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    L'Argonauta n 17 - Ungheria 2012 - Eric Draven

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    L'Argonauta n 17 - Ungheria 2012 - Eric Draven

    L'Argonauta n 17 - Ungheria 2012 - Eric Draven

    Messaggioda fulvia » 9 gen 2012, 19:30

    Ungheria 2012
    Di Eric Draven


    Immagine



    La crisi dell'Unione Europea da qualche settimana contempla un nuovo protagonista, l'Ungheria.
    Primo paese dell'est europeo coinvolto nel turbine del debito, a differenza dei PIIGS Budapest non sembra voler seguire la linea tenuta altrove, ad esempio Atene.
    Nessun governo tecnico guidato da un eurocrate ,nessuna votazione anticipata.
    Il governo di Voktor Orban sembra più semplicemente rifiutare di riconoscersi in debito con FMI e BCE. Mossa populistica e folle? le ultime notizie parrebbero far propendere per il sì.
    Il premier ungherese Viktor Orban si è deciso a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale, dopo aver realizzato che il Paese, di cui è primo ministro dal 2010, è ormai sull'orlo del secondo default in quattro anni. Ma non è detto che lo otterrà. Ieri l'asta dei titoli di Stato magiari a 12 mesi ha vistosamente mancato il target di 45 miliardi per collocarne solo 35 miliardi, con rendimenti al 9,96%. Il fiorino ungherese è sceso ai minimi contro la moneta unica europea (a quota 324 fiorini per un euro) ma anche contro franco svizzero e dollaro. Il mercato insomma diffida Viktor Orban, il premier-dittatore che secondo il popolo ungherese minaccia la democrazia del Paese con la sua nuova costituzione fortemente personalistica, e che secondo l'Unione Europea minaccia la stabilità finanziaria dell'Europa rifiutando di assoggettare la banca centrale magiara alla BCE. "La dipendenza della banca centrale ungherese da quella europea è un prerequisito fondamentale per ottenere gli aiuti internazionali", ha osservato ieri il portavoce dell'Unione Europea. Il governo ungherese è pronto a trattare e chiede risposte rapide, forse già per la prossima settimana.
    La vera soluzione alla crisi del debito in corso nell’eurozona. Necessario che venga abbandonato il piano che prevede la partecipazione dei privati al debito della Grecia. Questo è il problema di fondo, che continua a minare la fiducia degli investitori. Ne è convinto Athanasios Orphanides, governatore della Banca centrale di Cipro, membro del consiglio direttivo della Banca centrale europea.
    Tale decisione andrebbe sicuramente a pesare sulla Grecia, portando in rialzo i rendimenti dei bond, ma beneficerebbe tutti gli altri paesi dell’eurozona, rassicurando gli investitori e dunque riducendo il costo di finanziamento.
    Nonostante i vari sforzi intrapresi dai leader europei per rassicurare il mercato sullo stato di salute dei rispettivi paesi, questa possibilità di perdita continuerebbe a giocare un ruolo negativo che impedirebbe il miglioramento del sentiment.
    "Ritirare la decisione sulla partecipazione dei privati al debito greco porterebbe in rialzo i rendimenti dei titoli di debito ellenici, ma ridando fiducia nell’eurozona andrebbe a ridurre il costo dei finanziamenti per gli altri paesi del Blocco", ha detto Orphanides.
    Tale decisione, per una riuscita ottimale, dovrebbe essere accompagnata a un prestito di 30 anni a tassi di interesse contenuti, dai vari paesi alla Grecia, per garantire che il costo del debito rimanga in linea con i piani di consolidamento fiscale.
    Come si vede, le opinioni continuano a divergere,su cosa si dovrebbe fare per risolvere il problema. Ma nel caso ungherese,non c'è solo un problema di visione e di sovranità economica. Chè pure sarebbe gran cosa,visto che anche l'Italia viene messa sotto pressione per salvare una banconota.
    Al governo magiaro viene anche contestato il fatto di stare approfittando della crisi per limitare la democrazia in riva al Balaton.
    Il vicepresidente del gruppo S&D, il tedesco Hannes Swoboda, ed il leader dell'Alde, il belga Guy Verhofstadt, hanno chiesto che venga applicato l'art.7 del Trattato di Lisbona che si applica in caso di violazioni ai principi fondanti della Ue in tema di democrazia, liberta' fondamentali e diritti dell'uomo.
    Tra le sanzioni previste dall'art.7 c’è anche la sospensione del diritto di voto in Consiglio per il paese che ne viene colpito. Un portavoce della Commissione europea ha ricordato che tale articolo non è mai stato utilizzato nella storia dell'Unione europea, affermando che esso sarebbe una "ultima risorsa", "ma non siamo ancora a questo punto".
    "Siamo dalla parte del popolo ungherese che viene messo sempre più sotto pressione dal governo Orban. L'applicazione dell'art.7 deve essere seriamente presa in considerazione se Orban continuerà a sfidare deliberatamente le leggi ed i valori europei" ha detto Swoboda che ha anche auspicato che il Ppe sospenda il premier ungherese dal ruolo di vicepresidente del partito.
    Anche secondo Guy Verhofstadt la situazione in Ungheria e' degenerata al punto tale che "non e' piu' tempo di scambio di lettere", ma "e' giunto il momento di avviare sanzioni legali e politiche" sulla base dell'art.7. "E' tempo di applicarlo - ha detto Verhofstadt - per proteggere la democrazia ed i diritti fondamentali in Ungheria e nella Ue, ma anche per evitare di stabilire un pericoloso precedente e dare un cattivo esempio ai paesi che aspirano ad entrare nell'Unione".
    La questione Ungheria figurera' ovviamente nell'agenda del Collegio" dove si terra' una "discussione politica sull'Ungheria e le leggi recentemente adottate" ma, ha aggiunto il portavoce di Bruxelles, "non si può dire se sarà già presa una decisione" sull'eventuale apertura di una o più procedure d'infrazione nei confronti del paese.
    L'Ungheria non è riuscita a vendere l'intero ammontare di titoli di Stato nell'asta di oggi e il fiorino ha toccato un record negativo: 324 per un euro. Il rischio insolvenza non è mai stato così alto e i negoziatori chiedono con urgenza un pacchetto di assistenza al Fmi e all'Ue.

    In cosa consistono queste contestate limitazioni? leggiamo assieme questo articolo:
    L’Orbán di oggi e l’Orbán di ieri sono due persone diverse. Irriconoscibili. Le idee del primo ministro ungherese sono cambiate profondamente, nel corso degli anni. Viktor Orbán all’inizio della sua carriera era un giovane liberale, vicino a posizioni progressiste. A distanza di vent’anni lo ritroviamo conservatore, intento a promuovere una “rivoluzione costituzionale” che sta suscitando perplessità e riserve in Europa. Abbiamo chiesto allo storico Federigo Argentieri, docente della John Cabot University, autore di numerosi studi sulla storia magiara e in particolare sulla rivoluzione del 1956, di spiegarci la situazione in corso a Budapest, anche alla luce della biografia orbaniana.
    Autoritarismo, conservatorismo, fascismo di ritorno. Le definizioni si sprecano. Secondo lei come si qualifica il progetto Orbán ?
    Si sta un po’ esagerando, nell’inquadrare lo scenario. Certo, il progetto di Orbán è quello che è. Ma non è eversivo. Vedo sostanzialmente due principi ispiratori, uno di natura economica, l’altro che riguarda l’identità politica. Da una parte c’è la volontà di “ungheresizzare” il capitalismo nazionale. La finanza magiara è in mano ai grandi investitori internazionali e il desiderio del primo ministro è quello di riportare nelle mani dei concittadini beni e risorse, così che si crei quella classe borghese ungherese e cristiana – qui l’accento va più posto sul discorso nazionale che sulla religione – che dovrebbe rappresentare la linfa della “nuova” Ungheria, secondo il progetto di Orbán .
    Accanto a questo c’è la voglia di esautorare completamente gli ex comunisti. Il preambolo della Costituzione, se analizzato attentamente, squalifica il Partito socialista, considerato l’erede della tradizione comunista. Le nuove leggi prevedono altresì la possibilità di istruire processi contro chi, in epoca comunista, s’è reso responsabile di crimini. Non credo, tuttavia, che ci saranno “purghe” in grande stile. Vero è, però, che in questo emerge l’intenzione di “purificare” il Paese dall’eredità del comunismo, nella convinzione che essa si sia trascinata fino ai giorni nostri. Da storico vedo una sorta di parallelo con la situazione del 1921.
    Ce la spieghi.
    In quell’anno il regime dell’ammiraglio Miklós Horthy, che non era di natura fascista, ma conservatore con forti tratti autoritari, fece un accordo con il Partito socialdemocratico, che era stato alleato dei comunisti di Béla Kun durante la (breve) stagione della repubblica dei consigli, di ispirazione sovietica. Il primo ministro István Bethlen e il numero uno dei socialdemocratici Károly Peyer stipularono un’intesa che permise ai socialdemocratici di correre alle elezioni nelle città (anche se il voto era segreto), ma di tenersi fuori dalle aree rurali, bacino di consenso del regime. Il significato era chiaro. Horthy faceva delle concessioni agli ex alleati di Béla Kun e legittimava una certa loro presenza nella sfera politica, con l’obiettivo di bandire il comunismo e di annientarne l’eredità. Ecco, facendo i dovuti paragoni lo stesso vale oggi: Viktor Orbán vede nel comunismo e nei suoi eredi un’entità nefasta e punta a delegittimarli. Questo approccio è dettato anche da spirito vendicativo, dettato dalle sconfitte elettorali rimediate nel 2002 e nel 2006, che diedero il potere al Partito socialista.
    Nel preambolo della Costituzione si riconosce alla rivoluzione del 1956 un valore fondante. Perché? Non è vero d’altronde, come lei ha sempre sostenuto, che quella fu un’esperienza di sinistra?
    La mia tesi è questa, appunto. Il revisionismo comunista, la socialdemocrazia e la tradizione contadina di sinistra si amalgamano nell’ultimo governo di Imre Nagy, prima della repressione sovietica. Volevano cancellare lo stalinismo e costruire una nuova forma di democrazia, da sinistra. La Costituzione targata Orbán sposta la lettura sui elementi civici e nazionali della rivoluzione. Mi sembra che ci si rifaccia al celebre discorso radiofonico che il cardinale József Mindszenty, liberato nel 1956 dopo una lunga prigionia, pronunciò il 3 novembre di quell’anno. «Questa non è una rivoluzione, ma una lotta per la libertà», disse il cardinale, a rimarcare l’aspetto nazionale dell’insurrezione. È a questo che Orbán dà peso, quando si ricollega all’eredità del 1956.
    Orbán era inizialmente un liberale progressista. Com’è arrivato alle posizioni di oggi?
    Orbán era una delle personalità di spicco della Fidesz, l’Unione Civica Ungherese della prima ora, formazione liberale, progressista, impegnata sui diritti civili. Volendo trovare un esempio nell’Europa attuale, potremmo dire che ci sono analogie con i libdem britannici. Nel 1990 la Fidesz rimase all’opposizione, criticando aspramente il governo capeggiato da József Antall, una sorta di democristiano europeo, un po’ De Gasperi, un po’ Kohl. Quattro anni dopo, quando i socialisti vinsero le elezioni e si allearono con i liberaldemocratici, Orbán scelse ancora la via dell’opposizione. Ma nel frattempo aveva iniziato a mutare le sue posizioni. Antall, prima di morire (1993), lo investì della sua eredità politica, convincendolo a staccarsi dal progressismo – elettoralmente limitante – e a spostarsi nel campo del centrodestra. Alcuni membri della Fidesz non accettarono la svolta e lasciarono il partito. Ma la maggioranza seguì Orbán, che nella prima esperienza di governo (1998-2002) ha cercato di mettere in pratica le sue nuove idee, senza però riuscirci, a causa delle ripetute mediazioni a cui l’hanno costretto gli alleati di governo. Il nuovo Orbán s’è formato durante gli otto anni passati all’opposizione. È in questo arco di tempo che il progetto a cui oggi stiamo assistendo, favorito dalla maggioranza schiacciante ottenuta dalla Fidesz nel 2010, ha preso forma.
    Pensa che il fenomeno Orbán sia frutto del fatto che l’Ungheria non ha fatto ancora tutti i conti con la storia?
    Se guardiamo ancora il preambolo della Costituzione, nella parte in cui si spiega che il Paese fu privato dell’indipendenza dal ’44 (occupazione nazista) al ’91 (ritiro definitivo dei sovietici), vediamo delle carenze, soprattutto sul primo punto. Diversi ungheresi sostennero infatti il regime filonazista. Ma è anche vero che l’Ungheria, che sul piano del confronto con la propria storia non è che sia così indietro, è in buona compagnia. Che dire della Francia dove Vichy è ancora un ingombrante macigno storiografico, per non parlare dell’Italia, dove sia il fascismo che la resistenza sono ancora trattati senza il necessario distacco…
    Considero questo articolo abbastanza equilibrato. Leggendolo, la considerazione che viene da fare è che l'Ungheria forse sta utilizzando i metodi sbagliati, ma sta indicando una via.
    L'elemento più sottaciuto di questa crisi non è il modello "capitalista" o "liberista" (cosa ci sia di liberale e libertario nell'accentrare tutta la politica monetaria, fiscale ed economica nelle mani della BCE non è ancora dato sapere), quanto la violenza con cui ci viene propalata come unica via il continuare a dipendere dalle istituzioni europee.
    Quando invece l'UE sempre più si sta dimostrando non la soluzione, ma il problema.
    I dubbi sulla svolta autoritaria del governo ungherese sono legittimi; ma rischiano seriamente di fare scuola. Non so Orban alla fine si risolverà a chiedere di mettere l'Ungheria sotto l'ombrello dell'FMI.
    Ma il fuoco continua a covare sotto la cenere.
    Ci domandiamo quanto tempo ancora dovrà passare prima che venga messo in dubbio il dogma europeista in modo profondo. Ma soprattutto, quando questo avverrà, ci sarà ancora spazio per una soluzione pacifica?

    Eric Draven
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