Schadenfreude
Cattiverie italo-tedesche, da Schnellinger a Berlusconi
di Florian
Schadenfreude, ovvero il “piacere provocato dalla sfortuna dell’altro”, non è solo uno di quei termini intraducibili nella nostra lingua tipici del vocabolario tedesco, ma anche quello che più sottintende il difficile rapporto tra Italia e Germania. Una relazione spesso proficua, ma tormentata da stereotipi duri a morire, che hanno trovato nuova linfa negli ultimi decenni. Dalla riunificazione delle due Germanie all’avvento in Italia di Silvio Berlusconi è possibile parlare di una “estraniazione strisciante” tra questi due Paesi che non riescono più a comprendersi forse perché da tempo hanno smesso di parlarsi.
Le polemiche di questi giorni che dividono l’opinione pubblica italiana da quella tedesca in merito all’Unione Europea, i debiti nazionali e gli eurobonds stanno rinforzando i detrattori dell’asse italo-tedesco, particolarmente agguerriti, nei rispettivi Paesi. La polemica fra Italia e Germania è di lunga data e trova la sua ragion d’essere in una contrapposizione sia culturale che storica. Quella culturale riguarda il contrasto tra latinità e germanesimo che si può far risalire a Tacito. Quella storica invece si avvale del risentimento italiano per la lunga dominazione di popoli di lingua tedesca e per le due guerre mondiali che hanno visto i due Paesi contrapposti. E’ inutile dire che nel secondo di questi conflitti l’alleanza nazi-fascista, subìta più che accettata dalla popolazione italiana, ha sparso molto sale su di una ferita da tempo aperta. Nel dopoguerra, che per molti versi ha rappresentato da ambo le parti il tempo dell’oblio, Italia e Germania (Federale) si sono trovate dalla stessa parte nella ricostruzione e nella Guerra Fredda e attorno al mito dell’unificazione europea si è creato un nuovo clima positivo tra le rispettive classi dirigenti. Tuttavia il pregiudizio dell’uomo comune era tanto resistente ed indifferente ai doveri della realpolitik che si è conservato piuttosto bene ancora oggi ed è giusto che il nostro breve viaggio sulle cattiverie italo-tedesche parta proprio da qui.
Un diffuso luogo comune vuole gli italiani stimare i tedeschi ma non amarli, e i tedeschi amare gli italiani senza stimarli. Per gli italiani che non hanno mai visitato la Germania e ancor più quelli che in Germania ci sono andati per lavorare costretti, il tipico tedesco è un personaggio efficiente quanto ottuso e privo del naturale calore latino. Viceversa, per un tedesco che non abbia mai oltrepassato a sud le Alpi o per chi solitamente lo fa d’estate per stabilirsi in una delle tante località balneari della nostra penisola, l’italiano medio è persona tanto amabile quanto disorganizzata. Già il sommo Goethe al termine del suo viaggio in Italia annotava:
“Cerchi invano la probità tedesca; qui c’è vita e animazione, non ordine e disciplina; ciascuno pensa solo a sé e diffida degli altri, e i reggitori dello Stato, anche loro, pensano a sé soli.”
Fin qui siamo ancora al riparo del savoir faire. Quando invece gli animi si surriscaldano, e non accade di rado, allora il tedesco per l’italiano diventa subito un sadico nazista e l’italiano per il tedesco un perfido mafioso. Nazismo e mafia: bisogna ammettere che, malgrado gli sforzi sinceri e ammirevoli degli ammiratori reciproci, la “pancia” dei due popoli ragiona ancora così. Ce ne siamo accorti bene quando il nostro premier Berlusconi, al Parlamento europeo, toccato sul vivo in merito a giustizia e conflitto d’interessi, ha replicato al deputato tedesco dell’SPD Martin Schulz con queste parole: “So che in Italia stanno girando un film sui lager nazisti. La proporrò per il ruolo di Kapò”.
Pessima gaffe. E a nulla è valsa l’indignazione di tanti italiani una volta tanto solidali con un crucco. Perché in Germania, contrariamente a quanto pensano molti di noi, Silvio Berlusconi rappresenta il tipico esempio di “arci-italiano”, in possesso di tutte le caratteristiche negative con cui si usa malignamente tratteggiare il nostro popolo: “scaltro e invadente, chiassoso e inaffidabile, un amorale utilitarista che si crede al di sopra del diritto e della legge”. (1)
Tre anni più tardi la rivista tedesca Der Spiegel rendeva la pariglia ripubblicando malignamente, in occasione dei Campionati del mondo alle porte, la vecchia copertina con la pistola sul piatto di spaghetti. Che se nel ’77 voleva alludere al nostro terrorismo, nel 2006 l’intento era quello di dipingere i nostri azzurri come capaci di vincere coi soliti trucchetti.
Italia-Germania, la partita infinita
Da quando gli europei hanno smesso di farsi la guerra è il gioco del calcio il teatro privilegiato dei campanilismi, il solo evento in cui è considerato lecito far risuonare i tamburi dell’orgoglio patriottico. E questo in special modo per Italia e Germania dove il nazionalismo è diventato nel dopoguerra un tabù politico e persino culturale.
L’artefice della rivalità italo-tedesca sul tappeto verde fu, suo malgrado, un oscuro terzino tedesco, Karl-Heinz Schnellinger, che per ironia della sorte giocava allora in una squadra italiana, il Milan. Quando centrò quasi per sbaglio la porta del nostro Albertosi, all’ultimo minuto della semifinale dei Mondiali del ’70 i suoi compagni italiani gliene dissero di tutti i colori. Con una vigorosa partita difensiva l’Italia stava infatti portando a casa senza troppi patemi d’animo una striminzita vittoria per uno a zero che significava pur sempre la finalissima col Brasile di Pelè. Ed ecco che un piede certamente non sopraffino rimetteva tutto in gioco portando le squadre ai supplementari. Supplementari che, come oggi tutti sanno, faranno di quella partita una leggenda e daranno modo agli italiani, alla fine vincenti con un rocambolesco quattro a tre, di prendersi più volte sul rettangolo di gioco quelle soddisfazioni che in misura assai maggiore arridevano ai tedeschi nella vita di tutti i giorni. Quella mitica giornata sportiva diede infatti inizio ad una serie di rivincite che la piccola Italia calcistica poteva prendersi sulla grande Germania economica. Vennero infatti la vittoria “mundial” di Spagna ’82 e l’ultima, beffarda, a Berlino 2006 che permise agli azzurri, sempre in semifinale e sempre ai supplementari, di superare i panzer per sistemare quindi i conti in finale con la Francia.
Ma se esiste una mitologia dei vincitori ne esiste anche un’altra, non meno efficace, a disposizione degli sconfitti. Le vittorie dell’Italia calcistica sulla Germania sono state considerate dal nostro popolo come la predominanza dell’estro e della fantasia sulla mera forza dei teutonici. Questi ultimi, però, hanno maturato un’opinione piuttosto diversa di come sono andate le cose. C’è una parola che in Germania oltre a dar conto del risultato avverso riesce perfino a nobilitarlo e questa è: “catenaccio”. L’Italia quadri-campeon è risultata vincente grazie al famigerato catenaccio, termine oggi un po’ in disuso ma che per decenni ha identificato uno schema di gioco particolarmente “abbottonato” tipico del nostro calcio, considerato scaltro e sparagnino dalle pungenti critiche dell’intera Europa sportiva. Nonostante gli stessi tedeschi non abbiano quasi mai offerto del calcio champagne e nonostante abbiano studiato e assimilato molti aspetti del nostro calcio, in pubblico bisognava denigrare il nostro esasperato tatticismo come un classico esempio di anti-sportività. Vincere all’italiana, ossia in “contropiede”, altra parolaccia, fu considerato a lungo un disonore… specie se ad avvalersene erano gli undici di Valcareggi, di Bearzot o di Lippi.
Tuttavia per i tedeschi, gli italiani del calcio, oltre che furbi e fortunati, sono stati a lungo considerati come dei grossi imbroglioni. Una partita che gli italiani non ricordano più, ma che i tedeschi non hanno ancora dimenticato fu quella che oppose l’Inter e il Borussia Moenchengladbach, quella che passò alla storia come la “partita della lattina”. Erano gli ottavi di finale della Coppa dei Campioni anno 1971/72 e a quel tempo il ‘Gladbach era una squadra fortissima che grazie a campioni come Netzer, Vogts e Heynckes rivaleggiava in patria con il Bayern di Beckenbauer, Mueller e Maier. Anche l’Inter era allora una signora squadra, tuttavia, forse perché aveva preso sottogamba l’avversario ancora poco conosciuto all’estero, andò presto in svantaggio. Sull’uno a due Boninsegna venne colpito da una lattina lanciata dagli spalti tedeschi e allora gli interisti chiesero a gran voce la ripetizione della partita. L’arbitro fece però continuare e il Borussia dilagò su un avversario in crisi di nervi che alla fine rimediò un pesantissimo uno a sette. Dopo di che ci fu una lunga battaglia legale tra le due squadre con quella italiana che pretendeva la ripetizione dell’incontro anche se le regole UEFA non lo prevedevano. Alla fine, grazie ad un cavillo, l’avvocato Prisco riuscì a far ripetere il match e per giunta su campo neutro. L’intera Germania insorse contro gli italiani accusati di comportamento antisportivo, ma alla fine la partita fu rigiocata e terminò con un pareggio che garantì la qualificazione alla squadra italiana. Dinanzi ad un avversario che sembrava vincere le partite in sede legale o con l’ausilio della monetina (Europei ‘68) si stagliava l’immagine eroica dello sconfitto incolpevole, di Sigfrido incarnatosi in Kaiser Franz che, lussatasi la spalla gioca, i supplementari dell’Azteca con il braccio legato al corpo. Mirabile esempio di stoicismo che, associato ad un campione di classe ed eleganza assolute, alimenta la leggenda di chi è stato sconfitto ma non vinto. Si ritorna a Tacito, appunto.
Amore all’arrabbiata
Abbiamo citato solo alcuni esempi che, dalla politica allo sport, hanno caratterizzato negli ultimi decenni la rivalità fra Italia e Germania. E molti altri ancora se ne potrebbero fare perché come si è detto quella in gioco tra i due Paesi è una partita infinita. Ma sarebbe sbagliato oltre che ingeneroso per chi si prodiga in senso opposto, guardare le relazioni italo tedesche soltanto in chiave negativa. Già nel 1976, in uno dei suoi celebri “viaggi”, Enzo Biagi poteva obiettare ai germanofobi in servizio perenne effettivo che esisteva anche una Germania “buona” di cui era importante parlare, non fosse altro per il suo enorme contributo dato alla civiltà europea e mondiale. Poi venne un Ispettore dai toni pacati e dallo sguardo compassionevole, Stephan Derrick, che ebbe non solo il merito di essere protagonista di uno dei più longevi e fortunati telefilms, ma per quel che ci interessa qui riuscì a modificare in misura notevole la percezione dell’uomo tedesco al di fuori dei suoi confini. Gli italiani, e non solo loro, apprezzarono quel personaggio dai modi garbati, “conservatore ma sagace” a detta di Umberto Eco, assolutamente distante dalla stereotipata immagine nazista che Hollywood aveva dei tedeschi consegnato al cinema. Negli anni Duemila fu poi un pilota di Formula 1, Michael Schumacher, a rinsaldare l’amicizia tra italiani e tedeschi grazie alla fantastica esperienza con la Ferrari che ha garantito al team del Cavallino ben cinque titoli mondiali e consecutivi (!) Ed in precedenza due campioni del calcio, Karl-Heinz Rummenigge e Rudi Voeller avevano lasciato splendidi ricordi a Milano e a Roma in virtù della loro umana simpatia pur al seguito d’un’esperienza particolarmente sfortunata.
Allo stesso tempo in Germania il rapporto con gli italiani si è visto che può comportare non solo una superficiale simpatia, ma anche il rispetto. Imprenditori come Luca di Montezemolo, economisti come Mario Draghi e politici come il nostro attuale Presidente del Consiglio Mario Monti sono particolarmente stimati per la loro abilità, competenza e affidabilità. Questo ci dice che il cliché può spiegarci qualcosa ma non tutto. Che la schadenfreude di cui si è discusso non è una particolare forma d’odio e ovviamente nemmeno di amore. Potremmo, con qualche forzatura, e citando il titolo di una delle tante pubblicazioni tedesche filo italiane, identificare questo fenomeno come una sorta di “amore all’arrabbiata”. In fondo Germania e Italia sono nazioni talmente speculari da poter essere felicemente complementari. E quando l’europeismo ha avuto la meglio sul ripiegamento nazionalistico ne hanno guadagnato entrambe. Valga ciò anche d’augurio.
(1) Siamo tedeschi perché non siamo italiani, di Birgit Schoenau, tratto da Limes 4/11 “La Germania tedesca nella crisi dell’euro”.
Florian





