http://www.recensionifilosofiche.it/cro ... franco.htme Franco, Raffaella, In nome di Ippocrate. Dall’"olocausto medico" nazista all’etica sperimentazione contemporanea.
Milano, Franco Angeli, 2001, pp. 240, Euro 20,66.
Recensione di Corrado Del Bò
Etica (bioetica)
Indice - L'autrice
Il 25 ottobre 1946, con la costituzione di un apposito Tribunale militare, si apriva a Norimberga quello che sarebbe passato alla storia come "il processo ai medici". Nei quasi dieci mesi di durata del processo, ventitré imputati (venti dei quali medici) sarebbero comparsi alla sbarra per rispondere di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, specificatisi essenzialmente nella realizzazione di sperimentazioni disumane sui prigionieri dei campi di sterminio (complessivamente furono ventisei i protocolli sperimentali citati come capi d’imputazione); sedici di loro sarebbero, poi, stati giudicati colpevoli e, tra questi, sette sarebbero stati condannati a morte. Questi fatti, noti anche come l’"olocausto medico", costituiscono lo sfondo di un’indagine di ampio respiro attraverso la quale Raffaella De Franco cerca di definire contesto storico, presupposti teorici e spazio epistemologico in cui collocare l’operato dei medici nazisti: l’obiettivo è, cioè, quello di capire se i barbari esperimenti condotti nei campi di sterminio rientrino tra i casi di violazione della relazione terapeutica medico/paziente per come viene disciplinata dal giuramento ippocratico o, piuttosto, vadano interpretati come esemplificativi di un differente e (per l’epoca) nuovo paradigma metodologico, il paradigma della medicina sperimentale. Si tratta di una questione importante e anche urgente, e va a merito di De Franco l’averlo segnalato: infatti, estrapolare i motivi, le intenzioni e gli scopi che hanno animato la sperimentazione nazista può servire per comprendere se e come la ricerca sperimentale contemporanea, in relazione alla quale oggi sono spesso evocati gli "spettri" nazisti, sia scivolata, stia scivolando o possa scivolare nel medesimo precipizio di sessant’anni fa. Quattro sono le tesi attorno cui ruota il libro, e sono tutte tesi molto scomode. Le chiameremo, prendendo a prestito o parafrasando espressioni dell’autrice, la favola senza mostri, noi non siamo soli, il convitato di pietra e la consegna alla storia del Codice di Norimberga, e ne daremo conto in quest’ordine separatamente, confidando che l’esposizione ne riveli la loro profonda interconnessione.
La favola senza mostri. Secondo l’autrice, per quanto possa essere confortante, è semplicemente falso attribuire la colpa delle atroci sperimentazioni condotte dai medici sui prigionieri dei campi di sterminio alla follia di pochi o alla particolare violenza del potere nazista, che solo con la forza si sarebbe assicurato la collaborazione degli ambienti scientifici. Al contrario, scienziati e medici (molti dei quali, tra l’altro, non solo sfuggirono al processo ma anche, incredibilmente, continuarono nella Germania del dopoguerra la propria carriera scientifica e accademica) ebbero, secondo De Franco, un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle basi epistemologiche e ideologiche del nazismo: "il terzo Reich fu un’opportunità d’oro per la scienza biomedica per estendere le proprie frontiere, cercare le "verità ultime biologiche" senza veti morali, usando esseri umani come animali da esperimento. L’ideologia politica non domandava altro che quella opportunità venisse presa al volo, dato che gli animali umani coinvolti erano inutili, dannosi e sarebbero comunque stati sterminati. Perché non usarli per ricavarne benefici? L’olocausto scientifico coincise così con l’olocausto politico, ostentando, sia pure usurpandolo, il fondamento dell’ethos medico" (p. 95). La stessa organizzazione della tecnologia dello sterminio, del resto, contrasse, secondo De Franco, enormi debiti con la comunità medica e scientifica: infatti, "il potere politico nazista non avrebbe potuto intraprendere un genocidio su scala continentale senza l’aiuto di autorità biomediche e scientifiche competenti, poiché i problemi tecnici e logistici di rastrellare, trasportare, sfruttare, uccidere, accatastare ed eliminare i corpi di milioni di persone di varie etnie richiedevano competenza e abilità su larghissima scala" (p. 43). Da questo punto di vista, non è un caso che gli imputati di Norimberga abbiano avanzato davanti alla Corte ragioni che ritenevano morali per difendere il proprio operato: era, infatti, l’obiettivo morale della salute genetica della razza umana (che per loro coincideva con quella ariana) a orientare i loro programmi scientifici di ricerca e le loro sperimentazioni; e, quando uccisero, sostiene De Franco, lo fecero in nome non della scienza, ma della morale. La storia della medicina tedesca prima e dopo l’avvento del nazismo, lungi dall’essere immacolata, è anzi popolata di mostri; non riconoscerlo significa raccontare una favola.
Noi non siamo soli (Wir stehen nicht allein). La strategia difensiva degli imputati di Norimberga mise in evidenza uno scenario parecchio imbarazzante per la Corte: alcune delle tecniche impiegate nei protocolli sperimentali nazisti erano state elaborate e testate dagli appartenenti a quell’Associazione medica americana i cui rappresentanti rivestivano nel processo i panni di periti per l’accusa. Questo fatto ha una spiegazione che è sgradevole, ma ha il pregio di essere vera: come De Franco documenta accuratamente, le teorie eugenetiche erano, nella prima metà del XX secolo, universalmente riconosciute come valide sotto il profilo scientifico e di fatto fornirono l’alibi ideologico per politiche eugenetiche su ampia scala, non solo nei campi di sterminio e non solo sul suolo tedesco. La vicenda delle sterilizzazioni è emblematica: negli anni Venti, la sterilizzazione forzata degli handicappati mentali, dei criminali e, a volte, degli homeless era prevista da esplicite disposizioni legislative in più della metà degli Stati dell’Unione americana e, particolare non trascurabile, era praticata facendo ricorso alle medesime tecniche in uso nei campi di sterminio. Per questo a Norimberga non si poté includere la sterilizzazione di massa come crimine di guerra, ma ci si dovette avvalere dell’escamotage di concedere un risarcimento dei danni per chi avesse potuto dimostrare di non rientrare in una di quelle categorie per le quali la sterilizzazione era obbligatoria. E per questo, quando il medico personale di Hitler e plenipotenziario del Reich per l’Igiene e la Salute Karl Brandt ripeteva davanti alla Corte il tronfio slogan della propaganda nazista "Wir stehen nicht allein" ("Noi non siamo soli"), non lo si poteva smentire: i nazisti, nella campagna eugenetica, non erano davvero soli, purtroppo.
Il convitato di pietra. A Norimberga, nella persona dei medici nazisti, si processò la medicina tradizionale, fondata sul modello ippocratico e sulla relazione terapeutica medico/paziente; e gli imputati furono riconosciuti colpevoli, tra le altre cose, di aver violato l’etica medica. Tuttavia, afferma De Franco, il vero imputato di quel processo, il convitato di pietra appunto, sarebbe dovuto essere un altro, e precisamente la nuova metodologia sperimentale. Ad Auschwitz non c’erano, infatti, medici e pazienti, ma sperimentatori e "materiale sperimentale"; pertanto, secondo De Franco, l’ambito pertinente per la formulazione di un giudizio morale sui medici nazisti è quello dell’etica della sperimentazione e non quello dell’etica della cura. La sacrosanta condanna morale non può, cioè, essere giustificata in ragione del fatto che i medici nazisti non rispettarono il giuramento ippocratico, semplicemente perché vengono a mancare i presupposti per collocare il loro operato all’interno del quadro concettuale della medicina tradizionale. Su questo equivoco non solo si è giocato il processo ai medici, ma rischia anche di avvitarsi il dibattito odierno sulla sperimentazione biomedica, con la metodologia sperimentale che continua a rimanere il convitato di pietra. In questo senso, allora, De Franco può scrivere che "il timore di un effetto-valanga, cioè che le immense prospettive sperimentali della biomedicina oggi portino ad un modello degenerativo della medicina nel sistema sociale esistente, è infondato. Se un modello di medicina coincidesse con un progetto politico, se quest’ultimo fosse talmente forte da divenire totalitario, allora, forse, un progetto di sterminio sociale potrebbe divenire un progetto di sterminio sanitario" (p. 127). Infatti, il problema reale è un altro: non si può o non si vuole riconoscere il fatto che il rischio che esiste "è immanente alla natura stessa della sperimentazione (di cui l’‘olocausto medico’ è un esempio di metodologia applicativa), la quale non prevede alcuna morale, perché non ne ha costitutivamente" (p. 128).
La consegna alla storia del Codice di Norimberga. Alla sentenza contro i medici nazisti, il Tribunale allegò un documento di dieci punti per il quale entrò presto in uso la denominazione di Codice di Norimberga. Il Codice di Norimberga tentava per la prima volta di fissare dei principi che regolassero l’utilizzo degli esseri umani nella ricerca medica, vincolando tale utilizzo, in maniera incondizionata e inequivocabile, al consenso della persona coinvolta nella sperimentazione (così l’incipit del primo principio: "il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale"). De Franco svolge una scrupolosa analisi comparata di questo documento e di quello che per iniziativa Associazione medica mondiale lo ha sostituito nel 1964, la Dichiarazione di Helsinki, mettendo in luce le notevoli differenze che li caratterizzano; in particolare, ed è per questo che si parla di un’avvenuta consegna alla storia del Codice di Norimberga, nella Dichiarazione di Helsinki (e nei suoi successivi aggiornamenti, nonché nel Belmont Report del 1979) fu eliminato ogni riferimento all’incondizionalità del principio del consenso volontario e la questione della moralità dei trattamenti sperimentali fu, in definitiva, ridotta a un problema di competenza del medico sperimentatore. In questo modo, si congedavano gli orrori dei lager, qualificandoli come eventi unici e irripetibili, e si riproponeva l’autoreferenzialità morale della sperimentazione medica su esseri umani: il medico tornava, cioè, a essere garante della correttezza morale della sperimentazione e la libertà di ricerca (anziché il consenso volontario) la chiave di volta su cui si costruiva l’etica della sperimentazione medica. Insomma, la consegna alla storia del Codice di Norimberga ha permesso, da un lato, di consegnare alla storia anche il "Processo ai medici" e, dall’altro, di salvare il "convitato di pietra", la metodologia sperimentale. Tuttavia, il prezzo che è stato pagato per questo salvataggio non è, secondo De Franco, da poco: infatti, "la medicina sperimentale, oggi come allora, non riconosce principi morali ineludibili e controllabili e rivendica una costituzione morale, patrimonio del medico in quanto tale, al quale la società civile, se dovesse essere allertata da errori di percorso (e l’‘olocausto’ medico si ridurrebbe soltanto a questo) potrebbe fornire solo ‘Raccomandazioni’, ‘Prescrizioni’" (p. 173). Se questo è vero, allora, conclude De Franco, non è insensato pensare di ripartire dal Codice di Norimberga; dopotutto, non conosciamo argini altrettanto solidi contro il rischio che i mostri ritornino.
Indice
Introduzione — 1 In nome della scienza — 2 Per Ippocrate, oltre Ippocrate — 3 Il tempo della cura, il tempo della sperimentazione — 4 Un lungo percorso — Glossario — Bibliografia — Indice dei nomi
L'autrice
Raffaella De Franco è docente di Filosofia Morale ed insegna Bioetica presso il Dipartimento di Scienze Filosofiche della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. È membro dell’International Society of Technology Assessment in Health Care (ISTAHC). Fra i suoi lavori più recenti un’antologia dal titolo: Bioetica e tolleranza. Questioni di medicina e morale per il terzo millennio (Levante ed., Bari 1998).