La politica col pallottoliere
Fortune e disgrazie del berlusconismo
di Florian
“Mi basta un uomo in più per governare”. Questo rispondeva piccato Silvio Berlusconi a chi, dopo lo strappo con Fini, gli faceva continuamente notare che i numeri del Pdl erano ballerini alla Camera. Per mesi la linea del Cavaliere, volta a sfilare grazie all’abilità di Verdini unità di “responsabili” alle opposizioni, si è rivelata vincente. Sono stati i numeri che gli hanno dato ragione ed è grazie a questi che è potuto andare avanti, una fiducia dopo l’altra, fino a quando i mercati e lo spread hanno imposto all’Italia un repentino cambio di marcia. E di guida.
Arriva dunque Monti ed è tempo per il centrodestra di interrogarsi. Forse non lo farà subito, forse non lo faranno tutti, ma di certo una riflessione su quanto di poco di incisivo si sia riusciti a fare in questi anni prima o poi si aprirà. Il refrain finora usato per motivare il deragliamento della “rivoluzione liberale” ha suonato pressappoco così: non ci hanno permesso di farla. Non ce l’ha permesso prima Bossi, poi Follini, quindi Fini. Gira e rigira la colpa è sempre di un altro, di un “traditore” pronto alla pugnalata alle spalle. Ma forse la rivoluzione non si è fatta perché non la si è voluta fare, per mancanza di forze e poca convinzione.
Iniziamo a sfatare un mito che sempre accompagna le nostre cronache. Berlusconi, politicamente parlando, non è mai stato un estremista e tanto meno un estremista liberale. I suoi famosi “strappi”, che tanto hanno diviso l’opinione pubblica nazionale ed estera, hanno infatti riguardato solamente il protocollo e le Istituzioni. In questi diciassette anni Berlusconi ha dimostrato di essere un non-politico per nulla avvezzo al cerimoniale classico (e talvolta persino alla buona educazione) e di voler difendere i suoi interessi privati contro tutto e tutti. Qualcuno dice che sono stati questi interessi, e non l’amore per la libertà o per l’Italia, a costringerlo a lasciare le sue imprese per il Palazzo.
Ad ogni modo il Berlusconi che cita l’esempio di Reagan e Thatcher come via per risanare conti pubblici e alimentare il benessere nazionale dura pochissimo. Giusto una campagna elettorale. Ma le difficoltà a tener fede al progetto liberista si palesano già al primo tentativo di mettere su un governo. La sua coalizione è infatti spaccata in senso prima di tutto geografico, a tal punto che non una ma due sono le liste che ne permettono la vittoria. Due “poli” con un programma diverso: l’uno, “delle libertà”, al nord; l’altro, “del buongoverno”, al sud. Per tenere insieme Bossi, Fini e Casini, che già allora la pensavano diversamente su tutto, Berlusconi è costretto a parlare due linguaggi diversi a seconda del diverso alleato. O a tentare una difficile se non impossibile mediazione che equivale a non scegliere. Tantomeno a fare quella “rivoluzione liberale” che ha sempre interessato in pochissimi, persino nell’originaria Forza Italia.
Non si spiegherebbe altrimenti la scelta fatale di Silvio di affidare il fondamentale ministero economico ad un politico esterno alla sua coalizione, quel Giulio Tremonti già socialista craxiano poi candidatosi coi centristi del Patto Segni. Quel posto, che di rigore sarebbe spettato a Martino, l’economista (liberale) di riferimento e tessera n. 2 di Fi, viene stranamente concessa ad una persona che non ha mai guardato a Milton Friedman come ad un esempio da seguire. Al contrario, per la politica economica del berlusconismo verrà riesumato un modello non solo diverso, ma per molti versi opposto a quello liberista. Si parlerà non a caso di “colbertismo” e si guarderà (con buona pace di Martino) se non alla Francia all’Europa, se non allo statalismo duro e puro al solidarismo.
Ma più dell’opportunistica resa a Tremonti, buono quale cinghia di congiunzione con i federalisti da un lato e i cattolici dall’altro, oltre che a tutti quei liberali a cui Friedman non è mai stato particolarmente simpatico, è sintomatica la resa di Martino, ovvero l’ideologo del libertarismo economico, l’unico cantore del reaganismo in Italia. Ebbene Martino ha successivamente dichiarato di aver preferito il ministero della Difesa in quanto conscio delle difficoltà di poter realizzare in Italia un programma liberale e indisponibile a venir meno ai principi. Questo autentico “cuor di leone”, sempre pronto a impartire lezioni di liberismo sui giornali quanto lesto a defilarsi d’ogni responsabilità politica, ha ammesso anche di aver scelto le Forze Armate perché il buon Friedman gli aveva insegnato che a chiedere soldi allo Stato per esse non si commetteva peccato.
Sotto questi auspici nasceva il berlusconismo. Una coalizione che prometteva per bocca del suo leader risanamenti di natura liberale – tagli alla spesa pubblica, meno tasse, meno sprechi – ma nel pratico rinverdiva il più puro tirare a campare andreottiano: dare qualcosina a tutti (che equivaleva poi a non accontentare nessuno), adoperando il linguaggio e della destra e della sinistra (il farsi “concavo e convesso” del Cavaliere) consci di dover trattenere insieme elettorati divisi su tutto: sullo Stato nazionale/federale, sul garantismo/giustizialismo, sul liberismo/solidarismo, tre questioni dirimenti che per anni hanno immobilizzato il centrodestra italiano impedendone una politica coesa. Quando alla fine si è tentata la via della compattezza e della coerenza la coalizione originaria – e non poteva essere diversamente – è finita in pezzi.
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Si è detto che Berlusconi, da buon andreottiano, ha sempre preferito “tirare a campare” piuttosto che “tirare le cuoia”. E con lena certosina si è sempre adoperato affinchè restasse il dominus di una coalizione in grado di vincere le elezioni, considerando al rango di mero optional la stesura di un programma realizzabile. A parole si è promesso di tutto e di più, dal milione di posti di lavoro, al contratto con gli italiani stipulato da Vespa. Ma nei fatti l’abbassamento delle tasse è stato disatteso, così come l’aver abolito l’Ici sulla prima casa non ha rimpinguato le tasche dei cittadini che hanno dovuto far fronte ad un innalzamento pazzesco delle tasse comunali. Anche il federalismo, alfa e omega della politica leghista, si è arenato per le oggettive difficoltà di farlo passare contro il disinteresse della maggioranza degli italiani. Tuttavia l’accordo tra il berlusconismo e il leghismo ha rappresentato la cifra dei governi di centrodestra dell’ultimo decennio ed è su questo accordo, per certi versi addirittura una simbiosi, che è necessario fare qualche riflessione.
Il fusionismo berlusconiano – Polo, poi Casa, poi Popolo della Libertà - non ha mai avuto una coerente linea politica di fondo. Si è sempre caratterizzato come una sorta di listone anticomunista, polemizzando un po’ pretestuosamente su una mancata social democratizzazione dell’ex Pci. A dimostrazione di ciò è stata sempre sottolineata la linea non-garantista, dunque non-liberale, dunque “comunista”, di un partito legato a filo doppio alle procure che hanno messo in ginocchio i partiti “democratici” della Prima Repubblica (sottacendo il fatto che fossero corrotti), e poi alimentato quella che viene definita una “persecuzione giudiziaria” nei confronti di Berlusconi.
Inizialmente però questa impostazione di pensiero riguardava essenzialmente gli aderenti a Forza Italia, collettore di vari “ex” scampati al terremoto giudiziario, laddove sia la Lega Nord che Alleanza Nazionale erano maggiormente inclini a supportare la magistratura che a denunciarla come sovversiva. La linea politico-mediatica “salvaladri”, portata avanti dai Biondi, dalle Maiolo, dagli Sgarbi, dai Liguori, e dai Ferrara, non era se vogliamo nemmeno la linea ufficiali di Fi, ma solo dei settori più militanti del partito di natura liberale, radicale e socialista. Ma il corpaccione democristiano, abilmente guidato da Scajola, era interessato maggiormente alla gestione del potere. Nel complesso l’elettorato che votava Berlusconi si divideva tra le partite Iva fautrici della liberalizzazione e i dipendenti pubblici e le casalinghe d’orientamento più conservatore. Come potessero armonizzarsi ceti così diversi era un bel problema per Silvio, il quale però promettendo tutto a tutti (vedi lo “Stato amico”, un’immagine questa che avrebbe fatto imbestialire un reaganiano ortodosso), non si è mai preoccupato troppo dell’eterogeneità della sua coalizione. Fatto sta che, tra gli alleati, i postfascisti non lo amavano affatto e diffidavano del suo teorico liberalismo (“Fini o D’Alema a Palazzo Chigi” titolava L’Italia settimanale di Marcello Veneziani all’indomani del famoso Ribaltone); mentre i leghisti, allora fortemente “manettari”, passarono presto all’opposizione, iniziandolo a chiamare il “mafioso di Arcore” per via delle sue tanto chiacchierate frequentazioni. Per i cattolici del Ccd, invece, il problema rappresentato da Berlusconi consisteva nella sua figura di “lider maximo”, aliena per un ceto politico democristiano che ha sempre guardato ad una conduzione pluralistica del partito.
Delle tre obiezioni, quella economica (An), quella giustizialista (Lega) e quella verticistica (Ccd) è stata quest’ultima a risultare alla lunga vincente, nonostante in un primo momento fossero le prime due ad avere il sopravvento. Della Lega e del suo trasbordo a sinistra si è detto. L’aver consegnato un alleato all’avversario impedì a Berlusconi di vincere le elezioni nel 1996, ma al tempo stesso favorì una maggiore unità fra liberalsocialisti, cattolici e social-nazionali. L’amalgama fu reso possibile con l’attenuazione dell’agenda laico-liberale originaria nella prima Fi a vantaggio di posizioni più in linea con la dottrina sociale della Chiesa di cui si fece principale garante Tremonti.
Il Berlusconi che si opponeva a Prodi dai banchi dell’opposizione veniva ormai considerato dai più come un neo-democristiano, a tal punto che nel ’99, in occasione delle elezioni europee, il “postfascista” Fini sentì l’urgenza di rappresentare una destra liberale in accordo col Patto Segni. Forse fu allora che, per reazione al movimentismo finiano, nacque per la prima volta il “berlusconismo”. E nacque come l’irrigidimento lealista di un ceto politico e mediatico strettamente connesso a Berlusconi, preoccupato di sottolinearne l’assoluta proprietà della leadership del centrodestra e della sua identità liberale. Mettendo in moto quella “macchina del fango” che più volte verrà in soccorso del Cav. utilizzando mezzi leciti e non leciti per affossare nemici esterni e, ancora più spesso interni, Berlusconi si sbarazzò facilmente della pretesa finiana di gareggiare con lui sul tema delle libertà. A Fini venne imputato di non fare più la destra, che voleva dire non essere più fascista, un’accusa paradossale visto che solo pochi anni prima al leader di An era stato rinfacciato di non essersi pienamente liberato della vecchia eredità politica. Ed è sintomatico che gli attacchi più duri abbattutisi su Fini provengano da una parte consistente del suo stesso partito, che d’accordo con Berlusconi si diede piuttosto da fare per “sabotare” l’alleanza con Segni, una sorta di Terzo Polo ante litteram.
Fu tuttavia la necessità di mettere fine al dominio prolungato dell’Ulivo a far sì che le polemiche interne al centrodestra non superassero mai la soglia di guardia. Cosicché i berlusconiani di destra, i cosiddetti “berluscones” (La Russa, Gasparri, Mussolini) rimasero fedeli a Fini nella misura in cui questi restava fedele al Cav. Un servire contemporaneamente due padroni di cui quello principale comandava il partito alleato. Iniziò così, da un atto di supina accondiscendenza, il fenomeno del berlusconismo: una sorta di fascistizzazione di Forza Italia, ovvero di un populismo intriso di almirantismo. Dopo quelle lezioni stravinte da Berlusconi e soprattutto dopo la riconquista del governo da parte della Casa delle Libertà nel 2001, non fu possibile in alcun modo mettere in discussione una gerarchia in cui il leader non era più il primus inter pares quanto il padrone assoluto.
Per battere la coalizione di Rutelli, Berlusconi aveva però bisogno di riallargare il centrodestra alla Lega. E poiché non si fidava, dopo quanto era successo, di Bossi, stipulò con lui un patto preelettorale presso un notaio che in pratica obbligava il leghista a non tradire la coalizione e quest’ultima di farsi carico del federalismo, la bandiera politica del popolo padano. Ancora una volta Berlusconi si mostrava un maestro nelle alchimie coalizionali, un mago dei numeri elettorali, ma doveva pagare pegno riguardo alla coerenza politica. Un esempio tipico del zig-zag berlusconiano di questi anni ebbe come teatro la politica estera. Negli anni Novanta il Polo delle Libertà era stato euroscettico, opponendosi (linea Martino) alla scelta europeista di Prodi che guarda caso farà la fortuna dell’Ulivo. Naturalmente un centrodestra euroscettico nel 1996 era impensabile potesse ripresentarsi nel 2001. Cosicché agli affari esteri fu proposto Renato Ruggiero, un diplomatico estraneo alla compagine di centrodestra, molto apprezzato in ambito internazionale, che secondo i piani di Berlusconi avrebbe dovuto far superare i tanti pregiudizi che all’estero si nutrivano verso il neonato governo. L’operazione, al solito machiavellica, ebbe esiti disastrosi, tanto che il povero Ruggiero sentendosi non supportato nella sua azione da Bossi & Co., dovette rassegnare le dimissioni dopo solo pochi mesi.
Il II Governo Berlusconi fu caratterizzato da continue liti interne tra l’asse Berlusconi-Bossi e il “sub governo” Fini-Follini, una polemica che rinverdiva antichi dissidi. Ma prima ancora dello scontro frontale tra Follini e Berlusconi si assistette ad un’altra polemica lacerante, tutta incentrata sull’economia, tra Fini e Tremonti. Quest’ultimo era infatti accusato dentro il partito sia di “poca collegialità” che di mostrare una sensibilità pronunciata per gli interessi del Nord. In virtù del peso politico di An, allora seconda gamba della Cdl, il ministro dell’economia dovette dimettersi e il suo posto passare ad un altro tecnico, Siniscalco, durato anch’egli non molto, malvisto com’era dai suoi stessi colleghi. Se i finiani si sbarazzarono di Tremonti, il capro espiatorio dei berlusconiani fu il cattolico Follini. Le sue dimissioni e la sua fuoriuscita addirittura dal partito, non impedirono comunque l’abbandono dell’Udc dal centrodestra, decretando nel 2005 la nascita di un III Governo Berlusconi senza i centristi e a maggiore trazione leghista. Il Polo delle Libertà stava in parte espellendo e in parte fagocitando il vecchio Polo del Buongoverno.
Il Cavaliere riuscì a mandare comunque in porto la legislatura, sostituendo ancora Siniscalco con Tremonti e rinsaldando l’asse con Bossi. Tuttavia il centrodestra arrivò alle elezioni del 2006 completamente allo sbando e solo una vigorosa performance elettorale del suo leader impedì a Prodi di conquistare una piena vittoria. Al contrario, il centrodestra conquistò un’inaspettata “mezza sconfitta” che si rivelò negli equilibri interni però una super-vittoria per Berlusconi e un mezzo capitombolo per Fini. Quest’ultimo, che sperava in cuor suo di raccogliere finalmente l’eredità del Cav. si trovò al contrario messo all’angolo, accusato di non essersi particolarmente impegnato in campagna elettorale. Dal canto suo Berlusconi si era ormai convinto che i suoi alleati, con l’eccezione della Lega, costituivano per lui un’inutile e pesante zavorra. E visto che con Fini il dissidio era ormai aperto da tempo e di difficile soluzione, il Cavaliere si inventò la creazione di un partito disegnato sulla sua persona, il Popolo della Libertà, che finirà per inglobare al suo interno la destra della vecchia Cdl rendendola di fatto inoffensiva. Battezzato con acclamazione popolare dall’alto del famoso predellino, il Pdl rappresentò per tutti l’immagine plastica di quello che da allora venne a gran forza chiamato “berlusconismo”, ovvero una sorta di gaullismo all’italiana.
Messi in anticamera Reagan e il liberismo, l’ultima identificazione del camaleonte Berlusconi è quindi nel modello per certi versi opposto del nazionalpopulismo, con gran giubilo degli ex-colonnelli di Fini e con gran scorno di quest’ultimo, ridotto a gestire una minoranza critica di “libertari di destra” completamente in disaccordo con la linea ufficiale del partito. L’avvento del berlusconismo, con un imbarazzante culto del capo annesso, ha rappresentato alfine la vittoria del postfascismo sul liberalismo originario di Fi, che quando non è rimasto fedele al Cav. per ragioni di affetto si è incamminato verso altri lidi oppure è uscito silenziosamente di scena. Il resto è cronaca di questi giorni, con Fini che riacciuffa l’amico Casini all’opposizione, sostituiti prontamente dagli Storace e gli Scilipoti. Gli scandali sessuali e il clima decadente da basso impero del IV Governo Berlusconi sembrano chiudere un’epoca durata diciassette anni, lasciando inalterati i problemi che affliggevano l’Italia nel ’94 e che non affrontati per tempo si sono naturalmente aggravati. E ha reso evidente che una politica fatta col pallottoliere può permettere ad un politico di vincere ripetutamente alle elezioni ma non per questo di conquistarsi i benevoli giudizi della cronaca. E, crediamo, neanche quelli della storia.
Tra Berlusconi e i suoi, in questi anni, ci si è riempiti la bocca di popolarismo e di Unione Europea, ma una dissennata politica di numeri ha fatto sì che negli anni il progetto di un centrodestra italiano - che in un dato momento sembrava pure realizzarsi grazie all’opera congiunta di Ddornato (Fi), Malgieri (An) e D’Onofrio (Udc) -, contrariamente a quanto predicavano i vecchi professori berlusconiani presto scomparsi, si sia rivolto altrove, ai richiami del populismo libertario dei Tea Parties americani o a quelli xenofobi e antislamici di Geert Wilders e di Marine Le Pen. Se l’identità dell’Udc resta chiaramente ancorata alla tradizione europea democristiana, e se lo stesso Fini ha compiuto degli sforzi notevoli per rappresentare da noi un modello di liberalismo laico sensibile a valori cattolici quali la solidarietà, l’integrazione multietnica e la pace, e dunque anch’esso rubricabile nella grande tenda moderata del popolarismo, l’opzione berlusconiana ancora sfugge ad un inquadramento politico preciso, complice una politica esauritasi negli anni nella mera gestione del potere. Con l’aggravante del calo verticale di credibilità e di stima internazionale nei confronti di un leader che per molti italiani è ancora una bandiera, al netto del gossip sessuale e dei fallimenti politici.
Così non fa scandalo che in questi giorni un deputato europeo di Fli, Salvatore Tatarella, il fratello del compianto Pinuccio, invii una lettera ai colleghi italiani del Parlamento europeo sottolineando che grava sul Pdl aver governato con una “formazione distintasi per linguaggi, iniziative e politiche di sospetto stampo razzista” quale la Lega. Una pericolosa deriva politica che porta il deputato di Fli ad augurarsi che alla fine, come per il risanamento economico italiano, il Ppe imponga al berlusconismo una “ricetta salvifica prima che il Pdl stesso “diventi una formazione estremista”. O venga comunque giudicato tale, aggiungiamo noi, dai partner europei che in mancanza di una sterzata verso il moderatismo potrebbero rimettere in discussione quell’adesione al loro gruppo, datata 1998, che ha costituito nei fatti il lasciapassare politico per Berlusconi e i suoi. I numeri, questa volta, potrebbero non tornare
Florian






