Patet exitus: si pugnare non vultis, licet fugere
Panoramica storica sul suicidio
Il dibattito sul suicidio ha visto coinvolti nel corso della storia numerosi filosofi e pensatori. La liceità o meno dell’usare violenza contro di sé, ed eventualmente in quali circostanze l’uso della violenza trovi una propria motivazione etica fu oggetto di dibattito filosofico fin dalla Grecia antica.
Platone nel suo Fedone dice, per bocca di Socrate: “Non è lecito all’uomo sostituirsi al volere degli dei”. Secondo Platone la non liceità del suicidio deriva dall’essere sulla terra come il soldato di un posto di guardia, posto dal quale non possiamo allontanarci senza averne il permesso. Sempre Platone afferma la non disponibilità della vita, che è affidata agli dei ai quali si deve lasciare totale arbitrio. L’uomo è subordinato al loro volere e privo del diritto di autodeterminazione della morte. Lo stesso Platone però, più avanti negli anni, nelle Leggi, postula tre evenienze in cui si può eccepire al divieto del suicidio: se questo è ordinato dallo Stato, per irreparabile ignominia o per un’insopportabile disgrazia.
Nell’ Etica Nicomachea aristoteliana il suicidio è condannato non solo come atto di viltà, ma anche come crimine vero la polis. L’individuo è parte della società e non può, suicidandosi, sottrarsi ai doveri che gli derivano dall’appartenenza alla polis, a meno che non sia la città a chiedergli il suo sacrificio.
Gli stoici hanno una concezione decisamente tollerante circa la possibilità di porre fine liberamente alla propria vita, purchè il suicidio sia attuato in precise circostanze. Per gli stoici la vita è solo il presupposto dell’agire etico sintetizzato nel “Patet exitus: si pugnare non vultis, licet fugere”. Desperata salus, il non ritenere più possibile la salvezza, necessitas, l’essere costretti al suicidio per ordine o coazione (mors iussa o mors coacta), furor o suicido per follia, dolor nelle forme di impatienta doloris o valetudinis, ovvero per malattia fisica o mentale, pudor ovvero per vergogna, execratio o suicidio per vendetta, mala coscientia ossia suicidio per senso di colpa, tedium vitae nell’anziano, per dolore fisico intollerabile come avviene nell’inpatientia, per devozione e fedeltà come nelle devotio e fides, o per iactation termine con cui si indicava raramente il suicidio filosofico erano comunemente accettati come motivazioni al suicidio.
La categorica condanna al suicidio si diffonde insieme al Cristianesimo prima con Agostino d’Ippona, per estensione del V comandamento – non uccidere – e successivamente da Tommaso d’Aquino nel Summa Theologiae, come gesto diretto contro la naturale tendenza all’autoconservazione, contro la società a cui appartiene il singolo, contro il dono divino della vita.
Il suicidio acquisisce la connotazione del crimine, e si passa dalla condanna del peccatore alla sua criminalizzazione, tanto che in mancanza del reo a cui fare scontare una condanna ci si accanisce contro il suo cadavere e la sua tomba, in una serie lunghissima di vilipendi.
La trattazione del suicidio vedeva però già nel Rinascimento contrapporsi a questa visione etico-religiosa un approccio di carattere medico che pur mantenendo al suicidio in sé un carattere demoniaco mitigava la colpa del suicida in quanto privo per vizio di mente della volontarietà di suicidarsi. E’ proprio nel Rinascimento, seppure spesso col carattere di una doppia morale (una inflessibile che condannava il suicidio delle classi povere e una che invece tendeva a occultare e a mitigare la responsabilità dei suicidi appartenenti al clero o alla nobiltà), che vengono ripresi quei concetti di malattia già dibattuti da Aristotele, Celso, Galeno, Ippocrate. Da questa dibattito si sollevavano voci a favore di un atteggiamento di maggiore pietà e comprensione per il suicida.
L’Illuminismo criticò la durezza delle leggi che colpivano il suicida e la sua famiglia, arrivando a giustificarne alcune circostanze, riprendendo in parte l’etica degli stoici, e rivendicando il possesso della propria vita contro il dispotismo di Dio o dello Stato. Il dibattito si svolse in gran parte attraverso opere romanzate in cui la le prese di posizione avvengono per bocca dei personaggi (vedi ad esempio I dolori del giovane Werther).
Con lo sviluppo delle scienze sociologiche e della psicologia il suicidio diventa una risposta fortemente condizionata se non addirittura coatta a un dolore senza rimedio e senza uscita, un percorso di comprensione che è ancora in corso, che si propone di analizzare quello che resta comunque una decisione multifattoriale e per molti versi incomprensibile, che lascia solo marginalmente aperto lo spiraglio della volontarietà dell’uomo.
Fulvia


