Piperno: «Meno lavoro e più reddito». Una risposta agli attacchi di Veltroni
Interivista di Nicola Mirenzi
gli altri, 20 feb 2012
«La parola lavoro è molto più antica della divisione destra e sinistra». Franco Piperno, attivista politico, professore di fisica e fondatore insieme a Toni Negri e Oreste Scalzone di Potere Operaio, inizia così a ragionare col nostro giornale intorno al significato e l’attualità di una lemma così importante per la sinistra. «La frattura politica – ragiona Piperno – si dà quando cominciamo a parlare di lavoro salariato. Che è stato il paradigma del lavoro nelle società industriali. Il lavoro salariato si caratterizza – oltre che per il salario come corrispettivo di mansioni effettuate – per il carattere assolutamente ripetitivo dell’attività. Cosa che non lo rende affatto desiderabile alle persone che sono costrette a svolgerlo».
Ma ora questo lavoro è entrato in crisi.
È per questo che dovremmo recuperare un’idea del lavoro come attività. Cioè un lavoro legato al piacere. Naturalmente in questo piacere non c’è niente di vanesio: ogni lavoro è anche fatica. Il piacere significa che nel lavoro l’uomo può realizzarsi, come un atleta si realizza nella corsa. ll lavoro sarebbe così l’assolvimento di una vocazione.
Pensa sia davvero possibile?
Gli operai di fabbrica non erano affatto contenti del lavoro che facevano. Oggi che questo lavoro ha perso centralità, ci si schiude davanti un’occasione del tutto insperata. Il capitalismo ha spinto la tecnica a un livello così alto di potenza che il corpo umano – nella stragrande maggioranza dei lavori – non deve più essere impiegato in operazioni ripetitive. È una vera e propria liberazione.
Il prezzo che si paga però è la disoccupazione.
La disoccupazione, a ben vedere, è tempo liberato dal lavoro. Sfruttandolo, si potrebbe uscire dal circolo vizioso del lavoro che ha come unica gratificazione la retribuzione, cioè il reddito per consumare. Ma le persone dovrebbero essere rese consapevoli di avere un’energia propriamente libera, che può essere impiegata in tantissimi modi. Anche dando vita a iniziative sociali. Di cooperazione.
Ma come si fa a vivere senza reddito?
Se noi per un attimo ci mettiamo gli occhiali di Monti e del suo cinismo, vedremmo che in Italia la gente non ha problemi di sopravvivenza. Ha problemi di autonomia, anche gravi. Ma le persone hanno di che vivere. Comunque.
L’idea del reddito di cittadinanza è inutile allora?
Lo dico in maniera provocatoria: il reddito di cittadinanza la gente ce l’ha già. In maniera aberrante, certo. Il reddito di cittadinanza sono i genitori, la famiglia. Ma di fatto una condizione garantita di sopravvivenza i giovani europei ce l’hanno. Ovviamente sono totalmente d’accordo con l’idea di istituire il reddito di cittadinanza. Ma non bisogna farsi illusioni sul fatto che questo comporti una trasformazione radicale della realtà. È come il femminismo, il reddito di cittadinanza: una misura sensata.
Monti dice che i giovani devono togliersi dalla testa l’idea del posto fisso.
L’ho apprezzato. Ogni tanto i “tecnici” dicono delle verità. Io ho avuto amici che sono stati per quarant’anni alla catena di montaggio. Le posso assicurare che non hanno avuto un futuro radioso.
I sindacati però non l’hanno presa bene.
Il fatto è che la cultura tradizionale del movimento operaio è disastrosa: nella realtà produce effetti che sono tutto il contrario di quello che si propone in teoria. Pensi alla Fiom. Combatte per l’occupazione. Per loro, avere più lavoratori è un elemento di forza. Ma così facendo è costretta ad abbracciare l’idea della crescita, che non fa altro che riprodurre il meccanismo che si vorrebbe far saltare. Mi dica lei qual è il motivo per cui bisognerebbe salvare Termini Imerese?
Non ne ho idea. Meglio chiudere?
Sì. Meglio chiudere la fabbrica e occuparsi degli operai. Non del posto di lavoro. È assurda l’idea di tenere in piedi una fabbrica. È questo il frutto malato di una cultura lavorista. Cultura di cui il sindacato è impregnato. È l’idea che uno i soldi uno li deve avere solo se lavora. Così un’attività che non ha più alcun senso viene protetta coi soldi pubblici. Invece di proteggere le persone, si proteggono i macchinari e gli uomini legati a quei macchinari. Mentre un welfare più intelligente e più giusto sarebbe capace di preservare le persone nelle sicurezze che hanno conquistato.
Parla come il ministro Fornero.
Questo è il paradosso. La sinistra è diventata conservatrice. È evidente. Quando io ero ragazzo, Amendola sarebbe stato anni luce più a sinistra di Rifondazione Comunista. Dal punto di vista culturale c’è stata un’implicita accettazione del modello capitalistico liberale. Anche le correzioni di buon senso che la destra comunista consigliava di fare sono fuori gioco.
Ci sono delle proposte di riforme, però.
Io penso che i riformatori italiani intelligenti avrebbero tutto l’interesse a una radicalizzazione della situazione politica del paese. E dall’altra parte penso che questi tentativi di radicalizzare possano andare d’accordo – almeno intellettualmente – con delle misure prese facendo riferimento a un’analisi della situazione reale e non ideologica.
Se dovesse osare, invece, cosa direbbe?
La dimensione di rottura vera sarebbe quella di fondare una città. Regole completamente diverse. Mostrare che si può vivere in maniera differente. La città è un’immagine che uso per rendere chiaro che il problema è veramente grave. Le istituzioni e i partiti sono impreparati. L’unica cosa che sanno fare è pensare a nuovi posti di lavoro. Cose completamente inutili. Non si pensa a creare lavoro, attività produttive: ma posti di lavoro. Il lavoro come ammortizzatore sociale.
Pensa che sia impossibile un maniera diversa di vivere dentro il capitalismo?
Si può rifondare una città che già esiste. Questo è chiaro. Quando dico fondare una città tout court è perché mi sembra più interessante, anche da un punto di vista pittorico. Io sono convinto – anche perché ho fatto l’amministratore – che sia possibile fare da subito delle cose che migliorano la vita della città immediatamente. Parlo di cose banali come il traffico, la mobilità, il rapporto con le Acli, il teatro e via dicendo. Fondare una città (o rifondarla) significa però rompere completamente l’ordine del discorso. Ma per fare una cosa del genere c’è bisogno di purgarsi. Non solo nel senso della catarsi. Anche in quello di liberarsi dei vermi che abbiamo addosso. Per vedere le cose da un punto di vista che non sia quello dei diritti del consumatore. Un punto di vista veramente diverso.
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