di Florian

Quando il 30 dicembre scorso il sito web de Il Fatto Quotidiano ha commemorato la scomparsa di Mirko Tremaglia - una vita nel Msi, poi deputato di An ed infine di Fli -, i commenti dei lettori non sono stati teneri con un uomo che fino a quando è stato vivo, e ancora da morto, ha scontato presso una non piccola parte di italiani l’imperdonabile colpa d’essere stato fascista.
Questa circostanza può indurci a riflettere su quella che è vera natura della sinistra italiana e parimenti della destra che le si oppone. E’ opinione diffusa che, malgrado gli innesti e le revisioni successive, queste aree contrapposte da noi riflettano ideologie novecentesche “dure a morire” quali il comunismo e il fascismo. Ma siamo sicuri che quanti ancora si disprezzano vicendevolmente siano gli eredi diretti di Togliatti e Mussolini, di Gramsci e di Gentile? Per davvero il comunismo e il fascismo rappresentano due poli inconciliabili della politica e dunque irriducibilmente alternativi?
Ad essere onesti, che in Italia fascisti e comunisti non siano nati per farsi necessariamente la guerra ce lo ricordano ancora diversi fattori. Bersaglio dei fascismo non era il comunismo in sé ma l’internazionalismo e il pacifismo delle socialdemocrazie. Mentre l’anticapitalismo rivoluzionario di Mussolini è confermato dalle origini socialiste dell’uomo che gli valsero l'apprezzamento di Lenin, il filosofo Gentile considerava i suoi oppositori comunisti alla stregua di “corporativisti impazienti”. Senza tirare qui in ballo tutto l'armamentario ideologico del cosiddetto "fascismo di sinistra", si può sottolineare senza timor di smentita che tra estrema destra ed estrema sinistra, prima dell’entrata italiana in guerra, ci fosse più concorrenza che aperta contrapposizione.
Naturalmente l’attacco nazista alla Russia comunista cambiò radicalmente i rapporti tra i fascisti e i comunisti italiani. Ma anche a chiusura del conflitto che i vecchi rapporti non fossero stati del tutto dimenticati lo dimostra il provvedimento varato nel 1946 dal segretario del PCI, Togliatti, allora ministro della Giustizia del governo De Gasperi, volto ad amnistiare i reduci di Salò – a dispetto della volontà contraria del Partito d’Azione –, per intercettare umori e voto contro la Democrazia Cristiana.
Tuttavia questo riavvicinamento tra fascismo e comunismo doveva subire un duro colpo a causa della propaganda stalinista, la quale nell’immediato dopoguerra pensò bene di agitare il fantasma del nemico “fascista”, ormai battuto, contro gli americani e i loro alleati nella Guerra Fredda. In ragione di ciò vennero additati a “fascisti” non solo i conservatori e i liberali, ma gli stessi riformisti anticomunisti ad ovest del muro di Berlino, che si meritò la qualifica di “barriera di protezione antifascista”. Fu così che anche la sinistra italiana si eserciterà in una surreale lotta politica “antifascista” pur in mancanza di un reale pericolo fascista. Col paradosso finale di riuscire persino a risuscitare il morto.
Secondo il filosofo marxista Costanzo Preve, “la prosecuzione dell’antifascismo in assenza manifesta di fascismo ha rappresentato (e rappresenta) il minimo comun denominatore di correnti disparate, il comunismo (l’antifascismo è più prestabile della dittatura del proletariato e del dispotismo staliniano), l’azionismo (il fascismo rivelazione dei difetti atavici degli italiani, popolo delle scimmie corrotto dai gesuiti), ed infine l’americanismo (no ai dittatori, non importa se rossi o neri). È evidente – dice ancora Preve - che una simile risorsa ideologica, per di più gratuita, non poteva essere abbandonata, e doveva essere spremuta come un limone fino all’ultima goccia”. E “chi avesse osato contestarla poteva aspettarsi accuse di antisemitismo, di rosso-brunismo, eccetera”. (1)
Dall’altra parte, per volontà degli americani e per sfuggire alla ghettizzazione sociale ed esercitare un ruolo sulla scena politica postbellica, il neofascismo giunse a considerarsi specularmente “anticomunista” dando luogo a quella contrapposizione che provocò un’insensata scia di morti e stragi tra gli anni settanta e ottanta.
Ecco dunque come, sullo sfondo della Guerra Fredda e in virtù di condizionamenti esterni, andarono ad operare, dietro le maschere del fascismo e del comunismo, due partiti del tutto diversi e che sarebbe legittimo chiamare “anticomunista” e “antifascista” in quanto si caratterizzarono più per l’odio antropologico che per tesi politiche negli anni annacquatesi fino ad essere rinnegate del tutto.
Ed è dunque dall’inconsistenza politica dell’anticomunismo e dall’antifascismo che sono nati i due poli bipolari della Seconda Repubblica, talmente fasulli da essersi presto mimetizzati nell’ancor più farsesca guerra civile tra berlusconiani ed anti.
Risultato inevitabile quando, a fronte di una classe politica senza più identità politica e per questo oggi felicemente schiava di nuovi poteri tecnocratici, l’”antifascismo mitico” trovi ancora riscontro presso una base sconcertata e confusa che nell’artificiosa sovrapposizione del populismo xenofobo col fascismo storico si illude di mantenere ancora salva la propria anima.
(1) Costanzo Preve, Le lacrime della signora Fornero
http://www.antimperialista.it/index.php ... =78:italia
Florian



