gola in quella Roma calma nella quale l’unica cosa da fare per un giovane era di andare in giro con le ragazze e portarsele a casa. A meno di non voler riparare all’estero come fuorusciti. Ma non tutti avevano la possibilità il temperamento e lo spirito di sacrificio per far questo". E ancora nella prefazione a Cronache romane: "La mia insofferenza e la mia lunga avversione per il fascismo non hanno mai avuto un momento di sosta. Si trattava di un sentimento profondo, costituzionale come se si trattasse di una questione di razza".

"L’uggiosa e avvilente Roma del fascismo", "dei labari", "dei luttuosi fez frangiati", delle adunate, delle veline, del Minculpop, è antro nero dove covano e si moltiplicano le "inique sanzioni" perpetuate, queste sì, dal regime. Il delitto Matteotti, le leggi antirazziali, la guerra, l’occupazione tedesca che "stringeva la città in un cerchio muto e insidioso", l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Sebbene abbia celato il suo dissenso dietro un sorriso disincantato, un apparente disimpegno, meglio, con François Paul Billetdoux, una "passione fredda", Patti, che nell’articolo dedicato a Trilussa apparso su "Il Popolo di Roma" del 5 settembre 1943 aveva definito la dittatura una "ventennale carnevalata", subisce la detenzione a Regina Coeli dove conoscerà i membri del Gran Consiglio poi fucilati a Verona e Giuseppe Saragat: "Non potevo immaginare che venti anni dopo mi sarei ritrovato con lui Presidente della Repubblica italiana a caccia al cinghiale nelle tenute di Castelporziano e di San Rossone". Dura prova da superare insieme a quella, dolorosamente irrisarcibile, della morte del padre avvenuta nel ’42: "Sotto una grande croce nera l’annunzio della morte di mio padre, del quale assieme agli altri congiunti io stesso ‘il figlio Ercole’ comunicavo la morte. Il viaggio verso Catania nello scompartimento pieno di sconosciuti con quel giornale che di tanto in tanto non potevo fare a meno di guardare e di rileggere e tanti pensieri e ricordi di mio padre alla cui morte non ero preparato neanche lontanamente mi sembrò lunghissimo". Ma, ricorda Martin Heidegger, "l’angoscia è premessa indispensabile alla conquista dell’autenticità".

Roma amara e dolce, journal intime impaginato dalla memoria, regesto e archivio degli anni più tormentati del Novecento, dalla grande guerra al nazifascismo, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla ricostruzione, si chiude con L’avvenire appariva pieno di speranza: "Ripresero a lavorare gli scrittori italiani che la guerra e le persecuzioni fasciste avevano disperso o messo a tacere", "ancora nelle trattorie c’era qualche suonatore ambulante che cantava Lilì Marlene", "Rossellini girava Roma città aperta". A Roma, fecondo laboratorio, la vita s’affatica ancora una volta per lenire e trasformare. E ci sovvengono le parole di Philippe Lejeune: "Ciascuno di noi porta entro di sé una sorta di ‘scartafaccio’ rimaneggiato senza posa del racconto della propria vita. Taluni, più numerosi di quanto si creda, mettono ordine in tale scartafaccio e scrivono". Una profilassi di fronte alle tentazioni del delirio e del caos?

In Diario siciliano. Alla ricerca della felicità del 1971, "una specie di viaggio autunnale compiuto a ritroso" dal 1970 al 1931, Patti raccoglie scritti di varie epoche e provenienza, che investono l’altra sua fondamentale fonte d’ispirazione, quella dei luoghi natii. Altro archetipo, il ritorno alla terra madre, grembo vagheggiato ancor più quando, con Jean-Paul Sartre, "il desiderio di gloria esprime la vertigine della morte".

Povera di memorie, autobiografie, diari, appare a Leonardo Sciascia la letteratura italiana, una carenza "spia di tante altre carenze della società civile, della vita associata". Un mutamento di rotta positivo individua pertanto – a proposito di Diario romano di Vitaliano Brancati – nei diari di scrittori che hanno visto la luce a partire dalla seconda guerra mondiale, quasi un ripensamento, un travaglio delle coscienze sul fascismo e sulla sua fine. E cita quelli di Alvaro, Cajumi, Longanesi, Pavese, Delfini, Flaiano, Montale, de Chirico, Fausto Pirandello. Non cita Patti. Eppure avrebbe dovuto, per la vicinanza geografica, amicale, culturale con Brancati, la dicotomia Catania-Roma, l’itinerario esistenziale per tanti aspetti simile, con le medesime frequentazioni di salotti e caffè letterari, redazioni di giornali, ambienti cinematografici. Per la complicità negli scherzi canzonatori e maligni, nella creazione di curiosi e crudeli soprannomi. Il diario romano di Patti si snoda dal ’14 al ’45. Quello di Brancati, dai toni ben più risentiti e severi, dal ’47 al ’54.

Scrittore diarista, Ercole Patti, sul filo dell’immaginazione, del disincantato umorismo, della dissipazione erotica. "Scrittore di cose", come attesta il rigore cronachistico e l’aderenza alla realtà del vissuto. E tuttavia scrittore mendace, giacché qualsiasi scrittura, seppur fedelissima, non è riducibile alla reale identità dell’io. "Solo la finzione non mente, essa schiude nella vita di un uomo una porta segreta, attraverso cui scivola fuori da ogni controllo la sua anima sconosciuta" (François Mauriac). Se quindi la verità si produce in una struttura di finzione, confessione e bugia sono la stessa cosa. "Per poter confessare, si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere, appunto perché lo si è; non si può comunicare se non ciò che non siamo, cioè la menzogna" (Franz Kafka). Non mai esaurendosi però il desiderio di catturare schegge vaganti di felicità. »
Il mio stile è vecchio, come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...
Avatar utente
Frescobaldi
 
Messaggi: 1289
Iscritto il: 12 mag 2010, 22:11
Località: Palermo - Catania
Top
 

Re: Ercole Patti, un romano di Catania

Messaggioda Frescobaldi » 6 mag 2011, 22:28

Ercole Patti (Catania, 1903 - Roma, 1976) - Opere


* La storia di Asdrubale che non era mai stato a Bellacittà (1921) (ristampato come Il racconto dei 15 anni nel 1967)
* Il paese della fanciullezza (1924)
* Due mesi di vita di un giovanotto (1933)
* Ragazze di Tokio (Viaggio da Tokio a Bombay) (1934) (parzialmente ripreso in Un lungo viaggio lontano del 1975)
* Quartieri alti (1940) (seconda edizione accresciuta di altri due racconti, 1974)
* Gli anni che passano (1941)
* Il punto debole (1952)
* Giovannino (1954)
* Un amore a Roma (1956)
* Le donne e altri racconti (1959)
* Un amore a Roma, commedia (1959)
* Cronache romane (1962)
* La cugina (1965)
* Un bellissimo novembre (1967)
* Il racconto dei 15 anni (1967)
* L'incredibile avventura di Ernesto (1969)
* Graziella (1970)
* Diario siciliano (1971) (seconda edizione accresciuta, 1975)
* Roma amara e dolce (1972)
* Tutti i romanzi (Giovannino, Un amore a Roma, La cugina, Un bellissimo novembre, Graziella) (1972)
* In riva al mare (1973)
* Gli ospiti di quel castello (1974)
* Un lungo viaggio lontano (1975) (parzialmente estratto da Ragazze di Tokio del 1934)
* Il carosello (1975)
Il mio stile è vecchio, come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...
Avatar utente
Frescobaldi
 
Messaggi: 1289
Iscritto il: 12 mag 2010, 22:11
Località: Palermo - Catania
Top
 

Re: Ercole Patti, un romano di Catania

Messaggioda Frescobaldi » 6 mag 2011, 22:29

UN CATANESE PER IL CINEMA,

di Franco La Magna

(tratto dal Convegno "Ercole Patti tra letteratura e cinema", Catania, 1 dicembre 2001).


Quando esordisce “cinematograficamente” Ercole Patti ha 32 anni. Nel 1935 lo si ritrova intruppato nella pattuglia degli sceneggiatori, insieme a Ivo Perilli e Mario Soldati, del popolaresco Il cappello a tre punte (1934) con Eduardo e Peppino De Filippo; quindi ancora in coppia con Ivo Perilli in Come le foglie (1935), con Nino Besozzi e Isa Miranda, entrambi per la regia di Mario Camerini, il regista che forse più di ogni altro ha segnato il cinema dell'era fascista, con le sue commediole svolazzanti infarcite di buoni sentimenti. Lo stesso anno è ancora cosceneggiatore (con mario Camerini, Ivo Perilli e Cesare Zavattini) di Darò un milione (1935) regia di Mario Camerini, tratto dal racconto “Buoni per un giorno” di Giaci Mondaini e Cesare Zavattini, film che segna l'esordio della coppia Vittorio De Sica-Assia Noris, destinata ad un crescente successo. Con Mario Soldati e Piero Solari, eccolo ancora sceneggiatore dell'esotico Il grande appello (1936) e con Soldati di Ma non è una cosa seria (1936), da Pirandello, con Assia Noris-Vittorio De Sica, regia di Mario Camerini.
Negli anni '40 appone la sua firma all'avventuroso Senza cielo (1940) di Alfredo Guarini, con Fosco Giachetti e Isa Miranda, proseguendo l'intensa carriera con il lacrimevole E' caduta una donna (1941) ancora di Guarini, interpreti Rossano Brazzi e Isa Miranda; Il bravo di Venezia (1941) di Carlo Campogalliani ambientato in una torbida e infida Venezia governata dal Consiglio dei Dieci e la spy-story Documento Z3 (1942) di Guarini, con Claudio Gora e Isa Miranda.
Parzialmente tratto dalle sue acute cronache di costume nel 1945 esce il moralistico Quartieri alti regia di Mario Soldati, che il catanese sceneggia con Renato Castellani, Mario Soldati e Stefano Vanzina, mentre nel 1946 si diverte ad apparire incidentalmente come attore – nei panni di un insegnante – nell'amaro Mio figlio professore di Renato Castellani. Cosoggettista e cosceneggiatore (insieme a Vitaliano Brancati ed altri) del drammatico Tre storie proibite (1952) di Augusto Genina, con Gino Cervi, Gabriele Ferzetti, Antonella Lualdi, Isa Pola ed Eleonora Rossi Drago, scrive l'anno successivo soggetto e sceneggiatura del gustoso Incidente a Villa Borghese, uno degli episodi del film Villa Borghese (1953) di Gianni Francolini, con Vittorio De Sica, Giovanna Ralli, Maurizio Arena e Aldo Giuffrè. Da un suo racconto viene ricavata la trasposizione cinematografica dell'episodio Gli innamorati , una coppia dalla contorta psicologia, con Andrea Checchi e Alba Arnova, che Alessandro Blasetti inserisce nel film Tempi nostri (Zibaldone n. 2, 1954).
Ancora cosceneggiatore di Un po' di cielo (1955) di Giorgio Moser, con Gabriele Ferzetti, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo e Tina Pica, licenzia nel 1956 il romanzo “Un amore a Roma” che prima trasforma in un'opera teatrale e poi diventa anche un film - dal notevole scavo psicologico – diretto da Dino Risi nel 1960, che i francesi – riferendosi alla voracità sessuale della protagonista – titolano L'inassouvie (L'insaziabile). Interpreti Peter Baldwin e Milène Demongeot, per una coproduzione italo-franco-tedesca, in cui fugacemente lo stesso Patti, sceneggiatore con Ennio Flaiano, fa da fugace e sorridente comparsa.
Con un nutrito gruppo di scrittori è nuovamente sceneggiatore di Io amo, tu ami... (Antologia universale dell'amore, 1961) di Alessandro Blasetti altra coproduzione italo-francese. Sergio Sollima trae e dirige l'episodio Le donne (dal film L'amore difficile, 1961, coproduzione italo-tedesca) ancora da un racconto del catanese, interpreti Claudia Mori, Enrico Maria Salerno e Catherine Spaak.
Trasposti in film i romanzi omonimi: Un bellissimo novembre (1969) di Mauro Bolognini, coproduzione italo-francese, con Gabriele Ferzetti, Gina Lollobrigida e Paolo Turco, dalla chiusa diametralmente opposta a quella letteraria; La seduzione (1973) di Fernando Di Leo, con Lisa Gastoni, Maurice Ronet, Jenny Tamburi e Pino Caruso (dal romanzo “Graziella”); La cugina (1974) di Aldo Lado, con Stefania Casini, Christian De Sica, Massimo Ranieri e Dayle Haddon e Giovannino (1976) di Paolo Nuzzi, con Christian De Sica, Jenny Tamburi e Tina Aumont, tutti ambientati e girati in gran parte tra Catania e Acireale. Mario Monicelli rinunzia al progetto di realizzare un film dall'ultimo romanzo del catanese, “Gli ospiti di quel castello”, vincitore nel 1974 del premio Brancati-Zafferana e dal quale Bernardino Zapponi ha già ricavato la sceneggiatura.

http://www.cataniacultura.com/142-ercole-patti.htm

Filmografia



* Il cappello a tre punte (1936), regia di Mario Camerini, sceneggiatura
* Ma non è una cosa seria (1937), regia di Mario Camerini, sceneggiatura
* Come le foglie (1938), regia di Mario Camerini, sceneggiatura
* Il grande appello (1939), regia di Mario Camerini, sceneggiatura
* Senza cielo (1940), regia di Alfredo Guarini, sceneggiatura
* È caduta una donna (1941), regia di Alfredo Guarini, sceneggiatura
* Documento Z-3 (1942), regia di Alfredo Guarini, sceneggiatura
* Quartieri alti (1945), regia di Mario Soldati, romanzo e sceneggiatura
* Mio figlio professore (1946), regia di Renato Castellani, attore
* Tre storie proibite (1952), regia di Alfredo Guarini, sceneggiatura
* Villa Borghese (1953), regia di Vittorio de Sica e Gianni Franciolini, soggetto e sceneggiatura
* Tempi nostri (1954), regia di Alessandro Blasetti, sceneggiatura "Gli innamorati"
* Un amore a Roma (1960), regia di Dino Risi, romanzo e attore
* L'amore difficile (1963), regia di Alberto Bonucci, Luciano Lucignani, Nino Manfredi e Sergio Sollima, soggetto "Le donne"
* Un bellissimo novembre (1969), regia di Mauro Bolognini, romanzo
* La mano nera - prima della mafia, più della mafia (1973), regia di Antonio Racioppi, revisione dialoghi
* La seduzione (1973), regia di Fernando Di Leo, romanzo
* Giovannino (1976), regia di Paolo Nuzzi, romanzo
Il mio stile è vecchio, come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...
Avatar utente
Frescobaldi
 
Messaggi: 1289
Iscritto il: 12 mag 2010, 22:11
Località: Palermo - Catania
Top
 

Re: Ercole Patti, un romano di Catania

Messaggioda Frescobaldi » 19 mag 2011, 14:02

Dolce vita secondo Ercole Patti

Immagine
Amato da tutti gli intellettuali della sua epoca: Ennio Flaiano lo definì, goldonianamente, «un fascista de’ garbo»



Scrittore di «pagine odorose», come ha ricordato Valentino Bompiani in “Dialoghi a distanza”, ma fuori - ha scritto Giacinto Spagnoletti nella “Storia della letteratura italiana del Novecento” - «dall’intricato dibattito sul romanzo contemporaneo», Ercole Patti viene periodicamente resuscitato dall’ingiusto oblio. «Un bellissimo novembre», con la sua «aura di sensuale elegia», la sua «lirica malinconia», il suo «umbratile struggimento» racconta, come ricorda Zappulla Muscarà - nell’introduzione del romanzo da cui fu desunto un film diretto da Mauro Bolognini e da Gabriele Ferzetti-, la vicenda di un adolescente, nel 1925, in un salotto borghese di Catania e anche la ricerca del tempo perduto. «Al gallismo e al dongiovannismo di Brancati - annota la Muscarà- fanno eco il sensualismo e l’onirismo di Patti… la dissipazione, talora solo sognata, delle energie sessuali; al moralismo intransigente contrappone un’apparente sospensione di giudizio».
Per me, oltre che uno scrittore squisito, era un amico, un grande amico; con il puntiglio di intrugliarsi nel volgo dei critici cinematografici. Che io ricordi, il solo inviato ai festival di Cannes e Venezia non disposto a restare vigile durante le proiezioni riservate alla critica e a riconoscersi il diritto di dormire, seduto nelle prime fila, era proprio lui, Ercole Patti, per gli amici Ercolino. «Come per i romani la guerra era un tempo di riposo», si scusava, «considero la visione privata alla stampa come un tempo da dedicarsi al sonno». Sostenuto da Flaiano che in risposta all’accusa di “fascismo” rivolta da Visconti ai critici dormienti precisava che nel dormiveglia lo spettatore, quindi anche il critico, si appropria delle qualità più nascoste e quindi più vere dell’opera rappresentata. L’unica volta che Ercolino, il maggior critico “dormiente”, riuscì a vedere ad occhi aperti un film fu a Cannes, nel ’64. La pellicola era brasiliana, “O pagador de promesas”, palmarés di quell’anno, sebbene bruttissima. Al termine della proiezione, Patti inviperito mi chiese: «Che musa è il cinema?». Sorpreso risposi: «Credo l’ultima». E lui, pronto: «Se lo merita». In una raccolta di recensioni cinematografiche, uscite durante il Fascismo, Ercolino è citato a piè di pagina per la sua critica all’”Assedio dell’ Alcazar”, del ‘40, di Augusto Genina, un film filo franchista sulla Guerra civile di Spagna. «Ne dissi bene - confessò scherzosamente -, ma non mi sembrava a favore di Franco». Sandro De Feo, il critico teatrale dell’Espresso negli anni ’50 e ’60 e che nella raccolta è citato per il suo ardore fascista («il senso dello squadrismo è immortale»), gli disse indispettito: «E come potevi accorgertene tu, se dormivi sempre!». L’accusa tremenda di “fascista”, assai in voga in quegli anni e dopo, non sfiorò mai Ercolino. Anzi Patti si fece fama di antifascista per essere stato arrestato e chiuso a Regina Coeli. Mentre durante l’occupazione nazista molti intellettuali in odore di antifascismo si erano “volatilizzati”, Ercolino, grazie al suo incoercibile ottimismo, radicato al suo carattere, centellinava la dolcezza delle “ottobrate” romane - che gli avevano suggerito le più belle pagine di “Quartieri alti”- vagando per Roma. Neppure le SS o le Brigate nere potevano rompere, per lui, il labile e dolce fluire delle giornate romane.
Un mattino di metà ottobre del ’43, al telefono una voce gli chiese: «Il dottore è in casa?». «Sono io!», rispose, con fervore, Ercolino; al posto dell’addetto alla riparazione della ghiacciaia, si presentò il federale di Roma. «Molto educatamente e un po’ dispiaciuto - mi raccontò Patti -, esibì un mandato di cattura… era un brav’uomo. Chissà che fine avrà fatto».
Il suo ottimismo contagiò persino Giuseppe Saragat (impiegato della Previdenza Sociale per nascondere la sua attività di “resistente”) che Patti conobbe nel braccio dei detenuti politici. Al futuro Presidente della Repubblica, che avvertiva l’avvicinarsi del peggio, l’autore di “Un amore a Roma” (’56), “Cronache romane” (’62), “Roma amara e dolce” (’72), disse durante l’ora d’aria: «La prego, non faccia la Cassandra!». Di lì a poco le Fosse Ardeatine, nelle quali sarebbe caduto anche lui se, con altri detenuti politici, tra i quali Saragat, non fosse evaso, per merito del coraggio di Sebastiano Vassalli, il giorno dello sbarco degli alleati a Nettuno, alla fine del gennaio del ’44.
L’aneddotica sull’ottimismo dello scrittore catanese, cui il padre, nel ’27, aveva acquistato un attico sul Lungotevere Flaminio, è straripante. Lo «isolava - ricorda Bompiani -, dagli altri intellettuali, l’odoroso entusiasmo vitale». Un entusiasmo che tracimava in sonno davanti allo schermo. Non in teatro.
Con la scena ebbe rapporti attraverso il Teatro degli Indipendenti, in via degli Avignonesi a Roma. Lo dirigeva Anton Giulio Bragaglia. Tra gli altri scrittori - Campanile, Bontempelli, Aniante - Patti propose un racconto dal titolo “La giostra” che sulla scena si chiamò “Carosello”. “I critici”, mi raccontò, «ne scrissero bene. Lo recensì favorevolmente anche Galeazzo Ciano sul Nuovo Paese». Il futuro Ministro degli Esteri del Governo Mussolini allora era solo il figlio del sottosegretario. Il Fascismo in quegli anni aveva una faccia non allarmante. Ciano aveva un atteggiamento anticonformista rispetto al regime; mise in scena “Una tragedia in due battute” di Campanile, “Folle gesto di uno sconosciuto”.
L’amicizia con Ercolino, nata al Teatro degli Indipendenti, si consolidò. Patti girava il mondo per la Gazzetta del Popolo. Ciano era già sposato con Edda Mussolini. A Shangai si rincontrarono. «Mi fece gran festa - mi raccontò -. Eravamo rimasti amici. Si offerse di accompagnarmi. Per strada mi disse: ti preparo un atto unico alla Campanile. C’erano alcuni conduttori di riksciò in attesa. Fece un gesto, li raccolse tutti intorno a noi e intimò: saluto al Duce!».
E siccome quelli non conoscevano il Duce e si guardavano stupiti, Ercolino per non deludere l’amico, pensando di fargli piacere, gridò «viva il Duce!». Ennio Flaiano lo battezzò, goldonianamente, «fascista de’ garbo». Tutto per Patti meritava cortesia. La sua è stata una lunga dolce vita.

Maurizio Liverani


http://www.lineaquotidiano.net/node/16491
Il mio stile è vecchio, come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...
Avatar utente
Frescobaldi
 
Messaggi: 1289
Iscritto il: 12 mag 2010, 22:11
Località: Palermo - Catania
Top
 
 

Rispondi al messaggio
5 messaggi • Pagina 1 di 1

Torna a Il libro ritrovato

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 2 ospiti

Indice
 
  • Staff | Cancella cookie | Tutti gli orari sono UTC + 1 ora [ ora legale ]
Design by Fulvia based on frozen_phoenix theme.Powered by phpBB © 2000 ~ 2010 phpBB Group