L'autunno arabo
Di Eric Draven
Sono passati molti mesi da quando il Nord Africa s'è infiammato provocando una reazione a catena di insurrezioni popolari.
Presto è ancora per trarre conclusioni definitive, quindi sforziamoci di limitarci ad analizzare le varie situazioni.
Partiamo dalla prima a ribellarsi, la Tunisia: nata dall'insofferenza verso il presidente Ben Alì accusato di corruzione, nepotismo, incapacità e scatenata dal suicidio di un giovane, la rivolta tunisina è stata la prima chiudersi con una regolare tornata elettorale, che ha visto il successo della formazione islamista Al-Nahdha (o Ennahda).
Buoni risultati paiono aver ottenuto anche i movimenti dell'avversario storico di Ben Alì, Marzouki, e il gruppo Ettakatol.
Secondo gli schemi occidentali Al-Nahdha è da considerarsi un movimento di destra, mentre vengono considerati gruppi progressisti gli altri due.
Da rimarcare come anche secondo gli osservatori internazionali, le elezioni e soprattutto le operazioni di voto si siano svolte senza problemi particolari e senza accuse di brogli da parte di nessuno.
Alcune considerazioni sono già possibili:
1-circa il 95% degli eletti sono uomini
2-i gruppi laici hanno pagato lo scotto del poco tempo per organizzarsi e per questo hanno pagato dazio in cabina elettorale contro la meglio strutturata (e probabilmente meglio finanziata) compagine filo-islamista
3-non sono mancate gli episodi di violenza a seguito della proclamazione dei risultati.
Il problema principale pare essere al momento la formazione del governo: Al-Nahdha sarà chiaramente il partito di maggioranza, ma la necessità di coinvolgere almeno un paio di esponenti dei movimenti laici sta ingessando la situazione.
le accuse di essere finanziata dal Qatar (il cui sovrano spinge per un'avanzata della Fratellanza Musulmana nella regione) impediscono un dialogo tra le forze politiche.
E’ difficile al momento decidere quale sarà la strategia tunisina e se ad esempio ci si orienterà verso un avvicinamento diplomatico con l'Europa (che ospita migliaia di fuoriusciti tunisini che aspettano di capire se il nuovo ordinamento consentirà loro di rientrare in patria) oppure se si stia rischiando un allontanamento della riva meridionale del Mediterraneo.
Dopo la Tunisia venne la ribellione egiziana, con Hosni Mubarak costretto a rifugiarsi a Sharm el Sheik dopo che anche ampi settori dell'esercito si erano schierati coi rivoltosi; la prima fase della rivolta si è conclusa con la sospensione della costituzione egiziana e l'affidamento del potere nelle mani dei militari.
Venne creato un Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) al fine di gestire quella che appariva solo come una fase di transizione, per consentire alle forze politiche di organizzarsi e strutturarsi, in vista di una successiva tornata elettorale, con cui il potere sarebbe tornato nelle mani popolari.
Questa fase di transizione però si sta allungando in modo sinistro, tanto che coloro che occuparono piazza Tahrir in febbraio si stanno mobilitando e per oggi 12 novembre si prevedono, non solo al Cairo, manifestazioni di protesta
Nel frattempo, è riesplosa la violenza religiosa, che ha portato poche settimane addietro a decine di morti, quasi tutti cristiani copti, mentre sono stati utilizzati mezzi blindati dell'esercito per sedare manifestazioni di protesta.
Nel complesso, la situazione egiziana è molto lontana dal potersi definire pacificata.
Anche il processo a Mubarak procede con una certa lentezza
E non si riescono ancora a delineare le forze partitiche: sicuramente anche in Egitto sarà facile prevedere una presenza massiccia della Fratellanza Musulmana.
Infine, la Libia.
Il caso che ha tenuto maggiormente banco perchè in Libia, a differenza che in Tunisia ed in Egitto, l'esercito è rimasto ben saldo dalla parte di Gheddafi.
Motivo per cui gli insorti della Cirenaica avrebbero fatto velocemente una brutta fine, se ai dirigenti del Consiglio Nazionale Transitorio non fosse venuta la brillante idea di correre dall'unico paese che avrebbe avuto interesse a soccorrere militarmente gli insorti, ovvero la Francia.
In cosa consiste l'interesse francese? Ovviamente nel fatto che con Gheddafi i francesi non avevano nemmeno un pozzo di petrolio sotto controllo della Total.
Per questo, Sarkozy, vista la possibilità di un notevole guadagno, si è lanciato con mezzi e fondi a Bengasi, costringendo Inglesi ed Americani ad imitarlo, per non rimanere col cerino in mano.
In questa situazione, l'Italia si è distinta per ignavia: solo un anno e mezzo prima, era stato firmato un accordo di cooperazione col regime di Gheddafi, in cui ci si impegnava, tra le altre cose, a non concedere l'uso delle basi NATO presenti sul nostro territorio per azioni contro Tripoli.
Ovviamente tutto questo senza denunciare la nostra adesione alla NATO.
Quando pertanto si è verificata l'ipotesi contenuta nel trattato, l'Arlecchino servitor di 2 padroni che era il governo italiano ha dovuto cedere alle pressioni internazionali, ma soprattutto al fatto che l'ENI (presente in forze in Libia) da un nostro schierarsi con Gheddafi avrebbe subito un danno devastante.
Mentre quindi agli occhi dei libici francesi ed inglesi potevano vendersi come gli alleati del CNT che si batteva contro il tiranno maestro di bunga bunga, l'Italia tentava disperatamente un recupero d'immagine verso la popolazione che identificava il nostro governo come il miglior amico di Gheddafi.
In questo modo, il danno d'immagine era doppio: da una parte, mostravamo al mondo che l'antico vizio italico di tradire l'alleato per passare dall'altra parte della barricata non era mai morto; dall'altra, potevamo solo contenere il danno economico che la nostra industria petrolifera inevitabilmente subirà dal fatto che sul mercato petrolifero libico apparirà un nuovo e forte concorrente.
Ciò premesso, la guerra civile libica è durata circa 8 mesi e si è conclusa con il massacro di Gheddafi stesso, il cui corpo è stato pesantemente umiliato prima dell'esecuzione sommaria.
I primi passi del nuovo governo libico sono state piuttosto vaghe; l'uomo chiamato a sostituire Jibril, Abdul al-Raheem
Non sembra convincere molto la comunità internazionale; anche se non tutti sono poi così interessati ad una Libia autorevole... ovviamente quelle chiedere un pò di tempo alla comunità internazionale per raccogliere le idee e soprattutto gli uomini per il nuovo corso. Forse l'unico attorno al quale la Libia potrebbe riconoscersi è l'erede al trono di Idriss, ma dipenderà moltissimo dalla sua capacità di proporsi come elemento unificante del popolo.
La paura adesso è non solo la possibile deriva islamista, ma soprattutto la balcanizzazione della Libia, storicamente divisa in tribù spesso in lotta tra di loro.
Come detto in partenza, non vogliamo fare bilanci o trarre ancora conclusioni definitive; ci limitiamo a registrare la situazione e a tentare di interpretarne i segni.
Sarà bene rivedere la situazione tra 6 mesi, per verificare se la speranza della "primavera araba" sarà stata una bolla di sapone o meno.
Eric Draven


