Riflessioni sulle parole di Travaglio in tema di suicidio
di Fulvia
La morte di un uomo per suicidio lascia sempre in chi resta la sensazione dell’evitabilità e dello spreco, oltre che dell’angoscia, e molto meno, forse perché condizionati dal pensiero di non essere i depositari della nostra vita, una sensazione di rispetto, pietà e perfino compassione. La morte di Lucio Magri per suicidio assistito ha portato in questi giorni molte persone a dibattere e confrontarsi sia sul suicidio per sé che sul suicidio assistito. Indubbiamente se il tema suicidio affrontato in senso storico è affascinante, diventa meno affascinate e più doloroso quando conosciamo il suicida. Chiunque abbia vissuto il suicidio di una persona conosciuta sa che la domanda che ci si pone in maniera ossessiva è quella se si sia stati capaci o meno di capire il disagio dell’anima di chi ha scelto di “levar la mano su di sé [cit]”. Attribuiamo la causa del suicidio alla perdita di lucidità e della padronanza di sé, come dimostra il suo stesso gesto. Ancora, esperienza comune è quella di riconoscersi come “l’ultimo uomo”, ovvero di immaginarsi nella circostanza di intervenire all’ultimo minuto per fermare il suicida. Chi di noi non taglierebbe la corda o trascinerebbe fuori dall’acqua un aspirante suicida, e quanta gente ha sacrificato addirittura la propria vita per salvare da morte autoinflitta un perfetto estraneo? Che cosa ci spinge a volere la salvezza fisica dell’uomo, se non la perfetta immedesimazione in noi, istintuale o meno, che ci porta a immaginare lo stesso desiderio di vivere nostro nell’altro, il nostro volere essere salvati nell’altro, la nostra alienazione alla morte nell’altro?
Magri muore in modo non diverso da Socrate, colla moderna cicuta che ora ha il nome chimico di un medicinale. Muore in modo diverso solo nei fatti , come muoiono migliaia di persone che si lanciano nel vuoto, magari abbracciando i propri bambini nella folle pretesa di portarli con sé o allontanarli dal dolore del mondo, o che seduti ordinatamente su una strada in posizione di preghiera si lasciano ardere vivi per un motivo ideologico. Muore in modo diverso solo perché è diversa non la morte ma l’ultimo pezzo della vita. Magri prende un treno e paga una clinica, Primo Levi si lancia dalla bella tromba delle scale col mancorrente in ferro battuto e legno della sua casa torinese pur essendo sopravvissuto al i lager, Monicelli non aspetta magari quel pochissimo tempo che era logico aspettarsi dai i suoi novantacinque anni e si butta dalla finestra dell’ospedale dove era ricoverato. I commenti che ho sentito sul suicidio di Magri vertono su due principali punti: perché non si sia ad esempio buttato dalla finestra ma abbia scelto un modo quasi elitario di uccidersi, quello del suicidio assistito, con relativa analisi della vigliaccheria di Magri, e quello della curabilità della depressione. Magri era depresso, dicono. Curabile, si dice. Eppure io non riesco a trovare una via di uscita dalla riflessione che se da un lato la depressione è causa di suicidio, la natura stessa della depressione si riconosce attraverso il pensiero suicidario o l’azione o il tentativo suicidario. Abbiamo sviluppato nel tempo la convinzione che la cura della depressione sia arrivata alla guarigione della malattia in tutti i casi. Non è così. Una depressione radicata e inveterata può non giovarsi di un trattamento farmacologico o psicanalitico. Dalla depressione si può anche guarire, ma come sempre non è detto.
Invece, ho trovato interessanti le parole di Marco Travaglio sul suicidio assistito paragonato all’omicidio del consenziente. Anche se mi trovo in disaccordo perché mi sembra tratti della questione in modo molto forzato e confusionario, Marco Travaglio analizza per punti una serie di circostanze, prime tra tutti l’aiuto al suicidio. Travaglio sostiene che accettando per legittima la disponibilità della propria vita l’essere assistiti nel suicidio in realtà contraddice il presupposto delegando la propria vita ad un altro. Credo che Travaglio non abbia le idee veramente chiare su che significhi suicidio assistito. Significa sic et simpliciter fornire i mezzi e la conoscenza. Come dire, insegnare a fare un cappio a chi si vuole impiccare, in modo che questo cappio non si sleghi. Non significa iniettare(azione attiva) un veleno. Io non mi sento di chiamare quello di Magri omicidio del consenziente, perché Magri aveva ogni attitudine fisica per il tipo di suicidio che ha messo in atto e per me Magri si è ucciso da solo, pur se un altro essere umano gliene ha fornito gli strumenti fossero questi il know-how della scienza o un poco di penthotal.
Invece mi domando se la pietas estrema possa essere motivo valido per aiutare una persona che non ha la capacità fisica di arrivare al suicidio, fatti salvi tutti i tentativi di convincimento, ovvero se esista una liceità nel suicidio assistito. E’ un aspetto che mi lacera enormemente, e credo che in questo caso solo una persona cara possa , volendo e avendone la forza, aiutare qualcuno a togliersi la vita e assumersi stante le leggi vigenti il carico penale che da questo consegue. Pensandoci, la cronaca ci offre periodicamente storie simili in cui si intrecciano l’omicidio del consenziente e il suicidio. In questi casi mi sento di dire che il suicidio possa in qualche modo essere il prezzo del sangue dell’omicidio del consenziente, o che almeno questo è un sentire comune che mi pare di cogliere.
Sempre sul Fatto si accenna a quel pendio scivoloso che sempre compare in tutti i dibattiti etici: se si fanno delle eccezioni potremmo trovarci a rendere etici, e quindi leciti, comportamenti che non lo sono per calo dell’attenzione, per progressivo allargamento dei limiti. Si certo che è vero, il rischio esiste. Però a mio avviso ogni pretesa di inquadrare in materia di etica medica qualsiasi comportamento con una legge rigida e dogmatica è destinato al fallimento. Intanto, nessuno può essere fatto vivere per legge, e dubito esista un aspirante suicida che si sia fermato temendo di finire processato. Invece si sono fermati o hanno assunto comportamenti assolutamente privi di requisiti scientifici e perfino umani tanti medici costretti a una medicina di difesa, che si trovano a navigare a vista nel mare magno del fine vita col timore di essere condannati per non avere messo un sondino nasogastrico a un 93enne in coma irreversibile. Da un pendio scivoloso all’altro, solo che il secondo pendio scivoloso viene vissuto come valenza positiva perché tutela la vita cronologica (ma non quella biologica e men che meno di relazione).
Concordo invece sull’analisi che fa Travaglio sulla mancata relazione tra grado di libertà di un paese e felicità. Solo che lo scopo ultimo della vita privata può essere indubbiamente la ricerca della felicità, laddove invece uno stato quale che sia ha il dovere, nella mia opinione s’intende, di perseguire il raggiungimento del massimo grado di libertà possibile. Anche quando questa libertà non piace. Io credo che chiunque di noi se vedesse una persona apprestarsi al suicidio farebbe qualcosa per fermalo. Quello che mi chiedo è cosa fare per chi non vuole essere fermato. Mi chiedo se si può imporre la vita fino alla morte, o se molto semplicemente, non si debba chinare il capo nel silenzio e nel rispetto di chi ha fatto una scelta forse ponderata, pagandola solo e comunque con la propria vita, anche e soprattutto quando la nostra scelta sarebbe stata diversa dalla sua.
Fulvia




