
“Il valore e “i valori” sembrano essere oggi la parola più pronunciata e più discussa al mondo. Si parla di “difesa dei valori”, spesso senza indicare precisamente quali; si discute di “valori tradizionali”, “valori morali”, “valori sociali”, “valori umani”. E poi si parla di “valore di mercato”, “valore aggiunto”, “valore monetario”. Abbiamo perfino l’Italia dei valori, il “manifesto dei valori”, la “carta dei valori”, i valori del risorgimento e del cristianesimo, i valori laici, i valori statistici, personali, aziendali, nutrizionali, il trasporto e la sicurezza dei valori, perfino i sistemi di valori e infine la perdita dei valori.
Il tutto in un momento in cui la crisi è totale. Chi ha denaro non sa bene come investirlo, perché nel mondo globalizzato, tutti i problemi sono interconnessi, e non esistono più “isole felici” al riparo da titoli tossici, fallimenti, crolli monetari e finanziari. Chi non ha molto denaro percepisce che il suo sforzo per cercare di mettere da parte abbastanza da costruirsi un futuro meno incerto, è ormai vano, perché le risorse disponibili si rarefanno e convergono verso rari punti di accumulazione, in grado di determinare nello spazio di un secondo, la povertà di milioni di persone.
Dunque siamo tutti presi dentro una prospettiva contabile, in uno spazio mondiale in cui non resta quasi nulla da contabilizzare.
Durante le crisi dei passati 40 anni, ricordo una frase ricorrente dei telegiornali: « i risparmi si dirigono verso i beni-rifugio, il mattone e l’oro ». Oggi è scomparsa anche questa logica, perché anche questi beni, in una condizione di crisi generalizzata e totale, solo in minima parte possono assolvere alla funzione di investimento.
Dunque i “valori” sono ovunque nel nostro pensiero e nel dibattito pubblico, ma nel concreto sembrano evaporati, fantasmatici, inafferrabili.
Quando qualcosa mi sfugge, di solito, mi chiedo: non sarà che stiamo guardando nel posto sbagliato ? non sarà che stiamo limitando la nostra visuale, che restiamo sempre dentro a un recinto logico in cui la soluzione non è possibile ? E così cambio prospettiva.
Se guardiamo bene tra le pieghe della società occidentale, esistono molti “valori” che sfuggono ai circuiti della contabilità concreta. A questi beni o aspetti della vita sociale, diamo vari nomi, ad esempio “ricchezze immateriali”. Il vocabolario è sempre di tipo economico, poiché la nostra società ha consolidato l’idea che tutto si possa in qualche modo comprare, vendere o far fruttare, ma noi potremmo andare al di là di questa restrizione, se siamo abbastanza creativi. Altre definizioni in questo senso sono “capitale culturale”, “capitale sociale”, “beni ambientali”, “patrimonio dell’umanità” e così via. Prendiamo in considerazione ciò che chiamiamo “capitale umano”. Nel linguaggio aziendalista che è prevalso dagli anni ’80 in poi, si parla anche di “risorse umane”, ma capite bene che questo è un modo di parlare di capacità, abilità e competenze, come se fossero effettivamente merci che si comprano e si vendono. La differenza tra l’espressione “risorse umane” e “capitale umano”, ritengo che sia nel fatto che la parola “risorse” evoca uno scenario di scambio, di compravendita e perfino di sfruttamento (risorse naturali, risorse petrolifere, ecc.), mentre “capitale” rimanda a un’idea di produzione di ricchezza ulteriore.
L’Italia dovrebbe essere particolarmente sensibile al tema del capitale umano, poiché è un paese estremamente povero di materie prime, ma molto famoso in quanto a iniziativa personale e creatività. Ma andiamo oltre. In genere “capitale umano” si riferisce all'insieme delle conoscenze, saperi, informazioni e capacità tecniche, che permettono di svolgere attività di produzione e trasformazione di materie prime in prodotti di valore sul mercato.
Tuttavia, la crisi attuale ci sta insegnando che questo modo di pensare si rivela una gabbia mentale, all’interno della quale è praticamente impossibile trovare soluzione ai problemi dell’economia che si avvitano su se’ stessi. Lavoriamo, produciamo, vendiamo, ricaviamo soldi, ma poi questi soldi devono essere spesi di nuovo per il consumo. La popolazione aumenta, la spinta al profitto si accresce, i soldi non bastano mai, le risorse si esauriscono, per cui si cerca di escludere una parte del mondo dai benefici, si innescano così dei conflitti, mentre i vecchi problemi restano irrisolti. In pratica l’umanità continua sempre di più a combattersi per accedere sempre alle stesse risorse, utilizzando sempre gli stessi vecchi metodi. L’economia di stampo illuminista presuppone che l’umanità sia fatta di individui essenzialmente volti al loro immediato interesse, secondo una razionalità che non è mai stata definita nel concreto, anzi, è stata piuttosto smentita dagli studiosi del cervello e dell’intelligenza.
Io propongo di uscire da questa gabbia.
Come suggerisce Richard Wilk (1996) le caratteristiche fondamentali dell’essere umano sono piuttosto la socialità, l’adattabilità e le potenzialità. Attributi che è difficile vendere o comprare, ma che si possono far fruttare a vantaggio, contemporaneamente, di sé stessi e degli altri. Infatti è davanti agli occhi di ciascuno che le persone non sempre si comportano secondo un calcolo razionale e puramente egoistico: a seconda delle situazioni agiscono in base all’influenza di regole morali, secondo la logica del gruppo con cui si identificano o perché trovano soddisfazione nel gratificare o prendersi cura di persone a cui sono legate e quindi in funzione di emozioni, sentimenti o credenze. In questo scenario, la flessibilità del comportamento , la capacità creativa e l’intreccio che lega tra loro gli esseri umani, fanno da sfondo a tutti i tipi di motivazione che di volta in volta portano a prendere decisioni concrete nella soluzione dei problemi che la vita presenta.
Dunque queste sono le armi che consentono all’umanità di superare ostacoli e trovare metodi per convivere e possibilmente, migliorare la propria esistenza. Più queste armi vengono potenziate, affinate e coltivate, più spazio si crea per progredire. Per essere precisi, si dovrebbe discutere anche la parola “progresso”, in quanto, anche in questo, come nel caso della “razionalità”, si è preso per buono il significato settecentesco di sviluppo senza limiti delle condizioni puramente materiali, mentre è stato dimostrato che, oltre una certa soglia, un incremento della prosperità materiale, non aggiunge nulla di significativo al benessere umano considerato nel suo insieme. Ma questa è un’altra storia.
Lasciando da parte questo argomento, dunque, che ci porterebbe troppo lontano, torniamo alla questione centrale: qual è la ricchezza in cui possiamo investire e che ci fornisce le più alte probabilità di trarne un vantaggio sia come umanità, sia in quanto singoli ?
Io ritengo che questa ricchezza sia la crescita umana e culturale. Credo che le regioni della terra dove la vita ha la più alta qualità, sono facilmente riconoscibili in quelle dove si investe maggiormente in questi due “beni immateriali”. E ciò accade per svariate ragioni: chi possiede maggiori “armi” culturali e umane è in grado di fronteggiare meglio un’ampia serie di problemi che si presentano in tutte le società e in tutte le epoche, e di trovare soluzioni stabili e durature, ma non rigide:
- conflitti e difficoltà sociali e personali
- gestione delle risorse economiche e ambientali
- rapporti con le altre regioni, popolazioni e culture
È facile immaginare cosa accade in una città in cui ognuno ha costruito un pezzetto di strada tenendo conto solo delle proprie singole esigenze, e in cui ognuno pretende di muoversi con un mezzo delle dimensioni più svariate, alle velocità che vuole, senza che vi sia un codice comune per passare agli incroci. La situazione è ben diversa in un luogo in cui vi sia la capacità di accordarsi sulla dimensione e la collocazione di strade, case, negozi e parchi, dove insieme si stabiliscano regole comuni alla circolazione e si usino mezzi che cerchino di conciliare il bisogno di tutti di muoversi, con il desiderio generale di avere silenzio, aria pulita e sicurezza per pedoni e ciclisti. E questo è solo un piccolo esempio di ciò che le “armi della crescita umana” collettiva possono produrre.
Il capitale umano e culturale, dunque è un’arma decisamente potente, soprattutto se si tiene conto che l’obiettivo fondamentale dell’umanità è sempre stato e continua ad essere quello di risolvere i più svariati problemi: dalle malattie, alla coltivazione, dalla mobilità all’energia, dalla cura dell’infanzia a quella dell’ambiente.
Ecco perché ritengo che questo sia non solo l’unico e fondamentale bene-rifugio a cui dovremmo volgerci in questo momento, in cui le crisi economiche e finanziare travolgono tutti i punti cardine che la civiltà occidentale ha costruito in due millenni, ma anche il bene indispensabile in cui investire la maggior parte delle nostre risorse, per permettere all’umanità di imboccare la strada di un progresso che abbia un nuovo significato.: quello della sinergia, della condivisione, della crescita in una dimensione umana, anziché contabile.
Bibliografia
Wilk R., Economies And Cultures: Foundations Of Economic Anthropology , Westview Press. Boulder, CO.1996
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