Wodehouse secondo Fruttero & LucentiniUn tè, Milord, un sorriso?di Antonio Gnoli
la Repubblica, 24 giugno 1989
Gli editori italiani non hanno mai amato Pelham G. Wodehouse. Nei suoi confronti hanno provato incertezza letteraria, timore commerciale, forse fastidio metafisico. Hanno decretato che era uno scrittore invecchiato. Occasionalmente qualcuno, come Rizzoli, Mondadori, Mursia, ha provato a ristampare qualche titolo che aveva al centro le storie dell' immortale Jeeves o quelle del pasticcione Berto Wooster. Ci si è fermati all' antipasto. Ora è la volta di Longanesi. Vuole rilanciarlo come un grande classico della narrativa del Novecento e ha scelto la sofisticata Biblioteca della Fenice di Guanda per fare apparire Lampi d' estate, il primo titolo di un ciclo di romanzi, tradotti da Carlo Brera e suggeriti da Fruttero e Lucentini. In Italia la punta massima di popolarità Wodehouse la raggiunse durante il fascismo. Circolò nell' edizione Bietti fra la media e piccola Borghesia, fra gente che non sapeva l' inglese che non aveva mai visto Londra e che sentiva ogni giorno maledire la perfida Albione. La comicità di Wodehouse è irresistibile ma pur sempre ambientata fra vassoi e teiere di Giorgio IV, tra maggiordomi arguti, duchi attempati, nipoti sciocchi e castelli improbabili. E' un mistero, dicono Fruttero e Lucentini, che quella gente battesse le mani all' impero e contemporaneamente amasse e ridesse alle sue battute. Altrettanto misterioso è che un autore così popolare delizi oggi i palati sofisticati di alcuni intellettuali. Wodehouse era nato nel Surrey nel 1881, è vissuto per 94 anni e ci ha lasciato 93 romanzi gran parte dei quali scritti in America, dove si trasferì negli anni Venti. Da quell' osservatorio democratico, dipinse un' Inghilterra conservatrice, immobile, rarefatta, idilliaca. Un mondo distante anni luce dalle preoccupazioni della storia, dai condizionamenti dell' attualità e per questo, scrivono Fruttero e Lucentini nella breve nota a
Lampi d' estate, consolatorio.
Avete detto che Wodehouse è consolatorio. Che cosa intendevate?
Fruttero: Volevamo restituire il valore positivo a un aggettivo che per tanto tempo è stato usato come una parolaccia. Si è detto, pensato e scritto che uno scrittore consolatorio andasse bollato con disprezzo, rifiutato in pieno. Viceversa per noi consolatorio è un segno di grandezza. Un autore al cui cognome può aggiungersi questo aggettivo è uno che diverte, tiene allegri, distrae. Pensi, per fare un esempio tratto dal mondo del cinema, ad Alfred Hitchkock, che per anni è stato considerato un regista vile e commerciale. Ci sono voluti vent' anni per accorgersi che quel modo di avviluppare il delitto, la violenza, il crimine in una bella sfera di suspence era il segno di uno stile inimitabile, di una grandezza geniale. Un po' la stessa cosa accade con Wodehouse. E' uno scrittore che non si appassiona ai grandi eventi della politica e ai maestosi sentimenti della società. Non affronta problemi drammatici. Le sue storie non sono attraversate da conflitti e contraddizioni. Ma chi ha detto che per essere grandi occorra un grigio repertorio di dolori? Perché in un museo ideale non si deve dare una saletta anche a Wodehouse? Ma questo lasciar fuori la realtà, la vita, il dolore, ha contribuito a farne uno scrittore di successo, ma ha anche permesso che di lui si dicesse: fa ridere però in fondo è uno scrittore mediocre.
Lucentini: Sì, questo ragionamento è stato decisivo ma è basato su una premessa falsa. Ci sono due modi, in realtà, per fare il romanziere. Uno è di buttarsi nella vita e andare fino in fondo; l' altro è di ignorarla completamente. Wodehouse ha scelto quest' ultimo. Lui ha fatto a meno del fluire della realtà. Si è delimitato un campo di lavoro molto ristretto e su quello ha fatto delle variazioni. In fondo è come se avesse preso un piccolissimo quadratino, vagamente legato all' Inghilterra eduardiana, e su quello avesse operato infinite combinazioni di stile.
Fruttero: Certo se si parte dall' idea dura a morire che lo scrittore deve occuparsi del vero, del reale, di tutto ciò che è elevato e nobile, beh allora è giusto intrattenersi solo con Wagner che descrive i grandi sentimenti le grandi passioni e ignorare Cimarosa per i suoi scherzi che al confronto sono dettagli irreali. Ma allora anche il Rossini leggero non è paragonabile a Verdi. Un discorso così finirebbe inevitabilmente nell' assurdo. Non si può dire che è arte solo la Cappella Sistina, e che una piccola natura morta di Chardin non lo è.
Lucentini: Oppure uno dice: Tiziano è più grande di Pietro Longhi. E allora? Nel suo piccolo la sua scenetta settecentesca di signori che prendono la cioccolata lui l' ha dipinta in maniera suprema. Questo non bisogna dimenticarselo. In Wodehouse mica vai a cercare come si vestivano quei personaggi lì, mica controlli se portano o no le ghette o quante volte pronunciano l' espressione ' I' m sorry. Lui è come Totò, come i fratelli Marx. Prende quel poco che gli serve dalla realtà e lo impasta con i suoi giochi personalissimi. Wodehouse è un minore di genio.
Ma voi una volta lo avete paragonato a Dickens e Balzac. E' così?
Lucentini: Oddio, è stato un confronto esteriore. Noi, come tutti gli scrittori che fanno grande fatica a scrivere, abbiamo sempre provato un' invidia morbosa per quelli che come Dickens, Balzac, Dumas, Wodehouse, Simenon sono prolifici, straripanti. Wodehouse che tipo di scrittore è?
Fruttero: Non è un intellettuale e noi in genere siamo abituati a considerare tutti gli scrittori degli intellettuali, cioè gente che scrive a un secondo grado. Calvino per esempio era uno che prima di scrivere si era letto tutto, aveva digerito tutto. Borges era un intellettuale, Gadda lo stesso. Lo scrittore che non risulta esserlo è rarissimo. In questo secolo abbiamo appunto Wodehouse e Simenon.
Lucentini: Si sente subito l' immediatezza, la freschezza dello stile, qualcosa che non accade a chi prima pensa e poi scrive. In lui non c' è il raffinato compiacimento. Vedi solo la maniera esplosiva, naturale dello scrivere. Riscopri il piacere, la felicità della lettura. Ti accorgi della differenza con la nostra comunità letteraria dove insieme al fatto che siamo tutti bravini, che abbiamo letto i libri giusti e che facciamo le citazioni giuste, percepisci il clima asfissiante. Capisci che non c' è la leggerezza, l' incanto che ti dà la pagina di Wodehouse.
Voi parlate di stile, d' accordo. Ma vediamo anche qualche tema che c' è nei romanzi. Per esempio la stupidità. Vi viene di accostarla a quella di cui a lungo ha parlato Flaubert?
Fruttero: Ma no. No, per quei motivi che dicevamo, perché non scriveva da intellettuale. Wodehouse non è un intellettuale, non è arrabbiato e irritabile come era Flaubert, uomo furibondo e roso da mille insofferenze. Wodehouse i cretini li ama moltissimo, gli piacciono. Tutti quei Lords, quella gente che fa gaffes monumentali sono le sue tenere creature. La cretineria in Wodehouse è gentile, è un misto di tolleranza e simpatia.
Vi sembra offensivo definirlo uno scrittore di evasione?
Lucentini: Ci pare improprio. Un grande scrittore non è mai evasivo perché impegna il lettore a gustare quelle finezze di cui è fatto lo stile. Ci sono scrittori penosissimi e serissimi che però hanno una prosa da rubinetto: la vedi scorrere e non te ne importa niente. Il tuo occhio sfila senza soffermarsi. Non c' è un aggettivo che non sia prevedibile, non c' è una costruzione che non sia già preparata da decenni, non c' è l' invenzione di una virgola; niente. C' è solo l' elevata intenzione di scrivere il capolavoro. Ma tu non leggi, non ti fermi solo perché qualcuno manifesta delle intenzioni. Uno scrittore vero come Wodehouse ti costringe invece a stare attento, non evadi affatto, sei lì che osservi con la lente quello che scrive.
Come leggono Wodehouse Fruttero e Lucentini?
Come uno scrittore inattuale. Questo è fondamentale. Perché la cosa che uno sente di più, che la gente avverte fortissimamente, è l' oppressione dell' attualità. Oggi poi ci sono molti più giornali, più riviste, più titoloni, più televisione per importi la realtà. La notizia ha preso un posto esagerato. Uno viene, così, attimo per attimo schiacciato da questa prepotenza dell' attualità; e desidera qualcosa che lo scarichi, che gli consenta di non parlarne più fino alla prossima alluvione di notizie. Ecco come noi leggiamo Wodehouse: come un antidoto, una medicina. Come leggeremmo Erodoto. Insomma, come un classico.
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