Il sostegno all’austerity devasta il Pasok. Ora è il quarto partito della sinistra
Il braccio di ferro tra il governo di Lukas Papademos e la troika (Fmi, Ue, Bce) si è concluso in fretta e furia nelle prime ore di ieri mattina al Palazzo Maximou, sede del premier ellenico, sotto la pressione del vertice dell’eurogruppo a Bruxelles. La tensione nella capitale greca – anzi, in tutto il paese – rimane però altissima. Nei tre partiti della maggioranza di governo si moltiplicano le diserzioni. Ma è il Pasok ad accusare maggiormente la situazione.
Quello che fino due anni fa, in termini di consenso elettorale, era il più grande partito socialista in Europa è una forza politica che in sostanza non esiste più. Gran parte del gruppo parlamentare non riconosce più la leadership di Georgios Papandreou e scalpita per togliere il sostegno a un governo che non piace per nulla all’elettorato di sinistra.
La rabbia dei greci è più che evidente. Argomento unico delle discussioni tra la gente è il nuovo memorandum che prevede l’abolizione del contratto nazionale di lavoro, una riduzione del 22 per cento del salario minimo, maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, il licenziamento di altri 15mila dipendenti pubblici, il congelamento di tutti gli aumenti di stipendio fino a quando il tasso di dissocupazione non sarà ridotto al 10 per cento, mentre rimane aperto il punto relativo ad un ulteriore taglio del 15 per cento delle pensioni. Su questo il governo greco ha ottenuto dalla troika altri 15 giorni di tempo per presentare un piano di tagli alternativo, del valore di 300 milioni di euro.
«Sono le banche ad essere salvate, mica noi lavoratori». «Fuori la troika dalla Grecia». «Ci saccheggiano, ci condannano alla fame e alla disoccupazione». È questo il tenore dei commenti che si sentono per strada, nel momento in cui l’Istituto ellenico di statistica ha reso noto che il numero dei disoccupati in Grecia ha oltrepassato a novembre per la prima volta il milione di unità su una popolazione di 11 milioni (20,9 per cento, con punte del 48 tra i giovani sotto i 24 anni). E veniamo alla rivolta dei parlametari socialisti. Papandreou ha spiegato più volte che senza il nuovo ciclo di misure di austerity i paese andrà in default. Ma il suo partito è in fermento. «Non voterò i tagli nel settore privato e sopratutto la riduzione dello stipendio minimo: queste misure non risolvono il nostro problema, e avranno anzi conseguenze negative per l’economia», ha detto ieri il deputato socialista Odysseas Voudouris. Il suo collega Apostolos Kaklamanis, ex presidente della camera, ha sottolineato che «il contratto nazionale non può essere abolito da nessun memorandum che arriva in parlamento con la procedura di urgenza».
Già due settimane fa il parlamento ha bocciato l’articolo di un disegno di legge presentato dal ministro della sanità, Andreas Loverdos, circa la piena liberalizzazione dell'orario delle farmacie. 65 i voti contrari, con 87 astenuti, contro solo 101 voti a favore. Per fonti vicini al premier, il risultato del voto era da attribuire «alla forte influenza che le corporazioni (in questo caso i farmacisti) hanno sui deputati». Ma si era trattato di un vero e proprio colpo al cuore del governo di coalizione. Già allora il gruppo parlamentare del Pasok risultava spaccato in due, con i suoi deputati alla disperata ricerca di scuse per votare contro l’emendamento.
Il Movimento socialista panellenico – fondato da Andreas Papandreou, padre di Georgios, attuale leader del Pasok – sta accusando così pesantemente la crisi non solo perché i socialisti hanno dovuto gestire la patata bollente del debito pubblico, con una serie di misure “lacrime e sangue”. Ci sono almeno altri due motivi. Papandreou non ha fatto nulla per allontanare dal seno del partito i quadri coinvolti negli scandali del passato. Anzi, alcuni di loro fanno parte della nuova leadership socialista.
In secondo luogo, a sentire gli stessi ministri socialisti, da premier Papandreou ha adottato la strategia suicida di cercare di nascondere la difficile realtà economica del paese. I greci si ricordano ancora con rancore la frase di Papandreou prima delle ultime elezioni – quando la crisi economica era più che evidente – che «i soldi ci sono». Per non parlare dell’indizione di un referendum sull’accordo con l’Unione europea del 27 ottobre, annullato poi davanti alla furia di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Non a caso Papandreou è oggi il politico con la popolarità più bassa in Grecia, fermo a un misero 9 per cento. Ma la crisi non riguarda solo l’ex premier. Il suo partito ha visto calare la sua forza dal 43,9 per cento delle elezioni 2009 all’8 dei sondaggi di oggi. I due schieramenti che hanno governato la Grecia dalla caduta del regime dei colonnelli nel 1974, Pasok e Nea Dimokratia, raggiungono insieme appena il 32,8 per cento delle preferenze.
Il secondo “partito” è quello degli astenuti con il 30 per cento. Seguono l’Alleanza di sinistra (18 per cento) con il suo leader, Fotis Kouvelis, al primo posto delle preferenze personali (56 per cento): poi ancora il Partito comunista (12,5 per cento) e Syriza, la Coalizione della sinistra, al 12.
Più del 42 per cento dei greci, quindi, alle prossime elezioni voterebbe per partiti più a sinistra del Pasok, con i verdi che raggiungono il 3,5. Tutte le sinistre insieme sfiorano il 50 per cento dei voti. Se i socialisti perdono consensi, non è in favore dei partiti di centro-destra. Un dato su cui la leadership del partito dovrà riflettere
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